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Bagheria. La prefazione di “Tecnocrazia e Politocrazia” di Nicolò Benfante

martedì 6 ottobre 2015, 08:56   Cultura  

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libro benfanteSi presenterà domani, mercoledì, alle 17,30, a villa Villarosa, il nuovo libro di Nicolò BenfanteTecnocrazia o Politocrazia?
Interverranno: Prof. Massimo Cocchi Vicepresidente della Società Italiana di Biologia Sperimentale – Accademico dei Georgofili
Prof. Antonio Purpura Ordinario di Economia Applicata, Università degli Studi di Palermo – Assessore dei Beni Culturali e all’Identità Siciliana, Regione Siciliana
Prof. Fabio Gabrielli Preside della Facoltà di Scienze Umane e Ordinario di Antropologia filosofica dell’Università L.U.de.S. – Lugano
Prof. Avv. Alfredo De Filippo Dipartimento delle Scienze Giuridiche e Sociali dell’Università L.U.de.S. – Lugano
Prof. Nicolò Benfante Dottore Commercialista e Revisore Legale – Autore del libro
Dott. Fabrizio Escheri Presidente dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Palermo
Dott. Dario Misuraca Dottore Commercialista e Revisore Legale
Dott. Giovanni Lucchese Senior Manager Banca Mediolanum

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo la prefazione di:
 Prof. Fabio Gabrielli, Preside della Facoltà di Scienze umane e Ordinario di Antropologia filosofica dell’Università L.U.de.S. – Lugano.
Prof. Avv.  Alfredo De Filippo Dipartimento delle Scienze Giuridiche e Sociali dell’Università L.U.de.S. – Lugano

                               Il limite come cura della politica

Nicolò, la lettura del tuo saggio mi ha datomodo di percorrere strade del mondo dove l’itinerario della politica appare come un fiume carsico. Fiume che emerge, in alcuni tratti (tempi), con tutta la sua purezza, là ove l’uomo si eleva,nel suo stare al mondo, con coraggio verso il culmine della sua umanità, sprofondando lo sguardo in segni, enigmi, vissuti diversi ed inaspettati, eppure meravigliosi, per poi inabissarsi nel fondo oscuro, perdendo la capacità di contenere la politica nella “giusta misura”, smarrendo l’obiettivo di calibrare in modo armonico il rapporto uomo-politica.

Ecco ciò che appare dallo scritto dell’Autore: un’attenta riflessione sulle molteplici definizioni politologiche e culturali che contrassegnano le varie epoche tracciate, dalla società trasparente alla società complessa o altamente complessa, dove gli elementi della politica non sono più collegabili tra loro e, quindi,incapaci di coagularsi attorno ad un centro informatore.

Emerge una politica malata, connotata dalla sua continua oscillazione, instabilità, nomadismo strisciante, dove progettualità autentica, opportunismo, precarietà morale sconfinano continuamente l’una nell’altra.

Un male che non muore mai. Un abisso che porta inesorabilmente verso “l’avere”, strada senza ritorno che conduce allo smarrimento del valore etico della politica, un avere espressivo di possesso, lusso, utilità. Una politica che vede un mondo fatto solo di cose, eticamente neutro e riconducibile solo alla quantità di denaro che serve per fare,comprare, utilizzare. Il grande potere del denaro, così come ammonisce Marx: “Quanto è grande il potere del denaro, tanto grande è il mio potere”.

Appare con tutta la sua potenza lo smarrimento del concetto di limite, inteso come temperanza o “giusta misura”, ovvero, come ordine, armonia, bellezza.

“Il limite è una virtù! La virtù greca (areté) non va confusa con quella moderna, fortemente connotata dal cristianesimo, bensì come ciò per cui ogni cosa attua nel modo migliore la sua natura specifica: nel caso dell’uomo, ovviamente, si tratta di esplicare in modo ottimale la propria razionalità, coltivando la propria anima con ordine, misura e temperanza (il termine greco per indicare la temperanza è sophrosyne collegato con il verbo phronéo, cioè aver senno, giudicare rettamente, ragionare” ( F. Gabrielli – L’incantesimo della sguardo, LudesUniversity Press, Lugano 2011).

L’Autore non traccia solo degli esempi, delle comparazioni, delle riflessioni sulle patologie che corrodono e corrompono la politica, ma ci invita anche a prendere lucida coscienza di un recupero della cura che possa alleviare il dolore lancinante che si leva da una società ormai logora.

Se, per un istante, consideriamo la società alla stregua di un corpo umano ammalato, la politica necessariamente deve essere considerata l’anima curante.

Da qui, un richiamo ai platonici “incantesimi dell’anima”, ovvero alla filosofia che invita l’uomo alla “giusta misura”, al senso del limite, alla temperanza.

Ma ecco lo splendido passo platonico: “…. Zalmosside, il nostro re che è anche un dio, afferma che, come non si devono curare gli occhi senza prendere in esame la testa, né la testa indipendentemente dal corpo, così neppure il corpo senza l’anima e che questa sarebbe la ragione per cui ai medici greci sfugge la maggior parte delle malattie, poiché essi trascurerebbero di prendersi cura della totalità dell’uomo, senza la cui piena salute, non è possibile che la singola parte sia sufficiente. Infatti, tutti i mali e i beni per il corpo e per l’uomo nella sua interezza, soggiungeva, nascono dall’anima, come per gli occhi derivano dalla testa e ad essa innanzi e soprattutto bisogna rivolgere la cura, se si desidera ottenere la salute sia per la testa che per il resto del corpo. E l’anima, o caro, si cura con certi incantesimi e questi incantesimi sono i bei discorsi, da cui nell’anima si genera la temperanza; una volta che questa sia nata e si sia radicata, allora è facile ridare la salute alla testa e a tutte le altre parti del corpo.” (Carmide, 156E – 157B, tr.it. Liminta).

In ultima analisi, per ridare vitalità alla politica, senza farla mai scadere nella voracità fine a se stessa, per recuperare autonomia esistenziale, di linguaggio, di pensiero, occorre davvero riscoprire la temperanza greca, insegnarla, diffonderla, non avere timore alcuno di impugnarla come modalità di vita alternativa a quella cannibalistica, mai sazia delle cose, oggi imperante.

 

 

 

 
 
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