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L’estate del 1992

domenica 19 luglio 2015, 09:11   L'Opinione  

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marco pomardi Marco Pomar

Il 19 luglio del 1992 avevo 26 anni. A 26 anni in alcuni stati africani sei già padre di tre figli, in Italia sei a casa dei genitori in attesa di lavoro. E io non sono nato in Africa. Vivevo, come adesso, a Palermo, cresciuto giocando a pallone per strada respirando monossido di carbonio e ascoltando le voci, gli odori e le paure di una città teatro di una guerra.

Più di cento morti ammazzati l’anno non sono un numero per le statistiche: diventano normalità, come saggiamente urlava il venditore del quotidiano pomeridiano: “Morti ammazzati, L’Oraaaa!”. Ma nulla sarà peggiore, per la nostra coscienza civica, o quello che ne rimaneva, del 1992.

La strage di Capaci aveva scioccato la città. Non era il primo omicidio eccellente, eclatante e sensazionale, eppure qualcosa era stato diverso. La mafia non si fermava davanti a nulla, non esitava a sventrare un’autostrada intera con tutto quello che ne conteneva. Non avevamo nulla da invidiare ai peggiori Stati sudamericani, l’impotenza delle istituzioni in quei giorni era tristemente evidente. Avevamo paura.

Avevamo paura per Paolo Borsellino, lo vedevamo esposto, obiettivo naturale della successiva mattanza, quasi fosse impossibile salvarlo. E purtroppo senza quasi. Io stavo con Gabriella. Anzi no. Eravamo lasciati, in quel periodo. Era una storia che non decollava, eppure stentava anche a morire. Lei abitava in Via D’Amelio, una strada sconosciuta ai più, destinata a diventare una delle più famose del mondo.

La tragedia mi colse a Mongerbino, dove villeggiavo. Le prime notizie confuse, un’altra bomba a Palermo, zona Fiera. E poi i dettagli che temevamo: erano di Paolo Borsellino e della sua scorta i pezzi di corpi sull’asfalto di quella strada chiusa, colpevolmente lasciata senza alcuna protezione. Scoprii a 26 anni che si può piangere per la morte di persone che non avevo mai visto, con un dolore mischiato alla rabbia. Piangevo per me, innanzitutto, per la sofferenza di vivere in quello che mi sembrava, quel giorno, il peggior posto del mondo. Con un nemico invisibile, che poteva avere la faccia di chiunque incontrassi per strada, il tabacchino, il pescivendolo, il padrone di quel bar, il ristoratore arricchito all’improvviso.

Ecco, era una guerra impari, con le divise da una parte sola. Piangevo per impotenza, piangevo per un destino che sembrava già scritto, individuale e collettivo. Pensai che in quell’attentato avrebbe potuto morire Gabriella, che abitava nel palazzo accanto. In realtà avrei potuto morire anche io, citofonando come aveva fatto Paolo. La nostra vita è affidata al caso, appesa al filo del destino, di Dio o chi per lui. Non sopportavo che questo filo lo gestisse la mafia, che fosse il nostro dio, con licenza di vita e di morte. E poi c’erano i se. Se la via D’Amelio fosse stata chiusa alle automobili, se quel giorno Borsellino non fosse passato da sua mamma, se, se, se.

Forse in un universo parallelo Paolo Borsellino non sarebbe stato ucciso, e avrebbe continuato le sue indagini, arrestato delinquenti e sconzato piani. O forse, tanto per seguire l’inutile “sliding doors” del destino, sarebbe stato assassinato una settimana dopo, con altro spargimento di sangue, vite e corpi, innocenti come lui. Avevo ventisei anni, i problemi di un giovane di quell’età più il surplus palermitano, rappresentato dalla mafia in tutte le sue declinazioni.

Da quel giorno qualcosa è cambiato, in me come in gran parte dei cittadini onesti. È saltata in aria anche l’indifferenza, l’egoismo, forse in parte anche la paura. Non era più tempo di vie di mezzo, se non stavi di là, dovevi fare qualcosa. È montata da quel giorno un’indignazione collettiva, una rabbia costruttiva, la voglia di cambiare lo scenario, di alzare la testa, che tanto in guerra puoi morire con una pallottola vagante, allora meglio morire da eroi. Fecero seguito mesi, anni, nei quali si palesò la condizione per cui lo Stato non era altro da noi, era finito il tempo delle deleghe. Purtroppo la marea umana di indignazione, la voglia di scendere in piazza, di tenerci per mano, durò soltanto una stagione. Eppure da quel seme qualcosa è germogliato, forse non sufficiente ma certamente non inutile. E la mafia, come ben sapevano Giovanni e Paolo, ha una fine, come tutti. Grazie Paolo. Per quello che hai fatto in vita e per quello che abbiamo capito dopo.

pubblicato su www.dipalermo.it

 
 
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