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Il senatore Beppe Lumia ha presentato un’interrogazione sulla mafia a Bagheria

venerdì 13 novembre 2015, 16:17   Cronaca  

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lumiaIl senatore Beppe Lumia ha presentato un’interrogazione al Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, affinchè si faccia piena luce sulla presenza mafiosa a Bagheria, sul rapporto tra Cosa nostra bagherese e i servizi segreti italiani e per chiedere al governo di sostenere il movimento antiracket e antimafia che a Bagheria si sta battendo per l’affermazione e la promozione della legalità.
Ecco il testo integrale.
Interrogazione a risposta orale.
Giuseppe Lumua

Al Ministro dell’Interno

Per sapere, premesso che:

la mafia di Bagheria ha avuto storicamente un ruolo di primo piano nella vita di cosa nostra  a livello mandamentale, provinciale e regionale. Naturalmente a Bagheria si hanno anche delle forti radici antimafia, sia sul versante sociale e culturale sia su quello politico ed Istituzionale che nei decenni hanno garantito una forte testimonianza antimafia e più di recente iniziative e percorsi anche di rottura nell’assegnazione dei beni confiscati, nella costituzione di parte civile, nella presa di posizione pubblica con manifesti che hanno inneggiato alla rivolta contro il boss Provenzano che ha tenuto per anni sotto scacco la città;
per tanti anni cosa nostra locale ha agito sotto l’influenza dei corleonesi legati a Bernardo Provenzano, al punto il boss ne aveva stabilito il luogo principale per un periodo lungo della sua lunghissima latitanza. Il capomafia di Corleone trascorreva quasi tutto il suo tempo in questa cittadina che è stata anche  la sua base operativa a partire dalla guerra di mafia degli anni ’80, quando nella fabbrica di ferro di Leonardo Greco stazionava il gruppo di fuoco dedito agli omicidi e si “scioglievano nell’acido” i propri avversari;
ai vertici della famiglia mafiosa di Bagheria accanto a Provenzano spiccavano Eucaliptus Nicolò, Gargano Antonio e Greco Leonardo;
Provenzano considerava così sicura Bagheria non solo per sé tanto che diede il via libera alla tenuta in latitanza di Giuseppe Madonia detto Piddu, capomafia della provincia di Caltanissetta e mantenuto latitante a Bagheria (dal 1985 al 1991) nella casa di Pietro Flamia e accudito dal figlio di quest’ultimo Rosario che grazie a questo rapporto viene a conoscenza di diversi segreti interni di cosa nostra e ne scala i vertici locali, insieme ad un altro outsider di cosa nostra locale, Stefano Lo Verso,  che nella vicina Ficarazzi assume un ruolo di primo piano grazie alla cura della latitanza di Provenzano;
anche quando i boss del calibro di Gargano Antonino e Leonardo Greco entrano in conflitto, Provenzano riesce immediatamente a contenerlo visto il ruolo strategico che aveva assegnato alla città. Da questo conflitto latente ne esce rafforzato Leonardo Greco che diventa capo mandamento al punto di  gestire la mafia di Bagheria negli anni attraverso i vari reggenti via via  in libertà. Tra questi: Di Salvo Giacinto, Lauricella Salvatore, Messicati Vitale Fabio, Mineo Gioacchino detto Gino, Morreale Onofrio, Scaduto Giuseppe e  Zarcone Antonino;
di recente l’operazione “Reset II” ha fatto emergere una realtà di estorsioni a tappeto che grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della DDA di Palermo ha portato con il supporto dell’associazionismo antiracket alla denuncia di molti commercianti e si sono create le condizioni per una rottura con la mafia senza precedenti. Tra i mafiosi coinvolti emergono i nomi di Bartolone Carmelo, Carbone Andrea Fortunato, Centineo Francesco, Di Bella Gioacchino Antonino, Di Salvo Giacinto detto Gino, Di Salvo Luigi detti U Sorrentino, Eucaliptus Nicolò detto Nicola, Flamia Pietro Giuseppe detto il Porco, Gagliano Vincenzo, Girgenti Silvestro detto Silvio, Graniti Vincenzo, Guagliardo Umberto, La Mantia Rosario, Lauricella Salvatore, Liga Paolo, Liga Pietro, Lombardo Francesco, Messicati Vitale Fabio, Mezzatesta Giovanni, Mineo Francesco, Mineo Gioacchino detto Gino, Morreale Onofrio, Rubino Michele, Scaduto Giuseppe, Trapani Giovanni, Tutino Giacinto, Zarcone Antonino;
in questa operazione svolta sia con indagini autonome e sia con il contributo di collaboratori di giustizia come Flamia Sergio Rosario, Lo Verso Stefano e Gennaro Vincenzo emerge il seguente quadro come riportato nell’ordinanza di custodia cautelare: l’assunzione al ruolo direttivo del mandamento e della famiglia mafiosa di Bagheria da parte di Di Fiore Giuseppe, sotto le direttive del capo Greco Nicolò, fratello di Greco Leonardo; il ruolo di primaria importanza assunto all’interno della famiglia mafiosa di Bagheria da Guttadauro Carlo, nella sua qualità di stretto collaboratore del Di Fiore Giuseppe, e di Testa Nicolò detto “Nicola”, quale referente della famiglia mafiosa per tutti i lavori che si svolgevano sul territorio di Bagheria nel settore dell’edilizia; il ruolo di “capo decina” assunto all’interno del mandamento