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Bagheria morì d’improvviso

domenica 20 luglio 2014, 11:07   L'Opinione  

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Antonino-Pintacudadi Tonino Pintacuda

 Cosa resterà di me, del transito terrestre?
Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita…
Franco Battiato, Mesopotamia

Bagheria morì d’improvviso, una mattina d’inverno. Morì in silenzio, così come sempre aveva vissuto, stanca di essere nominata nei telegiornali con la stessa presentazione, fotografata sempre di profilo, vecchietti sullo sfondo a giocare a carte.
Morì che tutti eravamo distratti, accecati da amore o persi ad inseguir lucertole sui muretti di tufo.
A poco servì l’università di Palermo in una delle ville seicentesche. Ancora meno quando si decise di dipingere il centro storico con murales dai colori belli e vivi. La città si spense a poco a poco, con la peste che covava aspettando i topi.
Ci provarono quelli degli striscioni sgrammaticati ma niente, tutte le proposte si arenavano e scoppiavano al sole, implodevano. Si piegavano, girasoli al contrario: invece di seguire il moto della stella gialla, i bagheresi sempre più al fondo, nel buio dei fondaci coi sorci verdi che i nonni usavano per terrorizzare i nipoti.
Davanti a un bar del corso, il garzone continuava a gettare manate di sale, a scacciare il lercio dai pavimenti lastricati di belle e inutili intenzioni. Non servivano i comizi e nemmeno andarsene era una soluzione. E così, anno dopo anno, la città sembrava sempre più il set di un film di zombi barcollanti.
La fine mi sembrò più vicina quando andai in pensione.
Per anni avevo provato a smuovere le coscienze. Cercavo di svegliare i più giovani dal torpore che s’era già portato via pure i miei figli. Tutti mi dicevano che ero pazzo, che lottavo contro mulini a vento. Che le parole erano più inutili dei legnetti del gelato, che almeno quelli servivano a togliere la merda dalle scarpe. Ma quei cervelli erano troppo giovani per avere già provato quell’impermeabilità alla speranza che ci accomuna tutti, quelle anime ancora non intossicate dal nostro disamore tetro e coriaceo.
Almeno un manipolo dei miei studenti ce la farà, ne sono certo. Smuoverà questo stagno putrido prima dell’estrema unzione.
Non ci credo che tutti questi discorsi non abbiano trovato manco un grammo di cuori giovani e teneri in una generazione. Io insegno da quando erano ancora permesse le scudisciate sui palmi. E la mafia può farmi uno shampoo allo scroto coi suoi silenzi e le sue mezze parole. O può pure cacciarsi una piantagione di zucchine per il culo. Che Binnu la bestia sanguinaria gestisca pure la caduta delle foglie d’autunno! Lui andava sino a Monreale solo per vedere correre i cavalli, tornandosene sotto il suo cielo trapunto di stelle a vivere dei nostri sogni e delle nostre speranze.
Lo possiamo capire solo noi che cos’è la mafia, che Hollywood ne ha fatto un melodramma sul fatto che qui è una pagina d’opera per ogni questione. I picciriddi zitti e muti con le ossa rotte oppure fanno una reazione appena li tocchi che se la sognano pure tutti gli incornati per San Firmino. Quelli che non piangono, li tirano su con una logica elementare, dicendogli che la vita va fottuta prima che ti fotta. Che devono campare tutti, che, chi può, fa i soldi ma sino a un certo limite. Perché tutti devono mangiare.
Me lo ricordo ancora: dovevo registrare mio figlio, il mio primogenito. Ci vado lo stesso giorno in cui mia moglie me l’ha dato dopo dieci ore di travaglio. Trovo la scrivania vuota. E vuota è pure la sedia dell’usciere. Ripasso l’indomani e uguale. Qui cosa sia un déjà vu immobile manco abbiamo bisogno di spiegarlo. Si ripresenta ogni giorno uguale, che non ti meravigli se una situazione la rivivi all’infinito. Al terzo giorno capii pure io. Anzi, me lo fecero capire: se non ci mettevo in mezzo almeno diecimila lire mio figlio non sarebbe mai stato registrato.
Qua mica che puoi decidere di pisciare controvento. Lo fanno solo loro, sulla tomba tua e dei tuoi ideali.
Mi illudo di vedere segnali di fumo. Sono solo le emissioni di azoto che rilasciano le ossa macinate sbiancate al sole. Ogni mattina esco di casa presto, prima che la città organizzi la sua vita nell’intervallo tra due caffè.
Esco e prendo una copia del giornale, me lo leggo prima di pranzo. Lo sconforto lo vedo uguale in tutto il mondo. Solo che qui lo sconforto è già rassegnazione, la rassegnazione è angoscia e l’angoscia è morte.

