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La mafia pensava di uccidere Di Matteo anche nella sua residenza a Santa Flavia

martedì 16 dicembre 2014, 14:14   Cronaca  

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di matteo 1Il giudice Antonio Di Matteo poteva essere ucciso anche nella sua residenza estiva Santa Flavia.
A dirlo è il collaboratore Vito Galatolo che oggi ha consentito di arrestare Vincenzo Graziano.
Il pentito parla quindi delle fasi preparatorie dell’attentato, ed in particolare di una riunione, svoltasi i primi di dicembre del 2012, tra boss per discutere dell’attentato contro Di Matteo. Secondo Galatolo, “l’intento di organizzare l’attentato al dottore Di Matteo non e’ mai stato messo da parte; una volta -racconta- ne parlai con Vincenzo Graziano… ed avevamo pensato di posizionare un furgone nei pressi del Palazzo di Giustizia ma non ritenemmo di procedere perche’ ci sarebbero state molte vittime. Pensammo anche, data la disponibilità della famiglia mafiosa di Bagheria, di valutare se procedere in località Santa Flavia, luogo dove spesso il dottore Di Matteo trascorre le vacanze estive”.
Gli inquirenti da alcuni giorni cercano i 100 chili di tritolo arrivati dalla calabria per uccidere Di Matteo.

“La presenza di 100 chili di tritolo sul territorio palermitano rende ancora attuale, a mio avviso, il pericolo dell’attentato nei confronti del dottor Di Matteo“. A parlare è il neo-pentito Vito Galatolo verbalizzate il 14 novembre scorso e inserite nel decreto di fermo del boss Vincenzo Graziano, emesso stamane dalla Dda di Palermo. Secondo il collaboratore, Graziano custodiva il tritolo che Cosa nostra aveva acquistato in Calabria per compiere l’attentato. La Procura di Palermo, però, non contesta al padrino fermato accuse specifiche relative  ai piani di morte contro Di Matteo, sui quali non ha competenza essendo coinvolto un magistrato del distretto.
Nell’interrogatorio di novembre, Galatolo ha parlato di alcuni summit effettuati nel 2012 per pianificare l’attentato nei confronti del pm Nino Di Matteo: “Andai ad una riunione in corso Tukory… Erano presenti oltre me Vincenzo Graziano, Antonino Lipari, Girolamo Biondino, Alessandro D’Ambrogio, Silvio Guerrera. Dopo una presentazione di rito rimanemmo solo io, Graziano, D’Ambrogio e Biondino… qua il Biondino, riprendendo la lettera che gli fu inviata da Matteo Messina Denaro, disse che bisognava fare un attentato al dottore Di Matteo perché, come già detto, stava andando oltre e ciò non era possibile anche per rispetto ai vecchi capi che erano detenuti”.
Prosegue ancora il racconto del neo-pentito:  “In occasione della stessa riunione, nei pressi di corsoTukory, decidemmo di dare una risposta affermativa a Messina Denaro e decidemmo anche, vista l’impossibilita’ di quest’ultimo ad approntare il denaro necessario, di esporci economicamente per la preparazione e dell’attentato. In particolare io mi impegnai con 360.000 euro mentre le famiglie di Palermo Centro e San Lorenzo, si impegnarono per 70.000 euro. L’esplosivo sarebbe stato acquistato in Calabria da uomini che avevano della cave nella loro disponibilità e trasferito a Palermo. Dopo seppi che Biondino definì l’acquisto dalla Calabria di 200 chili di tritolo e, una volta arrivato a Palermo  circa 2 mesi dopo la riunione, fu affidato a Vincenzo Graziano. L’esplosivo, che io vidi personalmente in occasione di una mia presenza a Palermo per dei processi -sostiene Galatolo- era conservato in dei locali all’Arenella nella disponibilita’ di Vincenzo Graziano ed era contenuto in un fusto di lamiera e in un grande contenitore di plastica dura. Sopra questi bidoni vi era uno scatolo di cartone con all’interno un dispositivo in metallo della grandezza poco piu’ piccola di un panetto. All’interno era composto da tanti panetti di colore marrone avvolti da pezze di tessuto”.

 

 

 
 
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