f Il "mio" gruppo San Cataldo | LaVoceDiBagheria.it

Bagheria ha la Sua Voce. La Voce Di Bagheria | LaVoceDiBagheria.it
Portale di news ed informazione della Città di Bagheria

Bagheria ha la Sua Voce. La Voce Di Bagheria. Portale di news ed informazione della Città di Bagheria

Il “mio” gruppo
San Cataldo

giovedì 6 agosto 2015, 18:15   L'Opinione  

Letture: 1.917

toti-damicodi Salvatore D’Amico

Da Aiello a Zaso decine e decine di nomi di ragazzi dai dodici ai sedici, diciassette, diciotto anni. I personaggi di questa storia erano belli, meno belli, bassi, alti, biondi, bruni, magri… quasi tutti, grassi… pochissimi, simpatici… quasi tutti, allegri… quasi tutti, tristi… pochissimi, disponibili… quasi tutti, lagnusi… pochissimi, invidiosi… nessuno, prepotenti… nessuno, presuntuosi… nessuno, violenti… nessuno, astiosi… nessuno, desiderosi della donna dell’altro… nessuno, eravamo tutti masculi, desiderosi delle cose dell’altro… nessuno, ciò che era mio era degli altri, Amici… Tutti!
Sembrerebbe l’inizio di una storia di fantasia, se inserita nella realtà odierna e invece è esattamente il contrario: una storia reale nata e vissuta tanti lustri fa.
Quanti lustri fa? Ognuno si faccia i conti per se.
Come, giustamente, dice il buon Carlo, il GSC nacque nell’aprile del 1968, quando Fratello Fiorenza invita i Burios e… Ma scusami, Carrù, allora devo credere che dal 1960 al marzo del 1968 quella compagnia di amici che frequentavamo Villa San Cataldo viveva così, per caso o solo per giocare? Non è così che si svolsero i fatti.

Quando superai per la prima volta le colonne poste all’entrata di Villa San Cataldo, la Casa dei Gesuiti, nnè Parrini, per capirci meglio, ho capito non proprio subito, ma dopo appena pochi giorni, uno o due, che non era solo una sala giochi, non era solo bigliardino, carambola, ping pong, tennis, basket, calcetto, allegria e spensieratezza, come qualche amico, già frequentatore di quei luoghi, mi aveva fatto immaginare.
No! Assolutamente no! E la prima prova l’ebbi quando, un pomeriggio, il primo o il secondo, non ricordo, in attesa di cimentarmi con gli altri in una delle mie prime vere partite col ‘pallone di cuoio’, Fratello Fiorenza ci preparò sopra al tavolo di ping pong carta e colla da utilizzare per foderare una montagna di libri, le cui copertine mostravano il peso degli anni.
“Ma noi siamo venuti qui per giocare” all’unisono Enzo ed io.
“Cos’è che siete venuti a fare qui?” Fratello Fiorenza.
“Siamo venuti per giocare, non per lavorare!” ripetemmo.
“Allora ve ne potete andare, fuori!” il piccolo, grande Biagio.
E ce ne andammo, senza voltarci indietro, fra gli sguardi pieni di stupore degli amici presenti. Fu una decisa, ma capricciosa, presa di posizione da parte di due bambini   che, fino a qualche giorno prima avevano frequentato soltanto le aule scolastiche e le  rispettive terrazze di casa. Non fu una bella notte quella, mi sentivo rimbombare nella mente quelle parole di Fratello Fiorenza e mi chiedevo ‘perché mi sono rifiutato di fare ciò che tanti altri, con allegria, stavano facendo?’ Ma, nello stesso tempo, con stupida rabbia, mi domandavo ‘perché anche gli altri non si sono ribellati come me e hanno accettato di fare quel lavoro, addirittura continuando a ridere e a scherzare?’

Forse, anzi sicuramente, è stata la prima volta che, piccolo Toti, mi sono reso conto di avere sbagliato, io, abituato a vincere sempre e comunque, avevo capito cosa significasse frequentare Villa San Cataldo, i Gesuiti, i Parrini.
E il ricordo dei volti sereni e allegri di tutti gli amici che, senza mostrare insofferenza, come Enzo e me, incollavano quella carta sulle copertine dei libri, mi faceva sentire male per la vergogna, ma bene allo stesso tempo, perché, il vero senso, il vero valore della parola ‘amici’ era entrato nel mio ancor acerbo cuoricino.
Certo sarebbe stata dura ripresentarsi davanti al buon Biagio, ma ancora di più, temevo, farmi accettare da coloro che avevo mal giudicati, considerandoli quasi traditori.
Comunque la mattina seguente mia madre ricevette una telefonata da… indovinate chi? Fratello Fiorenza, il quale le disse: “Dica a suo figlio se oggi pomeriggio può scendere”. Non aggiungendo altro.
Mi presentai e le parole che mi disse confermarono le mie convinzioni notturne.
Ancora meglio compresi i miei errori quando fui accolto dagli… amici.

