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Dietro le quinte del coro “Symposium” diretto dal maestro Enzo Marino

giovedì 29 ottobre 2015, 08:40   Cultura  

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enzo marinoSono qui oggi sul Belvedere di Altavilla, di fronte l’ingresso al Santuario. La giornata non è stata bella (pioggia e vento), ma ora un raggio di sole rende spettacolare la vista sul golfo.
La gente esce dalla chiesa, è appena finito un matrimonio. Indugio per sentire i loro commenti, sembrano tutti emozionati e si parla della suggestione della cerimonia, della bravura del coro. Allora capisco che sono nel posto giusto per incontrare il direttore di questo coro, il maestro Enzo Marino. Mi aspetto una figura un po’ alla Riccardo Muti, dato il look che va di moda per i direttori dalle nostre parti, e, invece, vedo venirmi incontro un uomo piccoletto, che, con fare molto accogliente, mi saluta dandomi del tu: “Vieni, sediamoci su una panchina, cosi vediamo se posso convincerti a cantare!”

Maestro Marino, grazie innanzitutto, per averci concesso il suo tempo, che con passione, lei dedica alla musica e all’educazione al bel canto.

Ringrazio voi per avermi concesso questa opportunità. È un piacere costatare che all’interno di un giornale si riesca a ritagliare uno spazio alla musica, al coro in questo caso.

Quest’anno, in occasione della manifestazione RURAL ART organizzata da GAL Metropoli Est Bagheria, il Coro Symposium, da lei diretto, si è esibito in due concerti di musica classica, presso due delle splendide ville del territorio bagherese. A dirigere il celebre Requiem di W. A. Mozart, con l’Orchestra Sinfonica del Teatro greco di Taormina, c’è il Maestro Alberto Veronesi. Qualche spettatore, alla fine del concerto, è rimasto sbalordito nell’apprendere che coristi così professionalmente all’altezza della situazione facevano parte di un coro amatoriale preparato e diretto da un maestro delle nostre parti (”Milicioto” ha precisato qualcuno dall’accento bagherese).

Ci spiega come è avvenuto questo connubio con il maestro Veronesi che ha scelto proprio voi tra i protagonisti dei due concerti?

Le rivelo il mio “segreto di pulcinella”, e cioè, farsi trovare sempre “con la lanterna accesa”. Per far ciò è necessario imbastire relazioni leali e sincere con persone, enti, istituzioni ecc. Bisogna proporre e seminare un prodotto culturalmente e qualitativamente alto, sapendo che non è detto, né scontato, che se ne raccoglieranno i frutti artistici. E’ quello che è successo quando ho ricevuto la telefonata che il 17 agosto mi chiedeva un coro per fare il Requiem di Mozart con il Maestro Veronesi il 5 e 6 settembre. Ero al posto giusto nel momento giusto. Certo il mese di agosto è uno dei peggiori per organizzare in poco tempo un concerto del genere, ma Mozart è Mozart e cosi il coro Symposium, con 62 coristi, ha dato il massimo nelle due serate. Cogliere opportunità da condividere è un vero investimento per me e per i coristi che dirigo, viviamo di reciproca fiducia; li stimo, li valorizzo e li apprezzo in primis come persone. Le dico con certezza che aver cantato il Requiem di Mozart in queste meravigliose ville di Santa Flavia e Bagheria ha rappresentato il frutto della bellezza e della efficacia di questo nostro lavorare insieme condividendo.

E’ vero, con la vostra arte che fa muovere le vostre braccia riuscite a fare miracoli!

Da una recente scoperta scientifica venuta dalla Svezia, risulta che cantare fa bene alla salute e alla psiche: Lo scopo della nostra intervista è proprio questo: riuscire a convincere i nostri lettori che il canto è un toccasana.

Sono consapevole che il canto aiuti a rilassarsi e a tirare  fuori le sensazioni e le emozioni negative vissute durante la giornata. Basta osservare i volti soddisfatti dei coristi anche alla fine di lunghe prove o dopo concerti impegnativi. Lei, a volte, non canta sotto la doccia? Si, a volte.

Ma la persona che canta sotto la doccia lo fa per se stessa.

Si, e immagino ciò le regali un senso di libertà impagabile, privo di valutazioni, di timori o di aspettative. Chi canta in pubblico, invece, vuole comunicare qualcosa di sé agli altri. Cantare insieme ad altre persone, come nel coro, ne trae altri benefici e aumenta la sicurezza in se stesso, si sente parte di un gruppo coeso e ciò migliora il suo l’umore, la sua vita sociale. Chi canta in un coro non lo fa per emergere, ma piuttosto per amalgamare la propria voce con quella degli altri, così da creare un insieme armonico e equilibrato. Questo da benessere!

Ma come si raggiunge questo stato di benessere cantando?

È un percorso virtuoso, nel quale il cantore del coro è consapevole di avere uno spazio interpretativo e di sa di poter dare un personale contributo vocale, da affidare al gruppo sviluppando una sensazione liberatoria. Con la  coordinazione del maestro ci si fonde poi in armonia con se stessi e con gli altri. In un coro, la tua voce può unirsi con le altre armonizzandosi, entrando in risonanza, in simbiosi con esse. Ti rendi conto di come l’armonia, la ricchezza, l’essenza del canto e della vita derivano dalla pluralità di voci che lo compongono. Di come non ci siano voci giuste o sbagliate, migliori o peggiori, ma come tutte, con la loro diversità, siano necessarie per la bellezza dell’insieme, contribuendo alla meraviglia della polifonia.

Viene da dire: ”Canta che ti passa” come recita il famoso detto. Ecco come si spiega il fiorire di cori amatoriali, associazioni musicali anche nel nostro territorio. Sembra quasi  che il “ Coro” sia un nuovo fenomeno sociale. Ci piacerebbe che lei ci tracciasse l’identikit del corista non professionista.

