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Ad Alimena la P.F.M. fa rivivere i vecchi fasti del rock. Nostra intervista

venerdì 2 settembre 2016, 17:30   Spettacolo  

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pfm1di Camillo Scaduto

Serata magica, ad Alimena, con la Premiata Forneria Marconi in concerto, ultimo appuntamento del Soundscape Festival, kermesse musicale promossa dal Comune e giunta alla sua seconda edizione.
Numerosi fans del gruppo italiano più famoso nel mondo si sono ritrovati nel piccolo paesino della provincia di Palermo per ascoltare dal vivo canzoni leggendarie come “Impressioni di settembre”, “La carrozza di Hans” e “Il banchetto”, dando vita ad un ideale abbraccio generazionale tra e giovani di oggi e di ieri, tutti accomunati dalla passione per la band che ha calcato e continua a calcare, con straordinario successo, i palcoscenici di tutto il mondo.
Franz Di Cioccio (da tempo front man oltre che batterista e “randagio” come si autodefinisce sul palco) e Patrick Djivas, rigorosamente al basso, sono i due superstiti di una formazione che suonando rock progressive ha avuto la capacità di incantare critica e pubblico USA, riuscendo a scalare le blindatissime classifiche americane, ieri ed oggi del tutto chiuse a gruppi non anglosassoni.
Da qui la loro fama ed i loro straordinari concerti dall’Europa agli USA, dal Regno Unito al Giappone.
Oggi la Premiata Forneria Marconi continua ad incantare il pubblico ad ogni latitudine. Dopo numerose tappe nel resto del Paese, questa sera sarà ancora in Sicilia, a Capo d’Orlando, ma già nelle prossime settimane la troveremo in concerto a Londra e Manchester, ed ancora in Olanda, Belgio e Germania.
Sorprende, allora, che dopo oltre 40 anni di carriera un gruppo così affermato continui a disdegnare il classico riposo sugli allori per continuare a cercare – riuscendoci – di deliziare il proprio pubblico con performance sempre molto coinvolgenti. Abbiamo chiesto, quindi, a Franz Di Cioccio ed a Patrick Djivas di svelarci il segreto di questa longevità artistica e di questa presenza on stage.
“Il segreto è l’entusiasmo – ci risponde un cortesissimo Di Cioccio – ad ogni concerto vediamo tanti ragazzi che, ovvio, capiscono prima degli anziani e si aspettano da noi qualcosa di speciale; qualcosa che vada al di là dei format di oggi. Qualche mese fa siamo stati in Cile e in Argentina e anche là, dove non eravamo mai stati, un muro di mani che seguiva le nostre canzoni famose, ma anche i nostri lavori più recenti. Tutto questo ci emoziona e ci spinge a cercare nuove forme di dialogo con il nostro pubblico”.
I vostri concerti sono da sempre particolarmente apprezzati, oltre che per la parte musicale, anche per il modo in cui riuscite a coinvolgere il pubblico. Anche stasera nel finale tante voci, le vostre e le nostre, a cantare e tante mani a scandire il ritmo.
“Sì – continua Di Cioccio – noi improvvisiamo moltissimo sul palco e facciamo in un certo senso anche molta musica “al dente” perché la nostra musica si presta e soprattutto perché pensiamo che ogni concerto sia un momento a sé stante, un episodio unico e non ripetibile che va ricordato per quello che è: l’incontro tra la PFM ed il suo pubblico di quella sera, in quel dato posto”.
In altre parole, come se fosse una celebration, una festa?
Certo, ed in ogni festa c’è un regalo. Stasera, per esempio, abbiamo suonato “La carrozza di Hans” esattamente come fu incisa nel 1971. Perché lo facciamo? Perché alla gente piace l’improvvisazione ma spesso si aspetta di sentire quel determinato pezzo esattamente come se fosse a casa, come quando la puntina si poggiava sul vinile a faceva emettere al disco quelle note e quelle parole. Né più né meno. Vuole, in altri termini, stare insieme a noi e riprovare dal vivo quelle emozioni che ha provato ascoltando il disco.
Tutto molto impegnativo, però, perché nel frattempo computer e tecnologia hanno trasformato quasi tutto.
Certo – ci risponde Patrick Djivas – perché questo modo più “tradizionale” di suonare quella determinata canzone richiede un impegno che oggi, con la tecnologia, è venuto un po’ meno. Ma noi siamo convinti che questo sia l’unico modo di creare e mantenere un rapporto autentico con il nostro pubblico, che è per noi certamente l’aspetto più importante.
Quindi, ancora un altro segreto?
“Può darsi – conclude Djivas – visto che da tempo scendiamo dal palco dopo esserci divertiti e, penso, avere divertito chi ci segue. Fino a quando sarà così, i 5.000 concerti fatti finora continueranno ad essere soltanto l’inizio”.
E noi, ovviamente, siamo ben lieti di apprendere questa notizia, anche perché, confessiamolo, ci siamo divertiti davvero, ascoltando musica oggi non più facilmente rintracciabile. E non perché sia la musica “dei nostri tempi”, perché queste sono le stesse note e le stesse emozioni dei tanti ragazzi che ballavano e cantavano accanto a noi sulle note de “Il pescatore” ed il violino di Lucio Fabbri.

 

 

 

 
 
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