di Bagheria da Provenzano Giorgio e Flamia Giovanni, quest’ultimo fratello del collaboratore di giustizia Flamia Sergio Rosario, i quali, a loro volta erano coadiuvati , soprattutto nell’espletamento delle attività a contenuto estorsivo i  cui proventi confluivano nella “cassa” della famiglia mafiosa per essere poi destinati al sostentamento delle famiglie dei detenuti mafiosi in carcere dopo essere stati tratti in arresto nell’ambito di precedenti operazioni di polizia in esecuzione di ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dall’Autorità Giudiziaria, da Lo Piparo Salvatore, Di Salvo Giovanni, Flamia Pietro Giuseppe, Pretesti Francesco, Carollo Nicola, Li Volsi Luigi, Catalano Pietro Paolo, Di Salvo Angelo e Morsicato Benito; il progressivo avanzamento all’interno della famiglia mafiosa di Bagheria di Pipia Francesco detto “Franco”, già in passato oggetto di indagini da parte dell’Autorità Giudiziaria, indicato dai collaboratori di giustizia quale “uomo d’onore” della famiglia mafiosa di Bagheria, in passato deputato alla gestione della latitanza del capomafia Provenzano Bernardo e dell’esponente mafioso palermitano Aglieri Pietro, soprattutto con il compito di veicolare le informazioni ai latitanti attraverso i cd e i pizzini;  l’ascesa di Comparetto Giuseppe ( soggetto già gravato da una sentenza di condanna divenuta irrevocabile in ordine al reato di associazione mafiosa di cui all’art. 416 bis c.p.), nella reggenza della famiglia mafiosa di Ficarazzi all’esito del contrasto avuto con l’esponente mafioso Leonforte Atanasio Ugo, anch’egli “uomo d’onore” in organico alla medesima  famiglia mafiosa; l’avvenuta ricostituzione degli organici della famiglia mafiosa di Altavilla Milicia con l’attribuzione della reggenza della stessa in capo a Modica Michele, a seguito della sua recente scarcerazione avvenuta nel mese di dicembre del 2013, con ciò colmando il “vuoto di potere” che si era venuto a creare , dapprima con l’arresto di Lombardo Francesco avvenuto in data 30.10.2012 quindi con la successiva cattura di La Mantia Rosario che ne aveva assunto la reggenza, a seguito dell’emissione del decreto di fermo del 08.05.2013; nonchè l’ascesa all’interno della famiglia mafiosa di Altavilla Milicia, quali stretti collaboratori del Modica Michele, degli esponenti mafiosi Rizzo Giovan Battista, Lombardo Andrea, Lo Coco Pietro e Granà Leonardo, deputati al compimento delle attività estorsive sul territorio , a loro volta propedeutiche al rafforzamento ed al consolidamento della famiglia mafiosa stessa; il coinvolgimento degli esponenti mafiosi Cecala Emanuele e Modica Michele in due efferati omicidi avvenuti a Caccamo (Pa) nel 2005 e nel 2006 rispettivamente in danno di Salerno Nicasio (tentato) e Canu Antonino (consumato), entrambi attinti da diversi colpi d’arma da fuoco, ed in ordine ai quali le attività investigative fino a quel momento compiute da parte dell’Autorità Giudiziaria non avevano consentito di addivenire all’identificazione dei responsabili; la perpetrazione di numerose condotte illecite e di diversi reati – fine, tipica manifestazione della concreta operatività sul territorio dell’organizzazione mafiosa, tra cui le estorsioni e le rapine destinate a finanziare la cassa, nonchè la disponibilità di armi in capo ad alcuni componenti per il compimento dei delitti per conto del sodalizio mafioso;
una caratteristica peculiare della mafia di Bagheria sono i rapporti con i servizi segreti italiani. In diverse inchieste il figlio di Eucaliptus Nicolò, dei boss legati a Leonardo Greco e più di recente Flamia Rosario hanno contatti con i servizi segreti italiani che ancora devono essere verificati bene nella loro portata, non solo informativa, ma anche collusiva. Sono stati accertati ripetutamente contatti con la politica tanto che a  locale, il comune di Bagheria è stato sciolto per mafia per ben due volte. Inoltre sono stati constatati rapporti diretti con il mondo delle imprese e gli apparati burocratici locali;
un’altra caratteristica di cosa nostra di Bagheria è il legame con Matteo Messina Denaro che attraverso il rapporto familiare con i Guttadauro ha trascorso parte della sua latitanza in tale cittadini e ha utilizzato il suo reticolo collusivo per sfuggire alla cattura e a crescere il suo ruolo oltre i confini della sua provincia.

Si chiede pertanto di sapere:
se si  intenda fare chiarezza sul rapporto tra cosa nostra di Bagheria e i servizi segreti italiani;
se non ritenga necessario avviare un’azione di sostegno e promozione per l’associazionismo antiracket locale;
se intenda chiarire le modalità di continuo controllo delle infiltrazioni mafiose e garantire che la gestione dei beni confiscati sia trasparente e qualificata;
quale azione di sostegno viene posta in essere per promuovere percorsi concreti di legalità e sviluppo che maturano nel territorio e possano contribuire a rompere il muro di omertà e di collusioni che hanno caratterizzato la realtà territoriale.

 

 

 

 

 

 
 
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