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“Chiamatela come
volete, ma non
chiamatela famiglia”

mercoledì 6 febbraio 2013, 10:27   L'Opinione  

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giammarresi francescodi Francesco Giammarresi

E’ sufficiente la ben che minima occasione perché si alimentino certi focolai attorno al tema della famiglia. La recentissima sentenza n. 601/2013 della Prima sezione civile della Cassazione, presieduta dalla Dott.ssa Maria Gabriella Luccioli, ha suscitato non poche esasperazioni del pensiero ivi espresso. Qualcuno, infatti, ha subito colto l’occasione per intravedere un certo favore della Corte riguardo all’adozione da parte delle coppie omosessuali. Nel caso presentato avanti alla Cassazione, un immigrato musulmano ricorreva avverso al rigetto della Corte d’Appello di Brescia circa la richiesta di affido condiviso del figlio naturale, minorenne, accordato invece in modo esclusivo alla ex compagna. Poiché quest’ultima vive ora stabilmente con un’altra donna, il padre sostiene la dannosità di tale circostanza nella crescita del bambino. Poco male se in realtà – come motiva la Corte d’Appello – il bambino aveva assistito a scene di violenza perpetrate dal padre, il quale aveva praticamente rinunciato all’educazione del figlio senza neppure garantire una presenza affettiva. La Suprema Corte ha respinto la domanda dell’attore ammettendo: «il mero pregiudizio che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino, il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale dà per scontato ciò che è ancora da dimostrare, ossia la dannosità di quel contesto familiare» e che tutto ciò debba essere dunque dimostrato. Che l’affidamento alla madre – in questo specifico caso – fosse lesivo dell’ “equilibrato sviluppo del minore” per la Cassazione è un “mero pregiudizio” in quanto “mancano certezze scientifiche e dati di esperienza”. Una scelta – potremmo dire – a favore del male minore e non una sentenza ideologica che apre alla possibilità di adozione da parte delle coppie gay. In molti, tuttavia, hanno letto in quest’espressione una possibilità per le coppie omosessuali affinché venga loro riconosciuto il diritto di adottare un bambino. La Cassazione si astiene – giustamente a mio avviso – dal prendere in considerazione qualunque tipo di studio scientifico, sondaggio e statistica riguardo al tema ammettendo forse che entrambe le tesi possono essere ragionevoli. Ma si sa: in Italia son tutti grandi scienziati e han tutti ragione! Politici, giuristi, opinionisti, cattolici, critici ed intellettuali di ogni sorta, si sono lasciati andare in affermazioni e giudizi che denunciano l’invasione della Magistratura nel campo della politica. Tra le tante osservazioni mosse alla Suprema Corte, si rileva che in barba all’art. 29 della Costituzione, non sia stata riconosciuta la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio e il conseguente diritto del minore ad essere educato secondo i principi di entrambi i genitori. Teoria sulla quale si regge “l’affido condiviso” che costituisce ormai la regola rispetto a quello esclusivo, salvo che quest’ultimo non sia statuito nell’interesse del minore.