In appena due giorni trascorsi in quell’ambiente avevo conosciuto e compreso il significato di una frase: ‘un gruppo di amici’. Ecco quando, caro Carlo, per me è nato il gruppo di amici di Villa San Cataldo, col quale sono cresciuto, che mi ha educato, che mi ha preparato per il futuro, che mi ha insegnato il rispetto per gli altri.
Non crediate che a casa non abbia ricevuto valori o insegnamenti, al contrario, ma questi mancavano di un fattore determinante nel difficile percorso educativo che mi avrebbe portato alla completa maturità: ‘la convivenza con altri soggetti’, nel mio caso, in particolare, non i compagni di scuola che, a quei tempi, visto il rigore dei maestri, già e soprattutto alle elementari, in un modo o nell’altro dovevi rispettare e non capivi, quando finiva la parola compagno, se iniziava la parola amico, ma proprio tutti quelli che, senza costrizioni, come a scuola, mi si presentavano come amici vecchi e nuovi. E tali sono rimasti per me, tutti, vecchi e nuovi uniti in una sola  parola: Amici. L’amicizia era rappresentata dal saluto, ciao, non ricordo ci fosse la consuetudine dell’odierno bacio. Ci si baciava quando uno di noi partiva per un viaggio e basta. Non si sentiva la necessità di esternare così apertamente i propri affetti; ma qui ci può essere anche un’altra spiegazione, logica per quei tempi: eravamo tutti maschietti, ci volevamo bene come veri amici, ripeto, ma in tutti noi vigeva un timore  particolare, quello di essere additati come ‘diversi’, se mai avessimo dato a qualcuno l’impressione di essere un tantino… effeminati! Ma vedrete, come cambieranno usi e costumi, quando entreranno i primi guai… le donne!
L’amicizia era stare bene con tutti, certo c’era sempre l’amico del cuore, quello che più degli altri sentivi vicino. Ma a Villa San Cataldo, con tutti gli impegni di gioco, con i continui cambiamenti di compagni, non avevi tanta possibilità di fare coppia sempre con uno degli amici in particolare. Qualche volta, uscendo da scuola, mi fermavo al circolo della Stella Rossa, dove, sempre con lo stesso compagno, facevo qualche partita al calcio balilla. Scusate, ma perché qui c’è tutta questa confusione, si dicono tante parolacce, si sentono tante urla? Non dovrebbero essere tutti amici tra di loro? Ma noi nnè Parrini ci comportiamo così? Non mi pare. E vedete, io e il mio compagno, anche se nello stesso locale in cui si trovano altri giovani, abbiamo un atteggiamento non conforme al loro stile. Il merito di chi è? No, nessuno a Villa San Cataldo, da Fratello Castronovo fino al Padre Rettore, ha dovuto usare la frusta o altri mezzi coercitivi per inculcare in noi un minimo di educazione. Educati già lo eravamo, a casa, qui, dai Gesuiti ci siamo migliorati, non tanto presenziando alle domenicali riunioni che teneva Fratello Fiorenza, ma, semplicemente, integrandoci in quell’ambiente, fatto di serenità e di serietà, non di bigotteria, come qualcuno poteva pensare: ‘va bè, sunnu parrini!’ Certo c’era qualche padre che, in modo particolare, mostrava apertamente il suo ruolo nei confronti dell’Onnipotente, ricorrendo a giri di paroloni pieni di rabbia contro i peccatori e a minacce contro chi avesse sbagliato.