***

Bagheria vista dall’alto non ha prospettiva. Ha perso la sua forma di chitarra che partiva dai Tre Portoni nobili e finiva nella Villa dei Mostri, sconciata dai piani regolatori che approvavano di notte. Chi cercava di limitare i danni spariva dentro le vasche d’acido. Nino Giuffrè la cantava campo di sterminio, lo lasciano parlare perché la mafia si sta di nuovo evolvendo.
Ne ho conosciute due di metamorfosi.
Mi rivedo piccolo, arrivo a malapena alla maniglia del portone di una villa di periferia. Sono con mia madre. Sul portone c’è un battente a forma di leone. Mi faceva una paura… E mia madre era andata lì, da don Santo. Mio padre era in Marina, veniva ogni sei mesi e ci aveva affidati al suo padrino di battesimo, uno di quei galantuomini all’antica.
Vivevamo ancora nella casa del corso, quando i bagheresi si conoscevano tutti, capaci di ricostruire genealogie dei bevitori di caffé del bar Aurora. Come gli Ebrei.
Se non l’ha scritta Mosè, la Bibbia di sicuro l’ha scritta un siciliano. Tutti quei Davide figlio di Giosafatte, figlio di Zebedeo… Fanno ancora così le vecchie nonne, quando le nipoti si azzardano a presentarle il ragazzo. Loro si giurano amore eterno a colpi di sms ma non resistono alla prima cena in famiglia. Perché se non sei cresciuto qui, non lo capisci l’importanza che ha il tuo albero genealogico.
Quanto è spiazzante la domanda: a chi appartieni?
Pure io mi sono dovuto sorbire la trafila, mia suocera arrivò a parlarmi di antenati di cui mio nonno non sapeva i nomi. Le luccicarono gli occhi quando capì che anch’io ero bagherese da otto generazioni, il minimo, per essere uno di loro.
Perché di bagheresi veri ne sono rimasti pochi. La borgata è diventata paese, il paese è diventato prima comune, poi città e nelle facce dei sessantamila abitanti è difficile ritrovare quei lineamenti e quella parlata che ci rendeva unici. Una nenia leggera, le vocali dilatate, la u onnipresente e quel senso di superiorità nei confronti pure dei palermitani. D’altronde i bagheresi erano stati servitori dei signori del Barocco che si facevano la villa, la decoravano con follie di tufo e si facevano poi vedere in mutandoni. Quando hai visto il principe di Palagonia seminudo, magari col batacchio smosciato, non puoi non sentirti superiore.
Ora Bagheria è un groviglio di promesse mancate, una matassa di strade che conducono in mezzo al nulla, coi tondini di ferro che arrugginiscono al sole. Vedi quei fossili di calcestruzzo e pensi che magari nei pilastri a cui t’appoggi c’è uno, cancellato dalla vita perché aveva sgarrato e non aveva voluto riparare. Torti e riparazioni e si va avanti.

***

Il leone ruggì e venne Don Santo in persona, alto sino al cielo con il cappello in testa che si levò per salutare mia madre. C’era un prepotente che voleva per soverchieria bucarci il tetto e mettere la sua canna fumaria. Mia madre e mia nonna gli avevano chiesto gentilmente di evitare. Niente, quello ci bucò il tetto e quando pioveva la nonna doveva mettere un tegamino. Faceva un rumore infernale. Ti sentivi la testa picchiettare da quello stillicidio. Ci pensò Don Santo a raddrizzare il torto. Non so come, ma nemmeno due giorni dopo che eravamo andati a squietare il leone, la canna fumaria non c’era più e avevamo un nuovo tetto impeciato.

