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Troviamo il coraggio di essere liberi, come Libero

lunedì 27 agosto 2012, 19:22   L'Opinione  

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di Gianfranco Scavuzzo

«Il 29 agosto 1991 qui è stato assassinato Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia e dall’omertà dell’associazione industriali, dall’indifferenza dei partiti, dall’assenza dello Stato» recita la “lapide di carta” che ogni anno, da quel tragico 29 Agosto di ventuno anni fa, la moglie Pina ed i figli di Libero Grassi, Alice e Davide, incollano, sovrapponendolo a quello sbiadito dell’anno precedente, sul muro ai piedi del quale, quella mattina di fine agosto di ventuno anni fa fu ritrovato, in un bagno di sangue (anche questo “riprodotto” colorando di rosso il marciapiede con la vernice spray), il corpo dell’imprenditore che aveva osato sfidare, solo e rinnegato da tutti, industriali e politici,  i “pesci” grandi e piccoli di Cosa Nostra e l’odiosa pratica del “pizzo”.

Mercoledì prossimo, alle ore 7.54, in via Alfieri a Palermo avrà inizio il programma degli eventi dedicati alla sua memoria. Il minuto di silenzio, le corone di fiori dei rimorsi di coscienza (spesso semplici ed ipocrite recite), ma anche tanta gente che in questi anni ha identificato in Libero Grassi, nella sua lotta solitaria, nel coraggio di tanti che dopo di lui hanno deciso che la dignità viene prima di tutto, la stella polare di un impegno e di una denuncia che in vent’anni ha portato tanti buoni frutti alla Sicilia e, soprattutto, la rinnovata speranza che i mafiosi non sono mostri immortali ed invincibili, se a combattere questa guerra si arruoleranno sempre più donne e uomini LIBERI.

A Bagheria, roccaforte della mafia dei campieri prima e dei colletti bianchi negli ultimi anni, rifugio del boss Provenzano, regno del Mida Aiello, centro nevralgico della Cosa Nostra dei grandi appalti e dei grandi business, il coraggio di Libero Grassi, purtroppo, non ha fatto breccia: peggio.
Nonostante tutti sappiano e tutti cripticamente confessino che tutti pagano il pizzo, nessuno tra gli imprenditori denuncia il racket delle estorsioni, né tramite associazioni, né singolarmente, ma a questa omertà (prova regina che qui, a differenza anche di certi quartieri palermitani, il racket delle estorsioni è ancora ampiamente diffuso) si aggiunge anche il silenzio, l’assordante e complice silenzio delle istituzioni cittadine che sull’argomento tabù, da ormai molti anni dopo qualche timido segnale d’attenzione, hanno deciso di deporre una pietra tombale.

L’unico servizio a disposizione dei cittadini e degli imprenditori, lo sportello antiracket del comprensorio, è durato pochi anni e poi è stato chiuso, perché non si riuscivano a racimolare poche migliaia di euro per pagare le bollette del telefono e due impiegati.

Qualche mese fa, un incontro pubblico, organizzato meritoriamente dal Lions Club cittadino, a cui hanno partecipato anche Pina Maisano Grassi insieme ad esponenti delle più importanti associazioni antiracket siciliane, Addio Pizzo e Libero Futuro, non ha fatto che rendere ancora più evidente lo scandaloso vuoto d’iniziativa, riempito solo di fumose chiacchiere antimafiose degne del più classico “professionismo” di sciasciana memoria, da parte di Comune, forze politiche, associazioni varie, Chiesa Cattolica inclusa.

Sarò pure un coltivatore di vane speranze, ma mi piacerebbe che, almeno quest’anno, alle classiche dichiarazioni del tale assessore o del tizio segretario di partito, si sostituisse l’impegno concreto e solenne della reintroduzione, per esempio, di strumenti pratici in supporto di chi decide di denunciare il pizzo, non limitando la lotta alla mafia ad una delega assessoriale alla “legalità”.

Sarebbe anche un ottimo modo per mettere una pezza all’incresciosa “concessione” di far esibire sul palcoscenico del più importante evento folkloristico (religioso, mi pare aggettivo esagerato) della città quei personaggi (anche qui, eviterei di utilizzare il sostantivo “artisti”) che hanno fatto della contiguità con i peggiori ambienti malavitosi della Sicilia, camuffandosi dietro l’alibi del sottoproletariato urbano, la loro “cifra” stilistica.
Non è certo compito facile, ma certi onori impongono anche gravosi oneri e chi oggi si fregia di indossare la fascia tricolore a nome e per conto di tutti noi, deve anche riuscire a trovare il coraggio di dire una parola forte e chiara, di indicare una meta e mettersi in cammino, senza aspettare il cadavere (in questo caso, la mafia stessa) sulla riva del fiume, come recita l’antico motto, o peggio che altri più temerari battano per primi il sentiero. A buon intenditor…

 
 
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