Si è parlato – come spesso avviene ai nostri tempi – di una vera e propria rivoluzione antropologica. Ma siamo davvero tutti impazziti? Può la crisi valoriale giungere ad indebolire persino i capisaldi della nostra società? Si diffondono, per fortuna abbastanza lentamente, talune pratiche volte alla filiazione – supportate anche da associazioni che tutelano i diritti degli omosessuali – quale la cosiddetta “gestazione di sostegno”. Per chiarezza facciamo un esempio concreto. Una coppia omosessuale composta da due uomini, decide di volere un figlio. Dei due, quello più giovane, mette a disposizione il proprio seme mentre l’ovulo, preso da una donna donatrice spesso anonima, una volta fecondato artificialmente verrà impiantato nell’utero di un’altra donna, la quale porterà avanti la gravidanza per nove mesi. Terminato il parto, la madre naturale si disinteresserà della creatura e questa verrà riconosciuta solo dal padre. I due uomini, a loro volta, aggirando la legge italiana saranno già divenuti sposi in uno Stato estero laddove sono permesse le cosiddette “nozze gay”. Et voilà: adesso la “famiglia” è al completo. Grazie alla collaborazione di tre individui (un uomo e due donne) avremo un figlio creato in laboratorio: questi, a sua volta, sarà educato da una quarta persona a lui totalmente estranea, con la quale non ha alcun tipo di relazione sanguinea ed in realtà non saprà mai chi gli ha dato metà del suo patrimonio genetico e quale utero – “in affitto” – lo ha messo al mondo. Niente di più sconcertante. Non si tratterà forse di un capriccio? Non siamo di fronte a gravi forme di individualismo e di egoismo genitoriale? La vera rivoluzione antropologica sta proprio qui. Non è più l’omosessualità (per fortuna) a dare scandalo o ancora la battaglia condotta dagli omosessuali per vedere giuridicamente riconosciuti i loro legami affettivi. No, niente di tutto ciò. E’ la crisi dell’uomo circa la propria identità e la propria dignità. “Ma l’omosessualità è una malattia”, “No, è una tendenza”, “Tuttavia non è curabile”, “Ha anche una componente genetica”, “Ma che dici?”, “Dipende da come sei cresciuto”, “Ma che infanzia hai avuto?”, “Omosessuali si nasce…talvolta si diventa”, “Quello sessuale è solo un orientamento”, “Ho ragione io”, “No, sono certo! Grandi studi lo affermano”. Bene, hanno tutti ragione…e lo dico sul serio! Tuttavia, permettetemi di dirlo, il vero pregiudizio è quello di chi ignora millenni di storia dell’umanità, di cultura ed anche il senso comune. Non mi scandalizzo dinanzi ad una coppia gay, non mi meraviglio dinanzi al preteso riconoscimento giuridico della loro unione: mi arresto, però, dinanzi al voler equiparare questa unione al matrimonio – utilizzandone anche lo stesso nome – e ancor peggio dinanzi alla pretesa dei figli, mediante adozione o fecondazioni eterologhe, sì da appropriarsi – erroneamente – del termine “famiglia”. “I figli non sono dei genitori, ma di chi li educa”, “E’ importante esser buoni genitori, siano essi etero siano omosessuali”,  “E’ fondamentale l’affetto che ricevono i bambini”, “Siamo persone come tutte le altre”,  “che male c’è ad amare una persona dello stesso sesso”. Benissimo, anche qui mi trovate d’accordo. Di certo, però, la differenza tra l’uomo e la donna non si limita a quella degli organi genitali, ma c’è dell’altro. Corpo e psiche non sono due entità divisibili, per cui da entrambi scaturiscono elementi che vanno a formare la personalità dell’individuo. Se i nostri corpi sono complementari ci sarà una ragione; e se solamente dall’unione sessuale tra uomo e donna è generata – in modo naturale – una vita umana, la risposta è proprio qui.

Attenzione però, perché di fronte ad espressioni di questo tipo si nasconde in parte una verità. Esistono, infatti, talune famiglie “normali” (n.d.r. le virgolette non sono messe per caso) che fanno acqua dal punto di vista educativo, genitori “normali” (n.d.r. come sopra) che tradiscono le aspettative e i desideri dei loro figli attraverso comportamenti non conformi alla loro funzione affettiva. Ad ogni modo a nessuna creatura dev’essere tolto il diritto di sperimentare la via più naturale che è quella della famiglia. Bisogna mettersi in testa, infatti, che il matrimonio non è un’invenzione della Chiesa, né tanto meno dello Stato. Parimenti la famiglia non è una qualsivoglia unione di individui seppur legati da nobilissimi sentimenti di amore e di affetto. Il matrimonio è un’istituzione naturale ed originaria che perciò precede lo Stato stesso. Così anche la famiglia risponde ad una necessità originata dalla natura stessa, cui tutti siamo irrimediabilmente sottoposti. Che in tutto ciò i credenti riconoscano il progetto salvifico di Dio per l’uomo nella sua integrale dignità non ne inficia il contenuto, anzi lo esalta. Dio, infatti, non toglie nulla al matrimonio e alla famiglia naturale, non impone nulla di diverso, aggiunge piuttosto una particolare grazia originata dal sacramento. Questo dev’essere chiaro. Occorre esprimere con fermezza che la famiglia di cui ci facciamo promotori, ancorché cristiana, vuol’essere una famiglia che risponde alle leggi della natura, vale a dire quella «istituzione fondamentale in ogni società umana, attraverso la quale la società stessa si riproduce e perpetua, sia sul piano biologico, sia su quello culturale» (voce “Famiglia” in enciclopedia Treccani.it). Originata dal matrimonio, la famiglia come società naturale preesiste allo Stato, alla Chiesa e al diritto stesso, sicché possiede diritti inalienabili in virtù della sua valenza antropologica e strutturale. Perciò quanti hanno responsabilità in questa materia, come il potere legislativo e quello giudiziario, non possono e non devono ridurre la portata giuridica dell’istituzione matrimoniale. Così pure tutte le parti politiche devono prestare maggiore attenzione alla famiglia a partire dai suoi individui più deboli. Se lo Stato non difende la vita, che Stato è? Se lo Stato non garantisce la vita più fragile, come il nascituro o il malato terminale, può dirsi davvero “per l’uomo”? Parimenti se non valorizza, promuove e sostiene la famiglia, cellula primaria della società, fondata sul matrimonio tra uomo e donna che donandosi reciprocamente si aprono alla vita per perpetuare il genere umano, chi altri difenderà? Così pure la Chiesa: non stiamo parlando di verità di fede – lo ribadisce continuamente il Papa Benedetto XVI – sono principi che appartengono all’uomo, inscritti nella sua stessa natura, che non richiedono dunque un atto di fede, ma sono immediatamente riconoscibili attraverso la ragione. La Chiesa, difendendo il matrimonio e la famiglia non fa proselitismo né si sostituisce ai doveri della politica, ma lo fa in difesa della dignità dell’uomo, prescindendo dal suo credo e da qualsiasi colore politico. Ma è ovvio: quando c’è di mezzo la Chiesa gli attacchi si moltiplicano e finiscono per allargarsi su vari fronti…talvolta anche a buona ragione!