***

Funzionava così. Tutti filavano dritto, nessuno s’ammazzava più per i confini nei campi. Tutti si salutavano, gli uomini a lavorare e le donne non avevano da temere per i loro figli che si attardavano. Lo Stato assente era stato egregiamente rimpiazzato. Chi non s’adeguava semplicemente spariva. Poi arrivarono gli anni Ottanta e il sangue che macchiava i marciapiedi. E mia nonna faceva sempre la stessa cosa: chiudeva le persiane e alzava il volume della televisione. E se i miei figli non tornavano a casa prima di sera prendevano tante di quelle sculacciate da non potersi sedere per tre giorni.
Ho visto gente decapitata prima di pranzo, assassini che si inginocchiavano sul sagrato della Madrice ad aspettare e poi un colpo solo. Dritto al petto.
La gente non camminava più sino all’alba, le case ora venivano chiuse con grate alle finestre. Il primo marocchino per la prima volta a trent’anni, prima non venivano. E ora c’è un intero quartiere che pare un pugno di kasbe, durante i loro festeggiamenti ammazzano un vitello in mezzo alla strada e le grida della bestia le senti entrarti in testa.
Non rimpiango i vecchi tempi. Non posso farlo dopo aver saputo quanto costava quella pace. Troppe ossa sbiancate.
E la città vista in volo pare essersi contratta e poi esplosa, le betoniere hanno riversato calcestruzzo dove c’erano campi di limoni e gelsomini. Di notte le fondamenta e la mattina dopo c’erano già decine di carpentieri a tirar su pilastri. Due settimane per una palazzina.
Ci donarono pure uno svincolo autostradale, le macchine che vengono da Palermo cozzano inevitabilmente con quelle che a Palermo vogliono andare. Code chilometriche, bestemmie che fanno impallidire e i vigili rifugiati al Comando tra macchine bruciate. Nessuno dice nulla, nessuno vede nulla. Tutti ciechi, sordi e pure muti.
Sono anni che ho perso ogni speranza. Da quando hanno fatto esplodere un pezzo di autostrada e il Giudice che tornava a casa si vede la strada sparire, l’asfalto in polvere. Una catastrofe che hanno avvolto nelle lenzuola. “Le loro idee cammineranno sulle nostre gambe”. Le lenzuola, sempre le lenzuola. Che prima stendevamo per far vedere che la nostra sposa era arrivata illibata. Prima le verginità perdute, ora le speranze, sempre sulle lenzuola. Vecchi sudari. Dove il Giudice perse la sua battaglia hanno messe un doppio obelisco. Una doppia minchia di pietra che si incula il cielo.

***

Gli incubi m’hanno tenuto sveglio, masticandosi pure quelle poche ore che sono riuscito a restare a letto. Ripensavo al padre gesuita che mi ha cresciuto. Mi aveva conquistato con le storie dei santini. Mi piaceva su tutte quella di San Tarcisio Martire, il ragazzo che si fece uccidere per l’eucaristia, una storia bella, con l’amore che si raggruma sino all’estremo sacrificio.
Volevo fare la stessa cosa per la mia città, per vederla affiorare, piano piano, senza fretta.
Era uno di quei pomeriggi che pure le mosche si lasciano cullare dall’aria che soffia lenta al centro della stanza, i cani fanno finta di sognare e corrono nel sonno. Io sono lì, sulla poltrona a cantare qualche aria di Mozart. La musica si propaga, gonfia l’aria della stanza. E aspetto solo che le fette di vitello si scongelino. Se mi concentro riesco pure a sentire il ghiaccio che si scioglie e scivola sull’acciaio. Goccia dopo goccia, assieme al sangue che ritorna liquido nei solchi di quell’ammasso di proteine nobili. Un colapasta capovolto tiene lontano le mosche.
Ecco che mi hanno lasciato in eredità questi sessant’anni: un mondo di ricordi da pettinare nella solitudine del pomeriggio, quando tutti dormono. Sono stanco. Una vecchiaia da bucapalloni non me la concederanno. È finito pure il latte, devo andare al supermercato, l’unico che hanno lasciato in piedi. Ci hanno provato gli altri ipermercati a metter radici e il racket ha atteso, con pazienza di ragno. Finite d’avvitare le ultime lampadine, ha chiesto il pizzo e ha ricevuto un no secco dai milanesi. La stessa sera dell’inaugurazione le fiamme. E anche stavolta nessuno ha parlato.
Giro tra gli scaffali e lascio perdere tutte le cose che mi piacciono. Il medico all’ultima visita mi avrebbe tolto pure tutti i dolciumi, il rischio del diabete senile l’ho preso a cannolate. Quello stesso pomeriggio sono andato a Piana degli Albanesi e sulla sponda del lago, con i modellini di aeroplano che mi volteggiavano sulla chierica, ne ho addentati quattro, di quelli grossi.
Il latte lo mettono in basso, dove relegano le uniche cose davvero utili, il resto ti riempie la vista coi colori bislacchi delle confezioni ipercaloriche.

