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Ad Arezzo sarà dedicata una strada al partigiano bagherese G.Battista Mineo

mercoledì 16 gennaio 2013, 13:21   Attualità  

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gianni mineo partigianodi Santino Gallorini

 Il 29 giugno del 1944 il bagherese partigiano Giovan Battista Mineo e l’amico Giuseppe Rosadi salvarono dalla fucilazione più di 200 ostaggi, rinchiusi nella chiesa della Chiassa.
Adesso il consiglio comunale di Arezzo ha deciso di dedicare loro una piazza.

Il 29 giugno del 1944, lo stesso giorno in cui le truppe tedesche della divisione Hermann Göring avevano compiuto il massacro di Civitella, Cornia e San Pancrazio. Anche alla Chiassa stava per compiersi un tremendo massacro. Infatti, dopo che un commando di partigiani slavi, aveva preso prigioniero il colonnello Von Gablenz ed il suo aiutante, l’organismo di difesa delle retrovie della X Armata tedesca (Korück 584) aveva effettuato un vasto rastrellamento, segregando centinaia di persone nella chiesa della Chiassa. Poi, fu emanato un bando, che concedeva 48 ore ai partigiani per riconsegnare il colonnello ed il suo aiutante, dopodiché gli ostaggi sarebbero stati passati per le armi.
Il comandante della XXIII Brigata partigiana garibaldina Pio Borri, capitano Siro Rosseti, non sapeva come risolvere la situazione. Infatti, un attacco alla chiesa della Chiassa avrebbe comportato la morte di molti partigiani e civili. Anche restituire il colonnello Von Gablenz era impossibile, visto che gli slavi, i quali lo avevano preso prigioniero, non obbedivano al comando partigiano italiano e non erano inteneriti dalle imminenti morti dei civili italiani presi in ostaggio.
giuseppe rosadiFu allora che Rosseti fece intervenire Giovan Battista Mineo, che pur essendo un ufficiale partigiano, aveva un lasciapassare repubblichino. Mineo si recò alla Chiassa, parlò con il comando tedesco locale e poi con quello di Arezzo, riuscì ad ottenere una proroga di 24 ore dell’ultimatum e in quel lasso di tempo rintracciò la banda slava, dopo una lunga trattativa convinse il suo capo a consegnargli il colonnello ed il suo aiutante e poi, con la collaborazione di Giuseppe Rosadi, riuscì a riportarlo alla Chiassa appena in tempo, quando già i primi ostaggi erano stati trascinati fuori per essere ammazzati.  Nel 2011, quando uscirono i primi articoli sui giornali locali, fu chiesto al Comune di Arezzo di prevedere un riconoscimento alla memoria dei due partigiani. Diversi consiglieri si dissero d’accordo; lo stesso sindaco Giuseppe Fanfani annunciò la sua opinione favorevole.
Poi ci sono state le elezioni, sono cambiati alcuni consiglieri e del riconoscimento ai due partigiani non si è più sentito parlare.
Mesi fa, la questione è stata ripresa dal consigliere Luigi Scatizzi, che ha preparato una bozza di atto d’indirizzo, corredata da una nutrita documentazione storica, e poi l’ha sottoposta al parere degli altri capigruppo dei partiti presenti in Consiglio, i quali l’hanno fatta propria sottoscrivendola in calce.
A quel punto, l’Atto è stato depositato, in attesa della discussione. Finalmente, il 6 novembre, il Consiglio Comunale ha discusso l’argomento. Si è trattato di un interessante dibattito, svoltosi in un “clima particolare” – come lo ha definito il consigliere Fabrizio Piervenanzi.
Sono intervenuti consiglieri di minoranza e maggioranza, come Gianni Cantaloni, Gianfrancesco Chiericoni, Roberto Ruzzi e Luigi Lucherini, o Andrea Lanzi e Franco Mazzi.
Abbiamo ascoltato interessanti testimonianze, specialmente da parte dei consiglieri meno giovani, alcuni dei quali hanno memorie legate a quei drammatici giorni.
Tutti si sono complimentati per l’iniziativa, sottolineando il fatto di aver ignorato la vicenda della Chiassa, di Mineo e di Rosadi, a testimonianza che tanti episodi di storia locale, anche interessanti, non sono arrivati alla conoscenza del grande pubblico, ma che ormai è il momento di recuperarli, per evitare che – scomparsi gli ultimi testimoni – vadano perduti per sempre. Hanno poi condiviso l’idea di dedicare alla memoria di Mineo e Rosadi, una piazza o una strada. Ha concluso Scatizzi, affermando che “Senza memoria, non esiste una vera civiltà”. Poi la votazione, che ha visto i 25 consiglieri presenti in aula, approvare l’atto di indirizzo all’unanimità.

 Nelle foto: in alto Giovanni Mineo   a Bologna nel 1941 e sotto Giuseppe Rosadi, nel
1953, con la moglie e la figlia Luana                                     

 
 
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