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Presentato a Misilmeri il libro “Camicette bianche, oltre
l’8 marzo” di Ester Rizzo

domenica 4 settembre 2016, 08:47   Cultura  

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ester rizzodi Camillo Scaduto

Anche due donne di Casteldaccia lavoravano nella Triangle Waist, quel pomeriggio del 25 marzo 1911 nel quale la fabbrica di camicette bianche di New York fu avvolta da un devastante incendio che in pochi minuti fece 146 vittime, la maggior parte delle quali donne. 
A rivelarlo, Ester Rizzo ed il suo libro “Camicette bianche, oltre l’8 marzo” edito da Navarra e presentato a Misilmeri nell’ambito della rassegna letteraria “Notturni d’autore”, organizzata dal club di lettura “Liberi-libri” con il patrocinio del Comune.
Abbiamo parlato di questo evento tragico (e del libro) con l’autrice, che da anni si dedica con passione, trasporto e metodo alla ricostruzione dei fatti ed alla non facile individuazione dei luoghi di origine delle 38 donne italiane perite nell’incendio.
Cosa successe quel pomeriggio del 25 marzo 1911, quando le operaie di questa fabbrica si preparavano a finire il turno?
Successe che un incendio, forse appiccato da un operaio che aveva buttato della cenere di sigaretta in un cestino, trovò subito vigore nei tessuti e nelle carte utilizzati dalle sarte ed in pochi minuti fece 146 vittime, delle quali 129 donne. Molte delle operaie morirono soffocate perché, peraltro, alcune porte erano chiuse a chiave; altre si sedettero sui davanzali in cerca di aiuto e, costrette dalle fiamme, si gettarono nel vuoto.
Una scena che abbiamo rivissuto in televisione con l’attentato alle Torri gemelle.
Infatti, questo è un ulteriore particolare drammatico ed agghiacciante della tragedia. Le povere operaie cominciarono a gettarsi nel vuoto ed il tonfo provocato dal loro impatto con la terra fece pensare in un primo momento a balle di tessuti preziosi che qualcuno cercava di salvare dal fuoco. Purtroppo, non si trattava di tessuti ma di corpi di giovani ragazze le quali, per questo, furono paragonate a comete.
L’ultimo atto di coraggio di donne, talvolta molto giovani, che di coraggio ne avevano da vendere
Infatti, ricordiamo che le vittime erano tutte immigrate e molte di loro, le italiane per esempio, ma certamente anche le altre, avevano lasciato i propri Paesi per tentare una vita migliore e spesso per aiutare chi, in povertà, era rimasto a casa. Molte delle nostre vittime erano salite su navi che salpavano d’inverno anche se queste emigrate non avevano mai visto il mare. Per non parlare, poi, delle enormi difficoltà che incontravano non appena sbarcavano a New York. Per alcune di queste i registri dell’immigrazione riportano il possesso di pochi dollari, giusto quelli sufficienti per il primo giorno o forse per le prime ore di soggiorno. Per questo, dovevano immediatamente lavorare ed approfittavano di una domanda sempre sostenuta di lavoro qualificato e, manco a dirlo, sottopagato.
Nel caso specifico delle camicette bianche, queste erano peraltro un simbolo dell’emancipazione femminile
Pertanto andavano confezionate in numero sempre più cospicuo. La camicetta bianca era, infatti, insieme ad una gonna nera la tenuta, se così si puo’ dire, d’ordinanza delle donne che lavoravano negli uffici e nei negozi. Donne che, pertanto, avevano l’opportunità di uscire da casa, affermarsi ed avere anche un’indipendenza economica.
Sei riuscita a risalire alla maggior parte dei luoghi di provenienza delle operaie italiane e, soprattutto, ti sei fatta promotrice di una campagna affinchè di loro resti, in ogni luogo e città di origine, un segno tangibile della loro presenza.
Sì, il lavoro è e continua ad essere duro. Dico continua ad essere perché, aldilà del libro, continuerò a fare ogni possibile ricerca affinchè i paesi di provenienza di tutte e 38 le operaie italiane perite quel giorno possano essere individuati con certezza. Con l’auspicio che le amministrazioni comunali condividano con noi la volontà, il desiderio e direi il dovere di intitolare una via, un luogo della città d’origine a ciascuna di queste vittime.
Per non dimenticare e perché questo faccia da monito
Senza dubbio. La tragedia del 25 marzo, probabilmente innescata da un gesto maldestro, fece poi emergere, in una fase processuale a dir poco inquinata, responsabilità e coperture gravissime. Ma forse il sacrificio di queste giovani vite può servire a far capire che il rispetto del lavoro è fondamentale e che nessuna ricchezza è lecita quando si calpestano i diritti altrui.

 
 
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