Ma, la maggior parte dei Padri Gesuiti che ho avuto il piacere di frequentare, era rappresentata da uomini, in carne ed ossa come noi, che mai ho sentito, durante una predica o una riunione con giovani, alzare i toni della voce per affermare i propri principi. Che voce usciva dalle labbra di Padre Calderone! Un omone di un metro e ottanta e oltre sicuramente, era inversamente proporzionale alla sua imponenza: dolce, soave, delicata, ma decisa e forte al contempo. Per me era un piacere partecipare alle riunioni tenute da Padre Calderone. Non cercava di convincerti, ti spiegava i misteri della vita, con parole semplici e carezzevoli.
A volte succedeva di passeggiare con lui nell’allora favolosa villa, fra l’odore della zagara o l’aroma di rosmarino. Si parlava di tutto, non necessariamente o solamente di religione, fede e così via, ma gli piaceva ricordare i tempi passati, come, dove e con quali aspirazioni avesse trascorso il suo periodo di noviziato, quanto poco amante fosse stato di giochi, tipo calcio o altri, ma anche quanto del suo tempo libero avesse  dedicato e allora ancora dedicasse alla lettura. Non era un caso incontrarlo mentre andava su e giù per i viali e i corridoi della villa con un libro aperto e, sorridendo ti invitava ad accompagnarlo nel suo passeggio, discorrendo su svariati argomenti, notando certi atteggiamenti dei novizi di Villa san Cataldo, già allora, sospirando, ben vedeva e, inconsciamente, sottolineava quanta evoluzione, quanta differenza, facendo un paragone con quelli che furono i suoi tempi,  fosse in atto nei comportamenti e nella abitudini di quei ragazzi. Ma la sua emozione diventava palpabile, gli occhi gli si inumidivano, quando parlava dei suoi genitori, specialmente di quella volta che, ancora ragazzo, comunicò alla sua mamma la sua scelta di seguire quella voce che lo esortava ad intraprendere quel percorso che lo avrebbe portato a vivere con grande amore il suo sogno di prete fanciullo.

Padre Adelfio, altro Gesuita, altro ‘uomo’. Se lo avessi incontrato in un qualsiasi luogo, lungo una qualsiasi via di Palermo, di Roma, di Napoli, fuori da Villa San Cataldo, senza quel collare che, a stento, gli compariva sotto il colletto della camicia grigia, mai in quel viso, in quell’atteggiamento, in quell’andatura avrei riconosciuto ‘il Padre Adelfio Gesuita’. Simpatico, socievole, allegro, dinamico, coinvolgente, attraente, non disdegnava di cimentarsi con i ragazzi in tenzoni a colpi di carte da… poker: ramino, scala quaranta e, se per uscirne vittorioso era necessario, non esitava a ricorrere a qualche trucchetto più o meno lecito, distogliendo, con inimmaginabile maestria e inaspettata destrezza, l’attenzione degli avversari dalla schiera di carte scartate presenti intorno al mazzo. Non si giocava per soldi, ma solo e soprattutto   per il piacere di trascorrere qualche oretta in piacevole compagnia, anche di Padre Adelfio e poco importava se alla fine vinceva lui, magari ‘utilizzando’ in modo alquanto ‘malandrino’ metodi poco ortodossi, aggiungerei anche poco leciti.

Ma quando impersonava il suo naturale ruolo, Padre Adelfio, nonostante certe apparenze ne alterassero alquanto l’immagine di Gesuita e soltanto Gesuita, con naturalezza e mostrando quanto sani e veri fossero i principi che lo avevano indotto     a scegliere quella particolare strada, riusciva a coinvolgere noi tutti con discorsi e argomenti di semplice comprensione, alla portata di tutti e, soprattutto, per niente stancanti o gravosi per le nostre giovani menti.
Al contrario! Fratello Fiorenza, non volermene, le tue conferenze non mi piacevano! La verità la vuoi sapere? Eccotela! Partecipavo perché altrimenti tu non mi avresti fatto giocare! Con quegli occhi iniettati di sangue, non per la rabbia, assolutamente no, ma perché, infinitamente buono e laborioso, passavi la notte del sabato a cucire i palloni per noi e poi, alle riunioni, guardandoci uno per uno, negli occhi, cercavi di convincerci con le tue parole a seguire la ‘voce di Dio’. Ma, ti ripeto, perdonami la franchezza, io, parlo per me, io mi stancavo, non riuscivo a seguirti, aspettavo solo che il tuo orologio al polso segnasse l’ora x, l’ora di giocare. Sarà anche il fatto che sceglievi un brutto orario per tenere queste riunioni, forse se avessimo trovato una collocazione temporale diversa, ti avrei ascoltato con più attenzione. E una piccola nota: sapevi ‘ricattarci’. Come? Semplice, ‘chi non viene alla riunione, non può giocare’. Scusami, Padre Calderone e Padre Adelfio non hanno mai dovuto ricorrere  a simili stratagemmi Però, a pensarci bene, non stavi mai un attimo fermo, eri sempre in movimento, dovevi curare tutte le nostre attività e cercare sempre di organizzare ogni cosa al meglio, perché era proprio questo il tuo primario fine: farci sentire bene e soprattutto sereni.

Biagio caro, sei stato un grande, sono sicuro che tu, al governo del nostro paese, sapresti risolvere l’ottanta per cento dei problemi che tanto affliggono il popolo italiano, ma un ti firasti a tirari fuora di nuatri mancu un…  parrinu! Ci hai provato un po’ con tutti, ma è andata così.

 
 
© Riproduzione riservata

 

 

 

 

Commenta l'articolo

Commentando questo articolo accetti le nostre regole e le nostre condizioni.