Tuttavia, in riferimento a questi valori che riteniamo “non negoziabili” cosa siamo chiamati a fare, come Chiesa, nel nostro servizio reso alla Verità? Le comunità cristiane devono innanzitutto prestare attenzione alle richieste di aiuto che provengono da ciascun componente della famiglia. Ciò è possibile dedicando uno spazio fondamentale all’ascolto, interrogandosi ed interrogando le famiglie circa i problemi reali che le affliggono, compartecipando delle loro sofferenze, prestando aiuto ed offrendo soluzioni concrete per la salvaguardia del bene dei singoli e della collettività. Quando un elemento della famiglia soffre ne risente tutta la famiglia; similmente quando una famiglia soffre, soffre tutta la società. In tempi più recenti, purtroppo, anche da parte della Chiesa non c’è stata una sufficiente educazione alla vita coniugale e familiare, tanto che i giovani rabbrividiscono dinanzi all’idea del matrimonio, considerandolo quasi come la fossa della propria libera esistenza. Le nostre comunità parrocchiali fanno acqua da questo punto di vista, i fidanzati non vengono adeguatamente preparati al matrimonio (ma lasciatemi dire che spesso non si lasciano neppure accompagnare…), le giovani coppie coniugate rimangono abbandonate al loro destino talvolta infausto, le famiglie non trovano un posto “privilegiato” nel quale essere testimoni autentici del loro vissuto matrimoniale. Accogliete ed ascoltate i vostri figli – anche quelli che si dicono apertamente omosessuali – cari genitori, insegnanti, sacerdoti, educatori di ogni genere e scoprirete di che male soffrono le nostre famiglie. Ciascuno secondo le proprie possibilità e competenze si adoperi per voler supplire alle mancanze delle famiglie di origine, di genitori snaturati e senza senno, che opprimono anziché aprire alla vita, di sposi che tradiscono la fedeltà verso il proprio coniuge, di fratelli che voltano faccia al proprio fratello, di coppie attanagliate dall’egoismo che vorrebbero il figlio a tutti i costi con la stessa semplicità con cui si può acquistare – anche a rate! – un bene di valore come l’ultimo i-phone, purché io sia al pari degli altri. E quando, ancor peggio, un figlio non è il vero frutto dell’amore tra un uomo e una donna, ma una pretesa avanzata da coppie incapaci di generare in modo naturale, la famiglia ha perso la sua vocazione alla vita. Solo la famiglia sorta col matrimonio tra un uomo e una donna costituisce l’ambito umano più adatto e umanizzante per accogliere i figli, luogo privilegiato degli affetti in cui la presenza di entrambi i genitori è (e speriamo sia sempre così) garanzia di educazione e crescita umana. Pur ammettendo che talune famiglie spesso non sono all’altezza del loro nobile ruolo, ritengo più equilibrato e giusto che un bambino cresca in una famiglia composta da un padre e una madre. Mi chiedo, infatti: perché come figlio – prim’ancora che come cittadino – dovrei accettare di trasformare il concetto di matrimonio e di famiglia che considero fondamentali e irrinunciabili per lo sviluppo integrale della persona umana? E ancora: quale figlio non vorrebbe mai essere nato “da” un padre e “da” una madre? E magari conoscere di quale amore è il naturale frutto, chi è suo padre e da quale grembo è venuto alla luce? Non solo. Chi mai avrebbe acconsentito – se avesse potuto scegliere – di nascere e crescere “con” due padri o “con” due madri? Bisogna tornare a credere di più nella famiglia, perché credere nella famiglia vuol dire credere nell’uomo, nel suo essere maschio e femmina. Nessun pregiudizio, sia chiaro. Al bando l’omofobia, senza riserva alcuna. Distinguere – questa è la parola chiave –, non discriminare. Distinguere significa individuare, riconoscere l’una dall’altra, chiamare ciascuna cosa col proprio nome. Ed è proprio per questo che dico: chiamatela come volete, ma non chiamatela “famiglia”!

*estratto da un contributo ad un convegno sul tema – Roma 2013

 
 
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