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Il cardinale Romeo: “c’è un clima di sfiducia che rende la vita stagnante”

martedì 25 dicembre 2012, 17:46   Attualità  

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E’ stata un’omelia molto sentita, quella officiata dal cardinale di Palermo Paolo Romeo nella messa di Natale, celebrata alla cattedrale di Palermo.

Vi proponiamo integralmente il testo.

1. “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Dio che è sin dal principio, eterno e onnipotente, si fa uomo, si fa bambino. Si ode l’inaudito. Avviene l’imprevedibile. Ma si compie la promessa annunciata da tutti i profeti. Termina l’attesa della salvezza. La speranza dell’uomo ha finalmente un volto: Gesù.
Un Dio che viene ad abitare in mezzo agli uomini, che fa la sua tenda da itinerante, pronto a camminare con l’uomo, a spostarsi con lui, a fermarsi con lui. Natale è celebrare questo mistero di un Dio tanto grande da farsi vicino.
Di più. Tanto grande da farsi bambino.
Da farsi – cioè – bisognoso di tutto, povero ed emarginato, dimenticato dai potenti, accolto dai pastori e dai piccoli. Un Dio che assume l’umanità più sofferente, quelle “periferie della vita” che tanto spesso ci scandalizzano o ci terrorizzano. Un Dio che per ripartire con l’uomo sceglie di ripartire dalla sua povertà.
Tutto questo ci stupisce? Forse non più di tanto…
Forse è ormai tutto fin troppo scontato, come una storia che già conosciamo, e alla quale ci prepariamo con assoluta superficialità, con accurata attenzione alla festa e molta più distrazione circa il festeggiato.
2. Il Verbo di Dio, il Figlio Unigenito, si è fatto carne, divenendo vero uomo segnato dalla fragilità creaturale. Ciò rivela, per così dire, l’assoluta “caparbietà” dell’amore di Dio. Egli non vuole arrendersi dinanzi all’allontanamento dell’uomo che sceglie il peccato, e vuole riscrivere con lui una storia nuova.
Caparbiamente, Dio pone la sua tenda in una storia fatta di piccolezza e difficoltà. Sposa l’uomo nei tratti più difficili da amare, ed entra nella sua storia, nella sua “carne” travagliata a causa dell’egoismo.
La caparbietà di Dio sta nel non arrendersi dinanzi all’uomo chiuso nelle sue povertà. Egli viene sin dentro le sue povertà e i suoi limiti e gli propone di trasformarlo a partire dal cuore.
3. Natale non appartiene al passato lontano. E la nostra festa non è un nostalgico ricordo. Natale è l’annuncio che tutta la storia può ospitare la tenda di Dio. Ogni storia, ogni uomo, in ogni luogo e in ogni tempo, può accogliere Dio che viene a fare la tenda, ad abitare in mezzo alle contraddizioni della vita, che si avvicina all’uomo e si fa conoscere da lui.
Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (cf Gv 1,18). È Gesù – cioè – che ha spiegato Dio, fatto conoscere e avvicinato agli uomini.
Non soltanto. Gesù ha anche spiegato che solo nella prospettiva dell’amore di Dio la storia dell’uomo può assumere un’evoluzione nuova, diversa, salvifica. Il Figlio, che rivela l’amore del Padre, rivela anche all’uomo un nuovo modo di vivere, che è autentica uscita da se stessi e apertura agli altri.
Il Natale celebra la vita di un bambino che nasce, ma in quel Bambino celebra anche la novità di vita dell’uomo che lo accoglie. Quanti lo accolgono nascono con lui e per lui: “A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,13).
4. Anche in questo tempo di mutamenti culturali e sociali, e di crisi politica ed economica, saremmo tentati di non celebrare più nessuna novità. Sembra che non ci attendiamo più nulla. Non ci attendiamo più nulla dalla società, dalla classe politico-amministrativa, dai nostri ambienti di vita e di lavoro, persino dalla comunità ecclesiale.
Pare che a farla da padrone sia un clima di sfiducia che rende la vita stagnante e fa l’uomo più guardingo e autoreferenziale.
Ebbene, Dio fa la tenda in mezzo a noi per mostrarci una luce nelle tenebre, una speranza nella sfiducia. Il buio e l’oscurità sono dentro l’uomo, ma partoriscono altrettante tenebre fuori dall’uomo. Gesù, Luce del mondo che squarcia la notte della vita, non interviene fuori di noi ma dentro di noi. Mette in moto il cuore di ciascuno, per fargli riconoscere il bene, e per farlo camminare verso di esso.
Viene per rinnovare la legge di Dio, che è legge d’amore, e che è l’unica che traccia la verità dell’uomo e delle sue relazioni, in vista di una prospettiva che è l’Eternità beata di comunione con lui.
Dio viene, nasce. Ma viene soprattutto perché noi nasciamo. E veramente, a Natale nasce chi decide di rinascere a novità, di saccheggiare le sue doti, di mettere mano alle sue risorse umane consegnandole con fiducia a Dio perché tracci un cammino di libertà e liberazione per i singoli e per l’intera comunità.
