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Operazione “Bucatino”. Arrestate anche 2 persone di Bagheria e Altavilla (foto)

venerdì 4 aprile 2014, 11:03   Cronaca, PhotoGallery  

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diaCi sono anche Pietro Giuseppe Flamia, 54 anni, di Bagheria e Piero Umberto Centineo, 58 anni di Altavilla Milicia, fra gli arrestati, nel corso dell’operazione di oggi della direzione distrettuale antimafia, chiamata Bucatino.
Gli altri arrestati sono Francesco Centineo, 30 anni (già detenuto),  Maurizio De Santis, 49 anni, di Palermo, Giovanni De Santis, 35 anni, di Palermo, Francesco Li Candri, 35 anni, di Palermo e Rita Salerno, 42 anni, di Palermo.
L’operazione è stata condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Palermo, coordinati dalla locale Direzione Distrettuale Antimafia (Procuratore Aggiunto Leonardo Agueci, Sostituti Procuratori, Caterina Malagoli e Francesca Mazzocco). L’ordinanza di custodia cautelare è stata  emessa dal G.I.P. presso il Tribunale di Palermo Fernando Sestito.
Gli arrestati risponderanno, a vario titolo, dei reati di estorsione, rapina e lesioni personalicon l’aggravante di avere commesso il fatto con metodo mafioso, ovvero avvalendosi della forza di intimidazione connessa a un sodalizio di tipo mafioso e delle condizioni di assoggettamento ed omertà da essa derivanti.

 

 

(Nelle foto Dall’alto, da sinistra  verso destra: Francesco Centineo, Pietro Umberto Centineo, Giovanni de Santis, Maurizio de Santis, Pietro Giuseppe Flamia, Francesco Li Candri, Rita Salerrno)