Bene, tra i miei coristi non vi sono cantanti professionisti. Molti seguono lo spartito solo con pochissime nozioni per decifrare il linguaggio musicale. L’ identikit del corista amatoriale è di estrema varietà; si va dall’adolescente all’anziano, dal manager alla casalinga, dall’operaio allo studente. Il coro è un mosaico, una singola tessera può anche essere “imperfetta”, ma l’insieme che ne deriva è sempre prodigioso”. Dunque, ogni corista deve avere capacità di comunicare e stare a contatto con gli altri, con un senso di collaborazione e solidarietà, con la disciplina del corpo e della mente. Non si esigono, come accennavamo, competenze specifiche o conoscenze musicali, ma passione e volontà sono indispensabili per un solo comune denominatore: la devozione all’arte del canto.

Si, è vero, oggi, anche nel nostro territorio, c’è uno straordinario fiorire di iniziative, magari un po’ confuse ma interessanti. Lei parla di passione, regole, disciplina. Sembra che a questo punto non si può fare a meno di parlare di colui che rende possibile tutto questo: il direttore.

Si, in questo la figura del Maestro è di una certa importanza. Essendo il coro costituito da un’eterogeneità di individui, il direttore non dovrebbe scindere gli elementi tecnici e musicali da quelli puramente umani e relazionali: è dalla loro perfetta sinergia ed osmosi che nasce un maestro efficiente. Il maestro è, quindi, un interprete che esprime la sua idea attraverso la voce e tutte le altre doti dei suoi coristi. E’ necessario che egli conosca le principali peculiarità psicologiche del suo gruppo affinché possa, convenientemente e più facilmente, gestirlo. Qui entra in gioco il suo carisma perché, in quanto leader, è la persona sulla quale altri proiettano i propri desideri di efficienza e sicurezza e con i quali finiscono per identificarsi. Per far sì che questo avvenga, il direttore opera in un delicatissimo equilibrio dettato dalla duplice esigenza, musicale e umana, di essere “primus inter pares” (il primo tra i pari). Situazione necessaria per guidare un gruppo in modo sano e permetterne il processo d’identificazione e maturazione. Affiancare l’abnegazione e la propria efficienza all’aspetto carismatico è la vera combinazione vincente per un direttore; ne sancisce l’effettiva autorevolezza artistica e la statura morale. Inoltre bisogna accettare di non avere il timone in mano da soli. A tal proposito le confesso di non far parte di nessun consiglio direttivo dei “miei” cori, di nessuno dei cinque (quattro dei quali fondati da me). Da loro ricevo una nomina triennale. Capisce bene che questo mi fa lavorare alacremente per riceverne dimostrare di meritarne nuovamente una. Il consiglio direttivo di ogni coro, democraticamente eletto ha, inoltre, piena autonomia per ogni altro investimento che non sia quello strettamente artistico che è invece di mia esclusiva competenza. Questa divisione dei compiti è un altro tassello di efficienza a mio avviso, perché un associazionismo tarlato da maestri che fanno parte del direttivo o sono addirittura presidenti o cassieri (o entrambi nel peggiore dei casi) delle associazioni che dirigono generano un associazionismo malato, che nasce senza ali.

Se volessimo lanciar una campagna pubblicitaria per la diffusione del canto corale, quale potrebbe essere per lei lo slogan che sintetizza le funzioni del coro?

“Per me, tra noi, per gli altri”. Il corista sa di avere un luogo (il coro) dove coltivare interessi personali e trovare uno spazio, un momento per occuparsi della propria anima, della propria cultura, della propria fede, e nel contempo, di tramandare le tradizioni musicali e letterarie trasmesseci dalla generazione precedente alla nostra, con l’intento di far conoscere e amare la musica a un numero sempre più vasto di persone.

Ma, quindi, non si arriva in un coro solo per la voglia di cantare?

Diciamo che questa voglia, nella maggior parte dei casi, viene cantando. Il coro è comunque ricchissimo d’interconnessioni tra generi, generazioni, orientamenti e “diversità” (politica, religiosa, di colori, di bandiere ecc..). Tutti possono stare in un coro e intessere relazioni costanti e durature. Un posto antico quindi, fatto ancora di comunicazioni reali, senza l’invadente impaccio della tecnologia. Ci si guarda ancora negli occhi in un mondo (quello della comunicazione) sempre più somigliante ad una grande, ma algida e distaccata chat.

Allora dobbiamo riconoscere la funzione sociale del coro verso l’esterno, verso chi ascolta?

Certamente. Ognuna delle attività del coro dovrebbe mirare a migliorare la nostra società con il canto, “che diventa mezzo e non fine”, per ispirarla, invitarla alla preghiera, alla riflessione, ad ammaliarla con la bellezza, mostrando i frutti dell’ accettazione e della condivisione di regole, spazi e ideali, che dentro i cori si respira. Maestri, cantori, organisti sposano quindi l’idea della condivisione e del dono, ricevendo in cambio molto di più di quanto si possa immaginare!

Quindi, maestro, non ci resta che dire” Non cantare fuori dal coro”

Questo è il nostro auspicio, cantare nel coro è gioia pura. Un sublime atto d’amore verso noi stessi e tutto ciò che ci circonda. La musica ha il potere di spostare la tua attenzione su qualcos’altro, ti rallegra, ti prende per mano e ti porta in luoghi piacevoli legati al tuo passato. Mi piace concludere con questa splendida, quanto attinente citazione di Lèopold Sèdar Senghor :”Là dove senti cantare fermati, gli uomini malvagi non hanno canzoni”.

 
 
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