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Bagheria. 31 anni fa la mafia uccise in via Roccaforte l’imprenditore Pietro Busetta

martedì 8 dicembre 2015, 13:06   Attualità  

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Pietro-Busettadi Martino Grasso

Trentuno anni fa, la mafia, uccise a Bagheria Pietro Busetta, cognato di Tommaso Buscetta, l’ ex-boss dei due mondi che con le sue confessioni aveva aperto un varco sugli affari e i misteri delle “famiglie” palermitane. Busetta, 62 anni, era un onesto lavoratore e fu vittima innocente di una vendetta trasversale.
Venne ucciso, poco prima delle 20,00, da un commando, che entrò in azione in via Roccaforte, accanto allo stadio comunale. Busetta, incensurato, era marito di Serafina, sorella del boss.
Era appena uscito insieme alla moglie dal grande negozio di articoli da regalo di sua proprietà, e venne circondato da tre sicari lo hanno circondato. Fu un’esecuzione spietata e poi la fuga.
I killer usarono pistole di grosso calibro. Per gli inquirenti, corsi immediatamente sul luogo del delitto, il quadro apparve chiaro: “vendetta trasversale”.
Pietro Busetta è stato ricordato anni fa, durante la sindacatura di Biagio Sciortino, con una lapide davanti al negozio Dap in via Federico II, adesso sede del Comune. Quella lapide restituì dignità a quell’uomo e alla famiglia, dopo tanti anni di silenzio.
Colpendo il cognato di Buscetta si volle lanciare un messaggio preciso a Don Masino che stava aprendo ampi squaci sulla mafia siciliana.
Buscetta aveva già subito un autentico massacro dei suoi congiunti. In piena guerra di mafia (era il settembre 1982) furono inghiottiti dalla lupara bianca i suoi due figli. Nel dicembre successivo un commando di killer fece irruzione nella pizzeria New York Place uccidendo Giuseppe Genova, genero del super boss siculo-brasiliano, e due suoi cugini Onofrio e Antonio D’ Amico. Tre giorni dopo l’ ultima azione di sangue. I killer della mafia vincente sorpresero il fratello di don Masino, Vincenzo e il nipote Benni all’interno della fabbrica di vetro nella quale lavoravano. Li uccisero senza pietà.
Tommaso Buscetta non si fermò e consegnò ai giudici palermitani Giovanni Falcone e Vincenzo Geraci una lunghissima confessione disegnando la geografia della mafia, definendo il ruolo di boss gregari e uomini d’ onore e arrivando al terzo livello.
Il risultato furono 366 mandati di cattura che consentirono a inquirenti e magistrati palermitani di far scattare il clamoroso blitz di San Michele del 29 settembre del 1984 e chiarire i misteri su quattordici anni di delitti di mafia.
A poche ore prima dell’agguato di Bagheria il presidente della commissione antimafia Abdon Alinovi aveva detto “c’è un importante detenuto in pericolo. Abbiamo informato subito il ministro dell’ Interno per rafforzare le misure di protezione”. Il nome di Buscetta non era stato fatto esplicitamente ma il riferimento era chiaro. “Sappiamo che una sorella di don Masino vive a Bagheria” aveva detto Aldo Rizzo dell’ ufficio di presidenza dell’ antimafia. “Mi domando se sono stati disposti i servizi necessari per garantirne l’ incolumità”. La risposta della mafia non si è fatta attendere.

 
 
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