La vicenda
Nel maggio del 2012, i titolari (un uomo di Bagheria e la sua compagna) di una società di trasporti della Provincia di Palermo subivano il furto di un rimorchio, contenente materiale destinato ad un grosso rivenditore di elettrodomestici, per un valore di 168.000 euro. La contestuale sparizione del sistema di localizzazione satellitare faceva venire meno la copertura assicurativa gettando i due imprenditori nello sconforto. Nel corso di una cena al ristorante “Il Bucatino”, gli imprenditori, disperati, confidavano l’accaduto ai titolari di fatto del locale (Maurizio De Santis e Giovanni De Samtis).
Maurizio De Santis, vantando una sua affiliazione alla famiglia di Palermo Centro, si offriva per il recupero della merce e prospettava una protezione futura in cambio del pagamento di 15.000 euro a Natale e 1.500 euro al mese dal gennaio 2013.
Il De Santis, inoltre, ostentava la sua vicinanza all’allora reggente del mandamento Alessandro D’Ambrogio, di cui evidenziava la caratura criminale lasciando chiaramente intendere che l’intera provincia di Palermo doveva far riferimento a lui.
Convinti che avrebbero potuto subire altri furti, i due imprenditori accettavano l’offerta consegnando a Maurizio De Santis, in tre tranche, la somma di 15.000 euro e, sospettando che a far sparire il carico di elettrodomestici fossero stati i loro dipendenti, gli chiedevano di attivarsi per il recupero. Quest’ultimo, in compagnia del figlio Giovanni e di altri due soggetti, si recava a Termini Imerese, presso la sede della ditta, dove picchiava violentemente gli autisti ritenuti responsabili della sottrazione.
Per tale vicenda, nel dicembre 2012, i due imprenditori venivano tratti in arresto. Le dichiarazioni da loro rese all’A.G. di Termini Imerese consentivano di accertare le responsabilità di Giovanni De Santis e Maurizio De Santis che, pertanto, venivano colpiti da ordinanza di custodia cautelare in carcere per i delitti di sequestro di persona e lesioni personali.
b.   L’attività intimidatoria dopo la scarcerazione dei due imprenditori.
Dopo la scarcerazione, Maurizio De Santis, il figlio Giovanni e la moglie Rita Salerno iniziavano una pressante azione intimidatoria nei confronti dei due imprenditori, pretendendo, a titolo di risarcimento danni per l’arresto subito, la somma di 200.000 euro.
In particolare, nel febbraio 2013, Rita Salerno si recava a Bagheria, presso l’abitazione dove gli imprenditori si trovavano agli arresti domiciliari, e li minacciava dicendo loro che se non avessero pagato sarebbero stati uccisi perché “sbirri” e responsabili della chiusura del ristorante (“Il Bucatino”) da cui era derivata un grosso danno economico.
Nel giugno 2013, nei pressi di Piazza Unità di Italia, le vittime venivano bloccate dai De Santis i quali, profferendo minacce di morte, ribadivano la richiesta di 200.000 euro, da consegnare entro una settimana a titolo di risarcimento.
I due imprenditori, spaventati, si impegnavano a soddisfare la pretesa, chiedendo una dilazione per poter pagare l’intera somma, ma riuscivano a pagare solo 7.000 euro.
c.    L’incontro presso il bar di Bagheria. La sottrazione dell’autovettura e le minacce di morte.
Il 20 luglio 2013, i due imprenditori venivano convocati per un appuntamento chiarificatore in un bar di Bagheria. Ad aspettarli, oltre a Maurizio e Giovanni De Santis, trovavano Pietro Flamia il quale, ritenendoli responsabili di quanto accaduto ai De Santis, intimava agli imprenditori di provvedere al pagamento dei 200.000 euro.
All’appuntamento i De Santis giungevano in compagnia di una decina di  persone a bordo di scooter.
In quel contesto, un malfattore strattonando una delle vittime le intimava di vendere tutto ciò che possedeva, a iniziare dall’autovettura.
Giovanni De Santis apriva il giubbotto, mostrava una pistola, minacciava di morte le due vittime edopo aver strappato di mano a una di esse le chiavi dell’autovettura, si allontanava a bordo del veicolo.
Particolarmente intimoriti dalle minacce i due decidevano di lasciare la Sicilia per qualche tempo.
d.   La mediazione di Umberto Centineo
Nel settembre del 2013, le vittime, rientrate in Sicilia, venivano nuovamente bloccate per strada e minacciate da Maurizio De Santis che rinnovava la precedente richiesta di pagamento.
Nell’ottobre successivo, si inseriva nella vicenda un nuovo personaggio, Umberto Centineo (padre di Francesco Centineo, detenuto poiché tratto in arresto nell’ambito dell’operazione Argo del maggio 2013) il qualefacendo leva sul ruolo mafioso del figlio Francesco, esternava alle vittime di essere a conoscenza della loro vicenda tramite il figlio che, dal carcere, aveva fatto sapere che, se i suoi familiari fossero stati assunti quali autisti, avrebbe potuto intercedere per fare chiudere la vicenda e fare addirittura restituire l’autovettura oggetto di rapina.
Gli imprenditori, convinti di poter risolvere definitivamente la questione, assumevano Umberto Centineo e il figlio quali autisti e, qualche giorno dopo, consegnavano a Umberto, a titolo di prestito,  1.400 euro per il pagamento delle spese legali del detenuto.
e.    La minacce di Li Candri e la vendita di un autocarro.
Trascorso qualche giorno dall’assunzione, si delineava ancora più chiaramente il vero ruolo del Centineo. Quest’ultimo, infatti, comunicava alle vittime che, poiché dagli atti processuali della vicenda di Termini Imerese era chiaro che i De Santis erano stati arrestati a seguito alle loro dichiarazioni, era doveroso risarcirli almeno dei 32.000 euro pagati per le spese legali.
A quel punto, esausti per le continue vessazioni subite, i due imprenditori dicevano che avrebbero denunciato il tutto, ma il Centineo replicava facendo presente se lo avessero fatto sarebbero dovuti sparire da Palermo. Quindi, proponeva loro di andare da un’altra persona, indicatagli dal figlio, che avrebbe potuto dare una mano a risolvere il problema. E così, il giorno dopo, li accompagnava presso un’agenzia di pulizie di Corso dei Mille, da tale Francesco Li Candri.
Questi, con arroganza, faceva uscire fuori dagli uffici la donna  e, rivolgendosi al compagno, gli diceva che doveva dare i soldi a De Santis e non importava in che modo se li fosse procurati.
L’incontro si concludeva con le ennesime minacce di morte.
Le vittime, spaventate, erano costrette a svendere un camion e a consegnare la copia degli assegni ricevuti, per un importo di 30.000 euro, al Centineo, affinché li mostrasse al Li Candri e, solo quando veniva loro detto che quella somma non era sufficiente per chiudere la vicenda, comprendevano che sarebbero potute “uscire” da quella terribile situazione soltanto denunciandola.
f. L’acquisto dell’attività commerciale “la dispensa di Monsù”.
Per meglio lumeggiare la figura di Maurizio De Santis e quella del figlio Giovanni appare significativa la vicenda relativa all’acquisto dell’attività commerciale denominata “La dispensa di Monsù”, poi divenuta “Il Bucatino”.
Nel gennaio 2012, infatti, Maurizio De Sabntis, tramite due prestanome, rilevava per 50.000 euro l’attività commerciale dalla precedente titolare.
La contrattazione, dapprima si svolgeva normalmente ma, presto, assumeva contorni preoccupanti, in particolare quando gli acquirenti facevano pressione sulla donna per velocizzare la conclusione della compravendita e, soprattutto, per eliminare dal contratto una  clausola di esclusione di responsabilità per una causa civile intrapresa nei confronti della venditrice da una comproprietaria dell’immobile.
Nel gennaio del 2012, la vicenda assumeva connotazioni drammatiche quando Maurizio e Giovanni De Santis, accompagnati dai due prestanome, si recavano sotto casa della donna e picchiavano violentemente il suo ex compagno, rompendogli addirittura il setto nasale.
(Fonte ufficio stampa carabinieri Palermo)

 
 
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