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Il superlatitante Matteo Messina Denaro 2 anni fa era a Bagheria

lunedì 8 luglio 2013, 00:30   Cronaca  

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Matteo Messina DenaroPoteva essere arrestato. Anche lui. L’ultimo dei boss dell’era stragista, l’erede di Riina e Provenzano, il superlatitante Matteo Messina Denaro.
Il boss trapanese, due anni fa, infatti, pur essendo ricercatissimo, girava tranquillamente per le strade Bagheria, a bordo di un Suv di colore scuro, guidato dal proprietario di un ristorante della zona. I vetri oscurati non bastarono per nascondere la verità: quello a bordo era proprio l’ultimo grande padrino di Cosa Nostra.

Per questo, i carabinieri si impegnarono per arrestarlo. Venne predisposto un posto di blocco per far sì che il suv venisse fermato e Messina Denaro ammenettato. Eppure, quel giorno, un’auto staffetta salvò il boss. In quell’occasione, infatti, un fuoristrada identico a quello su cui viaggiava il capomafia giunse davanti ai carabinieri e, lì, speronò un’auto, creando pertanto un diversivo che permise a Messina Denaro di fuggire indisturbato.

Questo episodio è contenuto negli esposti che i marescialli dei carabinieriSaverio Masi e Salvatore Fiducia hanno consegnato agli inquirenti. In essi, i due uomini dell’arma denunciano i loro superiori, colpevoli, secondo loro, di aver intralciato le indagini e ostacolato la cattura dei boss Provenzano prima e Messina Denaro dopo.

Gli ufficiali che devono rispondere a queste accuse sono sei. Denunciati perconcorso in associazione mafiosa, favoreggiamento personale aggravato dall’articolo 7 e omissione di atti d’ufficio. Tutti reati gravissimi su cui ora il procuratore aggiunto di Palermo, Teresi, sta indagando. Proprio a lui sono stati infatti raccontati anche altri episodi, non contenuti negli esposti, partendo proprio dalla mancata irruzione nel rifugio di Riina, nel 1993. E di come Provenzano potè trascorrere tranquillamente la sua latitanza nei casolari di Montagna dei Cavalli per anni, pur essendoci numerose testimonianze, già 5 anni prima della cattura, secondo cui si nascondeva lì.

Nello specifico, il maresciallo Masi ha anche ricordato di quando, presso la dimora di un consigliere provinciale dell’Udc, Giovanni Giuseppe Tomasino,arrestato nell’ambito di un’indagine su appalti truccati, uno dei superiori diede ordine di non sequestrare il pc in cui il politico nascondeva documenti non solo sugli appalti, ma anche riguardanti Salvatore Cuffaro. (articolotre.com)

 
 
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