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Mafia. Scoperti gli assassini del maresciallo Di Bona, dopo 30 anni

giovedì 13 dicembre 2012, 11:33   Cronaca  

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La Direzione investigativa antimafia di Palermo ha scoperto, dopo oltre trent’anni, i colpevoli dell’omicidio del maresciallo Calogero Di Bona, vice comandante, nel 1979, degli agenti di custodia del carcere Ucciardone di Palermo. L’attività investigativa, coordinata dalla Dda di Palermo, ha permesso di raccogliere elementi probatori nei confronti del capomafia Salvatore Lo Piccolo, 70 anni, ergastolano, e del boss Salvatore Liga, 81 anni, anch’egli all’ergastolo e attualmente agli arresti ospedalieri.   

Anche Di Bona, come numerose altre vittime, dopo essere stato strangolato è stato bruciato. Il mandante dell’efferato delitto fu il sanguinario capo mandamento di Tommaso Natale, Rosario Riccobono, scomparso per lupara bianca, che, oltre ai nuovi indagati, coinvolse altri mafiosi, oggi deceduti, nella progettazione ed esecuzione del delitto.

Rosario Riccobono, allora capo del mandamento mafioso di Tommaso Natale, ordinò il sequestro e l’omicidio del maresciallo Di Bona perchè lo riteneva responsabile di un ipotetico pestaggio subito in cella da Michele Micalizzi, uomo d’onore e nel ’79 già legato da vincoli sentimentali a Margherita Riccobono, figlia del boss.

Micalizzi fu condannato, il 23 novembre ’79 a otto mesi perchè riconosciuto colpevole del reato di lesioni in danno di un agente penitenziario, anche se non si fa menzione alcuna dell’episodio che avrebbe scatenato le ire di Riccobono. Ma le attuali indagini dimostrano che l’omicidio risulta comunque correlato alla vicenda Micalizzi, che risale al 6 agosto ’79, quando Di Bona fu dirottato presso la famigerata IV sezione del carcere – che fungeva anche da infermeria – dove si trovavano i mafiosi più pericolosi. La giovane guardia, constatato che quei reclusi si muovevano troppo liberamente, aveva provato a far rientrare alcuni nelle loro celle, provocando una violenta reazione che costrinse Di Bona a recarsi al pronto soccorso. Sarebbe stato naturale denunciare l’accaduto, ma così non fu.

Ma le cose non andarono come auspicato dai boss mafiosi coinvolti nel fatto: una lettera di denuncia, scritta da anonimi agenti carcerari, venne inviata alla procura, al ministero e a due quotidiani cittadini, che, però, la pubblicarono soltanto dopo l’avvenuta scomparsa del maresciallo Di Bona. Ed ebbe così inizio un escalation di episodi intimidatori, culminati nel sequestro e successivo omicidio del sottufficiale, portato al cospetto di Cosa nostra per indicare gli autori di quella missiva che oltraggiava Micalizzi. Per molti anni sulla vicenda calò il silenzio.   (gds.it)

 
 
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