5. Così, più che parlare di un Natale “in tempo di crisi”, ho voluto, in questi giorni di attesa più fervida della festa, definire il Natale come “tempo di crisi”.
Crisi vuol dire letteralmente “separazione”, nel senso di “scelta”. E Natale può essere “tempo di crisi” per spingerci a delle scelte decise operate sulla base di priorità e di valori che la fede nel Bambino di Betlemme ci indica.
Essere messi in crisi dal Natale significa allora accogliere la tenda del Verbo in mezzo a noi e alle nostre problematiche, e accoglierne tutta la provocazione che Dio ci offre con la sua logica d’amore.
Guardiamo a questa nascita che avviene in condizioni di precarietà e di emarginazione: Maria e Giuseppe, forestieri lontani da casa, sono accolti nella stalla, eppure quanta ricchezza essi hanno potuto trarre che questa difficoltà!
Essere messi in crisi dal Natale significherà capire fino a che punto siamo dipendenti da logiche di apparenza e di consumismo, o liberi nella sobrietà e nell’essenzialità della vita.
Significherà cercare di capire di cosa gioiamo veramente. E di cosa vogliamo continuare a gioire. Significherà capire cosa conta di più nella nostre giornate e su cosa stiamo impostando la nostra esistenza.
Significherà chiederci sinceramente se, ognuno per la sua parte, abbiamo fatto entrare il Vangelo come fondamento delle nostre scelte, nel nostro pensare e nel nostro agire.
Significherà scegliere o meno di consegnarci a Dio con fiducia per aprire e percorrere cammini virtuosi di giustizia sociale e di pace solidamente fondata. Innescare, cioè, nuova linfa – la vita buona del Vangelo – nella realtà personale e sociale che siamo chiamati oggi a vivere da protagonisti di un futuro incerto ma urgente da costruire.
6. Questa tenda di Dio in mezzo agli uomini, questa tenda che Dio ha voluto porre nella storia, ci dà fiducia. Dà fiducia alle nostre capacità, che umanamente sono ben poche, alla nostra umanità, che è segnata dal peccato, ma dà fiducia anche alla straordinaria bellezza dei doni che il Creatore ci ha elargito, alla nostra creatività, all’abilità con cui l’uomo può cogliere possibilità nelle difficoltà divenendo così, ancora una volta, e in un modo splendente, riflesso dell’amore di Dio nel mondo in cui viviamo.
Ma, poiché sentiamo forte la ferita inferta dal peccato e le inclinazioni che provengono dal nostro egoismo, questa tenda in mezzo a noi, Dio la pone anche per condurci, per accompagnarci, per guidarci verso la Terra Promessa dell’Eternità con lui.
Questa tenda, in una parola, ci insegna ad immergerci nell’amore di Dio, e, immergendoci nell’amore di Dio, impariamo ad amare. Ci insegna a sperimentare la crisi del confronto con gli altri, a verificare le nostre relazioni, a costruire comunione che rimane come indissolubile sigillo di Dio.
E a ripartire da qui. Solo l’amore di Dio ci salverà dalla crisi. Perché solo l’amore è risposta ad una crisi che è necessaria, dentro e fuori di noi. Un amore gratuito che rimane per sempre e nonostante tutto. Come è stato l’amore del Padre che ci ha donato il suo Figlio in quella Notte Santa e che, nel Figlio, ha rinnovato la sua vicinanza al suo popolo nell’effusione dello Spirito che anima la vita nuova del credente nella carità. Una carità fattiva che costruisce per il singolo e che – fatta giustizia sociale – costruisce l’intera comunità.
7. “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18). Il Figlio Gesù ha raccontato il Padre, e la sua “carne”, la sua vita, la sua umanità è stata, ed è tuttora, il luogo in cui avviene tale “narrazione” che può cambiare la vita dell’uomo.
La Prima lettera di Giovanni, che proclameremo in questo tempo di Natale, ci dirà come si renda visibile questa “narrazione” di Dio: “Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi” (1 Gv 4,12).
Se Gesù ci ha “narrato” il Padre vivendo la sua esistenza nell’amore “attendatosi” fra noi, solo vivendo in questo stesso amore i suoi discepoli possono dire Dio all’uomo di oggi.
Questo è il mio augurio e la mia preghiera: riconoscere la tenda di Gesù in mezzo agli uomini e amplificarne l’amore ogni giorno.
A questo ci ha chiamato il Santo Padre Benedetto XVI convocandoci per una nuova evangelizzazione. E per essere evangelizzatori è necessario essere prima evangelizzati. Siamo qui attorno alla mangiatoia di Betlemme per lasciarci evangelizzare da Dio, per ricevere da lui l’annunzio del suo amore, l’indicazione dei suoi passi.
Solo così apriremo per le nostre vite, per le nostre comunità, per la nostra società, cammini di speranza ed orizzonti di futuro.”

 Cardinale di Palermo Paolo Romeo

 
 
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