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il caso della Villa San Cataldo-Galletti

mercoledì 22 giugno 2016, 07:39   L'Opinione  

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lo meo 11di Vincenzo Lo Meo *

Ogni domenica andando a messa la stessa sensazione di scoramento: il cartello ben in vista degli orari di apertura smentito dal cancello di accesso alla villa, permanentemente chiuso.
Dentro, l’abbandono totale, con una quantità di combustibile (le erbe rinsecchite) da fare paura a chi ha solo un po’ di sensibilità e sa che, con un destino già scritto, al primo incendio poco resterà di ciò che è il giardino storico più bello della provincia di Palermo. Paura alimentata ancor di più dai recenti fatti disastrosi del 16 giugno u.s.  E nessuno sarà responsabile, come sempre.
E’ utile sapere che tutta la Villa Galletti è estesa 35.000 mq. I fabbricati occupano una superficie di mq 3.500, il giardino geometrico settecentesco (la cosiddetta “flora grande”) è esteso mq 13.000 circa, il resto è costituito dai campetti posti all’ingresso, dal piccolo giardino adiacente (flora piccola) e da ciò che rimane di un agrumeto da decenni abbandonato posto tra il giardino storico e la via Consolare, a quota inferiore, nell’ex cava.
La costruzione del giardino storico, che occupa un preesistente baglio agricolo, risale alla seconda metà del ‘600: si tratta del giardino formale barocco, con uno schema geometrico raffinato, il più pregiato della Sicilia insieme a quello di Villa Giulia a Palermo, che vede i vialetti separare in comparti regolari gli spazi a verde.
Nella seconda metà del ‘700 il giardino viene arricchito da elementi in pietra tufacea, allestiti in stile rococò (vasi, pinnacoli, panchine).
In origine si trattava di un giardino ornamentale-contemplativo, annesso alla villa dei Principi Galletti, trasformato nella prima metà dell’800 in giardino produttivo. Furono impiantati, all’interno dei comparti della flora grande, agrumi consociati a fruttiferi vari.
Nella seconda metà dell’800, in occasione della ricostruzione delle fabbriche della villa in stile neo-gotico, furono introdotte, secondo una tradizione invalsa all’epoca tra le classi abbienti, specie vegetali esotiche quali yucche, cicas, araucarie, dracene (nei pressi dell’ingresso una delle quattro dracene, una dracena draco, l’albero del drago, più maestose della provincia di Palermo).
Nel 1905, col passaggio dai principi Galletti ai Gesuiti, nella flora grande venne impiantato un limoneto, in coerenza con l’affermarsi del limone in zona e i redditi elevati che esso forniva (nel 1906 con 8 chili di limone si pagava la giornata di un operaio).
Nel 1999  tutta la villa venne acquistata dalla Provincia Regionale di Palermo (se la memoria non mi inganna) per 8 miliardi di lire, coinvolta e fortemente pressata per tale scopo dall’Amministrazione comunale dell’epoca.
Da allora le amministrazioni comunali succedutesi, d’intesa con la Provincia Regionale, hanno cercato di aprire al pubblico l’unico spazio a verde di cui gode Bagheria: nel 2002 fu sottoscritta una convenzione poi revocata per uso improprio da parte del Comune, a seguito dell’intervento della Soprintendenza; nel 2006 altra convenzione che dopo due anni, Avanti Presidente della Provincia, cessò a causa dello stato dei manufatti in tufo, ritenuti pericolosi ai fini della fruizione.
In tutto questo periodo però, pur con fasi alterne, la cura del “verde” è stata sempre assicurata anche con interventi minimi, consistenti nell’asportazione delle erbe in primavera ed una irrigazione di soccorso alle piante in estate, grazie alla responsabile collaborazione tra Provincia, Comune e Forestale (anche con il contributo di chi scrive che di tali amministrazioni ha fatto parte a diverso titolo). Rimase irrisolta, ed è vero, la messa in sicurezza dei manufatti: il  progetto non fu realizzato a causa di mancanza di fondi che nel frattempo (dopo il 2008) coinvolse pure l’Ente Provincia.
Tuttavia e pur con tale limite, nell’autunno del 2013, da Sindaco, stipulai una convenzione con il Commissario straordinario della stessa Provincia che consentiva al Comune di utilizzare, oltre al giardino storico, il corpo di fabbrica di Piano Terra e Primo confinante con il giardino, l’ex chiesetta e gli spazi antistanti, (la flora piccola e i campetti da tennis).
Aprimmo la Villa al pubblico il 15.12.2013, dopo avere effettuato un consistente intervento di pulizia straordinaria, con la collaborazione di associazioni private ed autofinanziandoci con le indennità di carica di Sindaco e Assessori.
Il resto è cronaca recente, nota a tutti e tristemente documentata dal cancello chiuso e dallo stato dei luoghi, che invito a verificare.
All’attuale amministrazione sarebbe bastato un impegno minimo per mantenere l’apertura e per eseguire  la manutenzione del verde, secondo una strada già tracciata e che occorreva solo percorrere con diligenza e senso di responsabilità.
Tuttavia oggi, inaspettatamente, la pubblica fruizione (per non parlare degli innumerevoli progetti di uso ai fini didattici e di divulgazione) rimane un problema secondario rispetto a quello emergente del rischio, concreto, tangibile e gravissimo, di vedere distrutto un inestimabile patrimonio comune. La comunità Bagherese, e non solo, incorre nell’alea di perdere un patrimonio di pregio, storico-artistico e ambientale e unico in Sicilia per valore architettonico. Basta un fiammifero acceso nelle mani di un mal’intenzionato.
Sorprende soprattutto il silenzio e la rassegnazione con cui la società bagherese vive questa situazione, fatta eccezione per alcune isolate e vane segnalazioni di singoli cittadini.
E’ un fatto ormai consolidato che sotto il governo “5 stelle” si sia ingenerata una diffusa rassegnazione che trasversalmente ha investito la società bagherese.
Non c’era settimana, me sindaco, che associazioni, intellettuali, partiti politici, ex amministratori,  osservatori vari, titolati e non, non dicessero la propria, a volte con toni duri e con accuse anche forti e che la stampa, almeno una parte, non fosse propria a metterci “a iunta”.
Oggi il silenzio fa da padrone e tutti gli attori di prima, allora molto sensibili al destino della cosa pubblica e agli “interessi dei cittadini”, oggi sono improvvisamente scomparsi, dileguatisi silenziosamente nel buio. E quella stessa stampa,  che rispetto a fatti meno gravi usava prima toni accusatori intransigenti, oggi, all’accusa, spesso timida e solo accennata,  unisce la giustificazione ed è anche  incline  alla comprensione.
Intanto, in  attesa del prossimo incendio, non mancano i furti di manufatti storici e qualche taglio di alberi per ottenere legna.

*ex sindaco Bagheria

 

 
 
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