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E’ stato ricordato il bagherese G.Battista Mineo che nel 1944 salvò 209 persone

martedì 24 giugno 2014, 11:02   Cultura  

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gianni-mineo-partigiano1-300x260E’ stato ricordato sabato 28 Giugno, il bagherese, Giovan Battista Mineo, ex sergente dei carristi, a Chiassa Superiore, ad Arezzo, sarà ricordato con una manifestazione ufficiale, dopo avere salvato, insieme ad un commilitone, Giuseppe Rosadi, ben 209 civili, ostaggi dei tedeschi, nel giugno del 1944.
La storia, che abbiamo raccontato sul nostro sito il 16 giugno 2013.
Alla Chiassa Superiore si è tenuta una solenne cerimonia.
Ha preso parte il Sottosegretario alla DifesaOn. Domenico Rossi, oltre ad autorità, rappresentanti di associazioni combattentistiche e d’Arma.
Nel corso della manifestazione è stata scoperta una lapide commemorativa nella Piazza della Chiesa e di intitolazione del Parco Pubblico ai Partigiani: Sergente Carrista Giovan Battista Mineo (classe 1921, di Bagheria – PA) e Giuseppe Rosadi (classe 1923, della Chiassa- AR).

giuseppe-rosadiPer ricreare meglio l’ambiente in cui avvenne l’eroico episodio, il Registro Italiano Amici dei Lampeggiatori Blu Storici (R.I.A.L.BluS.) è stata organizzata una parata di auto civili e militari coeve.
Nell’occasione, è stata presentata  una pubblicazione che ricostruisce le avvincenti vicende, che videro quali eroici protagonisti Giovan Battista Mineo e Giuseppe Rosadi:  Vite in cambio di Santino Gallorini.

Ecco di seguito la storia.
Il 26 giugno 1944 – una banda partigiana autonoma di ex prigionieri di guerra slavi, fuggiti l’8 settembre ’43 dal campo di concentramento di Renicci (Anghiari – AR), fermò a raffiche di mitra un’auto della Wehrmacht e prende prigioniero il colonnello Maximilian von Gablenz, assieme al suo aiutante.
Il 27 giugno – il comando tedesco di Arezzo ordinò un imponente rastrellamento, che condusse alla segregazione, nella chiesa della Chiassa Superiore, di centinaia e centinaia di persone, fermate tra Giovi, Ponte alla Chiassa, La Chiassa e Ponte alla Piera. Un ultimatum impose la restituzione del colonnello e del suo aiutante entro il primo pomeriggio del 28 giugno, pena la fucilazione degli ostaggi e l’incendio di tutte le abitazioni della vasta area. Intanto, le donne incinte e con figli piccoli vennero rilasciate. Secondo i documenti tedeschi, rimasero in chiesa 209 prigionieri.
Il 28 giugno – quando tutto stava per precipitare e si rischiò una strage, i partigiani italiani, della XXIII Brigata garibaldina “Pio Borri”, chiesero di rilasciare il colonnello, che era nelle mani di una banda di slavi, che l’aveva rapito.
Chi fermò la  strage fu il bagherese Giovan Battista Mineo, un ex sergente dei Carristi, in forza alla Scuola Allievi Ufficiali di Arezzo, datosi alla macchia l’8 settembre ’43 e diventato un sottotenente partigiano della XXIII Brigata.
Mineo, che si era infiltrato tra i “repubblichini” dell’U.P.I. di Arezzo, aveva un lasciapassare, che lo identificava quale informatore. In questa veste si presenta alla Chiassa, al locale comando tedesco, poco prima che inizino le fucilazioni.
Mentre le esecuzioni vennero sospese, Mineo venne portato al comando di Arezzo e dopo una trattativa, ottenne una dilazione dell’ultimatum di 24 ore. Nella notte, venne accompagnato con un blindato tedesco, sulle montagne sopra la Chiassa ed iniziò un lungo viaggio a piedi, alla ricerca della banda slava.
Il 29 giugno – Giovan Battista Mineo riescì a trovare il partigiano russo, che comandava la banda dei sequestratori del colonnello e del suo aiutante. Dopo lunghe e laboriose trattative, riescì a farsi consegnare i due tedeschi. Assieme a Giuseppe Rosadi, della Chiassa, iniziò la lunga marcia verso il paese, mentre il tempo passava velocemente.
Sia il colonnello von Gablenz che Mineo, si resero conto che in quelle condizioni non ce l’avrebbero fatta ad arrivare prima che inizino le fucilazioni. Il colonnello scrisse su un biglietto un ordine di sospensione e poi lo consegnò a Mineo. Questi, affidati i due tedeschi al Rosadi, partì a cavallo verso la Chiassa, poi dovette correre a piedi, perché il cavallo si azzoppò. È sopra il paese, quando si sentirono distintamente gli ordini imperiosi, che davano inizio alla strage. Iniziò ad urlare, venne sentito dai tedeschi, che fermarono le esecuzioni e andarono incontro a Mineo che, arrivato alla chiesa, consegnò al locale comandante il biglietto di von Gablenz.
Gli ostaggi vennero lasciati in chiesa, nell’attesa del ritorno del colonnello. Poco tempo dopo, un grido: “Il colonnello! Il colonnello!”.
In tanti, tra gli ostaggi di allora, ricordano Giuseppe Rosadi che arrivò con colui che rappresentava la loro salvezza.
Il colonnello ordinò che tutti fossero rilasciati, nonostante forti resistenze di certi suoi subalterni. Ordinò anche che Mineo e Rosadi potessero andarsene liberamente.
Mentre i 209 ostaggi – tra cui lo stesso parroco, don Elia Bindi – uscivano verso la libertà, ci fu chi iniziò a suonare freneticamente le campane della chiesa, a festa!
Lo stesso 29 giugno 1944, mentre a Civitella in Val di Chiana, a Cornia e a San Pancrazio, si spengevano gli incendi e si piangevano gli oltre 200 trucidati, alla Chiassa si festeggiava lo scampato pericolo. E il merito va ai due giovani partigiani: Giovan Battista Mineo e Giuseppe Rosadi.

Nelle foto: in alto Giovanni Mineo   a Bologna nel 1941 e sotto Giuseppe Rosadi, nel
1953, con la moglie e la figlia Luana

 

 

 
 
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