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Bagheria. La strage del 25 dicembre 1981, è diventato un libro. Ecco uno stralcio

sabato 13 aprile 2013, 09:12   Attualità  

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pistole 11E’ diventato un evento letterario, uno degli episodi più sanguinosi che si sono verificati nelle strade di Bagheria: la strage del Natale del 1981.
Quel 25 dicembre, alle 11,00, circa, tre auto inseguirono  tra le strade di Bagheria e gli occupanti spararono all’impazzata.
Alla fine vennero uccisi Giovanni Di Peri, boss della famiglia di Villabate,  Biagio Pitarresi e un uomo che stava uscendo di casa, Onofrio Valvola.  Pare che il commando, composto da uomini della cosca  di corso dei Mille, capitanati da Filippo Marchese, finiti i colpi, rapirono e uccisero in seguito Antonino Pitarresi.
La strage di natale ha provocato un’altra vittima: il dottore Paolo Giaccone, ucciso l’11 agosto 1982, per non avere voluto falsificare una perizia su uno degli assassini.
Quella storia tragica, adesso è un racconto, scritto dai componenti del laboratorio “Tutta colpa della maestra” guidato da Giorgio D’Amato (nella foto sotto) e composto anche da Federico OrlandoValeria BalistreriPeppaAntonella TarantinoEliana MacrìIsabelle HerveRosalba Scurti e Giorgina D’Amato.


Il libro “TCDM – Strage di Natale – Villaggio Maori Edizioni “ sarà presentato venerdì 19 aprile ore 18,30 alla libreria Interno 95 di via Dante. Oltre agli autori, ci sarà anche Gianfranco Scavuzzo.

giorgio d'amatoPer gentile concessione degli autori, pubblichiamo uno stralcio.

“Il giorno di Natale che cadde il 25 dicem­bre del 1981, io che santifico le festività alle ore undici in punto stavo mescolando il sugo di carne: mi ero alzata che ancora era notte per mettere il tegame sul fuoco, deve cuocere assai lui, così stringe; e quel giorno mi succes­se una cosa che mai in trent’anni che faccio ragù e falso magro: la cipolla non si voleva imbiondire – ha buttato l’acqua, pensai, e ora gli porta sapore amarostico – e invece, tutta in una volta, si stava bruciando che meno male che avevo l’occhio pronto: subito misi i pez­zi di carne e poi l’estratto di pomodoro, due boccali di acqua calda e finalmente mi affac­ciai, che gli occhi mi andarono subito sulla 127 azzurrina di quello che sta a primo piano che parcheggia sempre a malo posto: con tutto lo spazio che ha l’aveva messa proprio davanti lo sbocco della via Trento nella via Lanza, e per me fu fatale questa posteggiata davanti le sa­racinesche, che verso le undici, quando arrivò la macchina bianca di quelli che furono am­mazzati – misericordia di Dio scappava come una gatta pregna inseguita dai cani, pure che si salva, i figli gli muoiono dentro la pancia -, si andò a scaraventare sulla fiancata: il rumore! pareva quando cadono le pentole dello stipet­to, ma le pentole cadute non erano due o tre, erano almeno cento e con il coperchio. Io fui costretta ad affacciare, che potevo fare?, ma non riuscii a vedere tutta la scena perché suc­cedevano troppe cose contemporaneamente – ci volevano dieci occhi, due non bastavano. Quello che guidava aprì lo sportello e si mise a correre, due passi fece che si trovò per terra: lo presero di spalle, forse in pieno. E poi ce n’era uno che rimase in macchina perché non arrivò ad uscire, non lo so se era intrappolato tra i se­dili oppure, secondo me, si voleva nascondere, macché, quelli aprirono lo sportello che erano furbi – si capisce che erano professionisti – e ci spararono pure, senza pietà, che gli rimasero i piedi di fuori: aveva delle bellissime scarpe a polacchino messe manco da una volta. Poi il terzo, che brutta fine avrà fatto! – così mi ha detto la signora che abita al piano di sotto, ma di più non si è aperta, noi per natura cerchia­mo di essere persone riservate, buongiorno e buona sera, poi ognuno si tira la porta di casa.

Il giorno di Natale che cadde il 25 dicem­bre del 1981, mentre guardavo tutta la scena di quelli che venivano ammazzati, ce ne fu uno, che era seduto accanto il posto di guida, che uscì dalla macchina e si mise a bussare alle por­te chiuse gridando aiuto, fatemi entrare, aiuto mi vogliono ammazzare. L’unica porta aperta era quella della faccia di veleno che ha rovina­to un quartiere, di sopra ha troppo ipocrisia. Quello bussava alle porte e si trovò di fronte la faccia di veleno – la dovreste vedere la do­menica in Chiesa, appena è ora di mettersi in fila per la santissima comunione: lei già lo sa quando è il momento, scatta e si mette la pri­ma, e poi, tutta soddisfatta guarda a destra e a sinistra come se a lei ora gli tocchi la parte mi­gliore del corpo di Cristo, il filetto. Lei la faccia gli stracambiò – me lo ha detto la signora del piano terra che abita di fronte a lei e che si vide la scena dalla persiana ma con le scalette mezze calate – gli diventò di cemento e con una forza che c’è da dove la prese – io lo so da dove – gli chiuse la porta in faccia. Quelli che erano lì per ammazzare, dissero che erano rimasti senza cartucce, che facciamo di questo?, e uno di quelli rispose portiamocelo. Dice che il ter­zo, quello che si voleva salvare, fece una faccia che manco una mano di ducotone e cominciò ad afferrarsi alle cose come un polpo che non vuole entrare nella pentola, ma io questa cosa non l’ho vista bene, che il sugo stava stringen­do e avevo tutti i vetri appannati.”

 

 
 
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