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La marcia contro la mafia del 16 febbraio 1983. Da “L’estate che sparavano”

martedì 19 febbraio 2013, 11:17   Attualità  

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giorgio d'amatoPubblichiamo il capitolo relativo alla marcia contro la mafia del 26 febbraio 1983, tratto dal libro “L’estate che sparavano” di Giorgio D’Amato, pubblicato nel 2012.
Su gentile concessione dell’autore.
“Alle 8:30 del 26 febbraio 1983 la campanella suonò ma nessuno oltrepassò il portone della scuola, eravamo sparsi, chi davanti il baretto e chi alla fermata – io mi sentivo molto operativo, ero operativo: sarebbe stato bello avere dei walkie talkie – a quelli alla fermata, a quelli che conoscevo e che non conoscevo, a tutti spiegavo che finalmente si muoveva qualcosa, che eravamo noi la forza dei giovani che si riappropriano del loro futuro… la forza dei giovani.

Ribellione.
Rivoluzione.
Attivismo.
Impegno.
Parlavo con i miei compagni di classe e mi venivano in mente queste parole.
Si avvicinò un’auto, era quella del compagno con i capelli tagliati male. E con il fazzoletto al collo, sempre lo stesso – si parte, gridava. Si parte, ripeterono alcuni della quarta C. Si parte, si parte. Il corteo comincio a muoversi.

Dai cammina, come? Che fa non vieni? Ma che devo venire a fare, mia madre mi aspetta per andare al negozio di articoli sportivi che mi compra la giacca a vento della Brunik, devo andare a ormai per la neve se ne parla tra un anno, cavolo, c’e il corteo, ci divertiamo, tu che fai? Io ho appuntamento con Lella, andiamo alla pineta. Io invece vado a casa, quella di inglese me l’ha detto che domani mi interroga. E tu? Il corteo nonostante le defezioni era numeroso, quelli che c’erano erano accomunati dalla voglia di gridare il loro sdegno contro la mafia, senza paura – lo gridavano e  intanto guardavano negli occhi coloro che incarnavano il tipo del mafioso nel proprio immaginario, e c’era chi lo gridava a chi indossava la coppola, a chi aveva baffi e basettoni, a chi guidava una Mercedes, qualcuno lo gridava a dei poliziotti e chi a una siepe di fichidindia. La gente si affacciava dalle finestre e dai balconi e si chiedeva se c’era più  mondo a questo mondo che i ragazzi sfilassero gridando che la mafia e una piaga. Restava perplessa – i ragazzi sono giovani, si divertono a fare striscioni, ad alzare la testa, sbagliano ma poi con l’eta crescono e mettono la testa a posto, cambieranno. O cambiano o cambiano.

E il corteo intanto avanzava lungo il corso costeggiato di negozi, salumerie, edicole, pollerie e tabaccai.
Mamma mamma sai chi c’è?
c’è la mafia nel ritrè,
tira giù la catenella
e la mafia non c’e più.
In testa al corteo c’era il ragazzo con tanti capelli tagliati male che teneva un megafono, accanto a lui la sua ragazza – quella un po’ stampella – a suggerirgli frasi a effetto. Il ragazzo con tanti capelli tagliati male gridava e cantava e tutti gli altri dietro a fare coro.

Raggiunta la fine del corso il corteo si incamminò per i valloni, una strada lunga tre chilometri che porta a Casteldaccia – i valloni tagliano terreni coltivati a limoni e arance – c’era il sole e faceva caldo e chi camminava solo in camicia, chi in maglietta e chi invece la maglietta se la toglieva e la metteva per bandana. Il verde degli alberi era stridente e i limoni grossi gridavano prendimi e mangiami, allora i ragazzi raccoglievano i limoni e un po’ li mangiavano e un po’ li tiravano addosso alle ragazze che urlavano cretino e poi li tiravano a loro volta – i tre chilometri dei valloni sembrarono niente che quando il corteo arrivò a Casteldaccia si senti catapultato in un bianco/nero d’annata di vecchi seduti e pance a catenaccio di case poco intonacate e lame di barbiere e per un momento si senti abbagliato: la gente chiudeva le porte, tirava le tende, calava le serrande, metteva catene e lucchetti. I mariti gridavano alle mogli non affacciate e le mogli gridavano ai mariti stai attento, le madri afferravano i bambini, li stringevano al grembo, gli coprivano gli occhi. Ci volle qualche minuto prima che i ragazzi in testa al corteo reagissero e il primo a farlo fu il ragazzo con tanti capelli tagliati male che col suo megafono cominciò a gridare:

Ucci ucci sento odor di mafiosucci Ucci ucci sento odor di mafiosucci,
caro antonio prima una poi due poi dieci cento mille volte

Ucci ucci sento odor di mafiosucci
Ucci ucci sento odor di mafiosucci,

prima piano, poi a mezza voce, a tutta voce, a squarciagola, a scoppiapolmoni. Con tutto il cuore.
Le mura poco intonacate, i vetri, le tende, le serrande furono investiti dalla voce del corteo che copri radio, televisori, i rosari sommessi, le chiacchiere di bottega, le avvertenze delle sarte alle ragazze, i rimproveri dei padroni ai garzoni, i consigli dell’impiegato  di banca, i pensieri ad alta voce di chi giocava a carte nei circoli ricreativi.