***

E ora dicono che nascosto nell’alito del mare c’è un male sconosciuto. Soffia il vento e i bagheresi della costa piangono e i loro nasi sanguinano, alcuni svengono. È un crescendo. L’anno scorso è toccato ai gerani, se li è mangiati un cancro strano, dall’interno. Tutti: quelli bianchi, quelli rossi, quelli imporporati. Divorati da dentro, fuori sembravano solo più mosci ma ti bastava schiacciare il fusto per ritrovarti una buccia vuota, annerita e annientata. È successo a tutti i gerani, in ogni zona di Bagheria. Il male è aerobico, la fotosintesi clorofilliana ha rilasciato ossigeno in cambio di quella morte terribile. Non lo so se è la stessa cosa che sta accadendo sulle rive di Aspra, la frazione marinara.
Era bella Aspra, negli anni Sessanta, quando correvo su e giù lungo il rettilineo che collega Bagheria alta col mare di Mongerbino. Correvo da Santinuccia, quando ancora c’era l’aria buona e lei andava a passare le vacanze lì. Mio suocero affittava una casa sul lungomare e io finivo di lavorare e andavo a trovarli, per passeggiare tra le barche colorate di azzurro, di rosso e d’arancione.
I bagheresi di Aspra chiudono le finestre, sigillano ogni pertugio, cercano inutilmente di difendersi dal nulla che li mangia. Ma non possono vivere intabarrati in casa. Pure le mascherine non servono. Il vento soffia dove vuole, soffia la sua malattia nei polmoni nostri e di tutta la città. Prima hanno violentato la costa con i liquami neri della fabbrica delle sarde salate, poi hanno cercato di porvi rimedio.
Mi chiedo se lo stesso male non covi nelle pietre delle ville. Guardate un concio di tufo: è dello stesso giallo dei limoni, duro, al suo interno sono rimasti imprigionati fossili di mare. Conchiglie e paguri, vestigia di ere geologiche ormai perdute nella sabbia. E ora il mare alita morte. Una morte lenta, basta pensare a quello che è successo ai gerani. Commisurando i metabolismi, il mare respirerà per altri vent’anni e poi anche noi scoppieremo, mangiati da quel carbonchio che viene dalle tombe di Atlantide. Un filare di morte, cadaveri in decomposizione. Le barche marciranno al sole, il legno si riempirà di termiti e ritornerà polvere. Andremo a concimare quella terra che s’è bevuta il sangue di un’intera generazione. Falciata via dalla mattanza. Moriranno i giusti e gli iniqui, moriranno pure i sogni e il loro lievito.
Di notte la città respira, la notte porta via lo smog. I giovani si nascondono, seduti a cavalcioni sui muretti di tufo. Stanno lì, non sanno più come si buccia un fico d’india senza beccarsi le spine. Sanno milioni di altre cose ma disconoscono l’origine di quell’insoddisfazione che sentono pulsargli in corpo. È la memoria perduta e ferita, la pace del papavero che i loro genitori hanno cercato di passargli per sopravvivere.
Dimenticano sempre più cose: i soprannomi che qui si appiccicano a tutta una famiglia come una condanna, le ingiurie dei tempi, i soprusi quotidiani che si ritraggono di fronte a quelle novità a cui ci pieghiamo solo quando stanno per svanire.
Prima lo facevo spesso, prendevo la Vespa e andavo a trovare i compagni del Collegio. Salivo sino al santuario della Madonna della Milicia. Lì con Calogero si parlava dei tempi passati, quando i sogni erano ancora aguzzi, pronti a lacerare il futuro di sughero e pomice.
Mi ritrovavo nelle parole di Calogero: anche lui si sentiva irrimediabilmente attratto dalla Sicilia. Aveva provato a far fortuna lontano ma poi tornava sempre più spesso e solo qui, malgrado tutto, si sentiva a casa. Diceva che io avevo più forza di volontà, che sapevo portare a termine un progetto. Perché, a differenza sua, avevo scelto di restare dall’inizio. Era vero, non ho mai creduto che solo chi parte riesce. Mi sembrava troppo comodo. Lasciare il campo alla prima difficoltà è l’andazzo che fa seccare presto ogni animo.
Se ero nato a Bagheria dovevo finire qui. Questa era l’unica cosa che sapevo. Potevano pure continuare a chiudermi le porte, riagganciarmi il telefono in faccia, bruciarmi la macchina e impiccarmi il cane. Non ce l’avrebbero fatta.
I pochi anni che mi restano li spenderò qui e li spenderò bene. Sfiorerò anch’io uno scampolo d’eternità, come Socrate che rinunziò a quei pochi anni che restavano per non rinnegarsi. Sempre più spesso i politici, come i calciatori cambiano casacca. Oscillano come pendoli impazziti, inseguono il loro tornaconto, dimenticando che la gente ripone cieca fiducia anche nel numero dieci di una squadra di calcio.
E poi arriverà la pioggia, e il morbo se ne andrà. Forse aspetterà solo un’altra estate per portarci via la vita, almeno quella che conosciamo noi.

***

Bagheria decise di morire una mattina d’inverno, morì così come aveva vissuto.
E io morii con lei.

 

 
 
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