Ucci ucci sento odor di mafiosucci
Ucci ucci sento odor di mafiosucci.

E il corteo si infilava di tenia tra i mille intestini del paese di omertà e di muri a vivo e non c’era via che non echeggiasse del coro dei ragazzi in protesta – ognuno di loro si sentiva felice di fare qualcosa, di dire la propria contro anni e anni di baciamano, onore, rispetto, faide e morti ammazzati. I ragazzi del corteo si sentivano vivi e quella giornata era una pagina di libro di storia fatta dei propri nomi, uno per ogni rigo di quaderno, da leggere studiare e imparare a memoria, tutti i nomi di chi per primo aveva avuto il coraggio di attaccare il potere occulto che stroncava figli di famiglia e parenti e chiunque intralciasse traffici loschi. I ragazzi del corteo ci credevano e lo gridavano a tutti quelli stipati dentro le case e i circoletti, ai giocatori di carte, ai fumatori di pipa, agli sputatori di piazza, ai bevitori di passito, ai contadini a spasso e ai coltivatori diretti. Il ragazzo con tanti capelli tagliati male gridava e rideva invasato, la ragazza stampella era raggiante e anche lei gridava e rideva ed era felice di fare la lotta e sapeva bene quello che voleva e cioè quella massa di capelli neri tagliati male, con cui organizzare la rivolta sociale nelle giornate di cielo azzurro e di limoni stridenti.

Il corteo avanzava e passava davanti alle case di quelli importanti, di quelli meno importanti, dei pesci di canna e di quelli morti ammazzati, passò da via Allò, lento tra i balconi chiusi – lo sentirono anche quelli e quelle che si erano tirati in casa il parente morto ammazzato mentre pigliava il fresco una sera d’agosto –, passò davanti al bar di mio zio, c’era pure don Ciccio. Mi tirai fuori dalla mischia, Letizia dietro di me, e li andai a salutare, prima mio zio e poi don Ciccio. Questa è una mia compagna di classe. Guarda chi c’è, tuo nipote, disse don Ciccio, te lo dicevo io, questo è pericoloso, e intanto guardava Letizia. Mi misi a ridere, e solo un’amica, dissi. Mio zio prese diecimila lire, una pasta con la crema e mi disse vattene che poi ti perdi i tuoi amici; i tempi cambiano, che certe volte cambiano pure in meglio, il problema è ma queste certe volte, quali sono? Questa cosa la disse mio zio forse don Ciccio, in ogni caso non mi parve che ebbe seguito che io e Letizia eravamo già usciti e riconquistavamo la testa del gruppo dove c’erano tanti altri nostri compagni… tanti? cinque o sei. Il corteo intanto saliva più in alto e percorreva il giro del furriato, il percorso che attraversa la parte alta del paese e poi riporta in piazza; chissa in quanti erano nascosti e sentivano i ragazzi gridare contro di loro. Le case erano chiuse, il paese spettrale manco ci fosse stato lo scirocco. Il corteo ritorno in piazza e poi passo per via Lungarini e da lontano grido pure a quel posto dove era stata lasciata la 127 rossa con la sorpresa dentro e passo pure davanti alle case di tanti altri morti, di killer, di latitanti, di famiglie di carcerati messe a stipendio, di uomini combinati e di esattori di guardianie, di spacciatori di droga, di sostenitori dei vecchi valori e detrattori delle nuove evoluzioni, di ladri di vespe e ladri di banche, di poste e di galline ruspanti, il corteo passava e ovunque passasse la strada cambiava colore, le facciate delle case cambiavano colore, le tende delle porte cambiavano colore, i vestiti appesi, le facce di chi stava dietro le persiane e di quelli che guardavano la televisione e che tendevano l’orecchio alla finestra, quelle parole le sentivano rivolte a loro, e avrebbero voluto affacciare, gridare, insultare i ragazzi ad alta voce ma tutti ingoiavano saliva, ingrossavano bubboni privi di sfogo. I ragazzi gridarono forte, gridarono a tutti, gridarono finchè ci fu voce e finchè ci fu sole per poterlo gridare, gridarono finchè si fece tardi e la fame e l’orologio ricordarono che era ora di pranzo. Poi non gridarono più. La fame si sa, manda a fanculo tutte le ideologie, amunì a mangiare che la pasta mi aspetta.

Il corteo si sciolse e per terra rimase qualche limone stridente, di quelli rubati e lanciati per gioco, il piacere di avere saltato una.

caro antonio
giornata di scuola dentro una pagina di calendario, il foglietto con le linee guida di chi voleva fare un discorso e poi lascio perdere.

≪L’avete scannata la mafia?≫.
≪Papà lascia perdere≫.
≪L’hanno capito i mafiosi che voi siete piu forti perchè gridate?≫.
≪Papà lascia perdere≫.
≪Qualcuno li ha detti i nomi di quelli che comandano da queste parti?≫.
≪Papà lascia perdere≫.
≪Allora passami il piatto che le triglie te le pulisco io≫.”

 

 
 
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