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Intervista a Francesca Bonafini che a Bagheria presenterà il suo ultimo libro

domenica 20 novembre 2016, 09:46   Cultura  

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francesca-bonafinidi Camillo Scaduto

Oggi Francesca Bonafini sarà a Bagheria per presentare il suo ultimo libro “La cattiva reputazione” uscito per i tipi di Avagliano. Francesca è nata a Verona, ma vive a Bologna. Tra gli altri, ha già pubblicato con lo stesso editore il romanzo “Casa di carne” (2014), finalista al premio letterario internazionale “Scrivere per amore” e con Fernandel “Mangiacuore”. Si è anche occupata ed ha scritto di musica italiana e, in particolare, di Ivano Fossati nel volume “Sex machine. L’immaginario erotico nella musica del nostro tempo” (Auditorium, 2011).
Prima della presentazione, che si terrà a cura della Libreria Interno95 presso la Galleria Drago Artecontemporanea a partire dalle ore 18,30, ci ha rilasciato questa intervista.

Francesca, nel suo libro una ragazza all’ultimo momento manda all’aria il suo matrimonio. È una scena vista tante volte al cinema (quasi sempre con il mancato sposo protagonista e la donna vittima). Nel caso della storia che ci racconta, la fuga di lei è da un potenziale pericolo o verso una vita, un lui, più attraente?
A mio modo di vedere, c’è sempre un potenziale pericolo nell’istituzionalizzazione dell’amore. Mi ritornano alla mente queste parole di Ivan Illich: “Rinunciando a un legame sicuro, avvio fra noi un rapporto libero”. Possiamo stoltamente trattenere l’altro con le catene, i divieti, la sorveglianza delle sue azioni, ma non possiamo avere il controllo dei suoi sentimenti. L’amore non è costrizione, non è possesso, non è imposizione di sé all’altro. Al contrario, è espressione di libera scelta e di gratuità.
Detto questo, non necessariamente l’istituzionalizzazione dell’amore è un male, perché in fondo si tratta di una promessa fatta di fronte al mondo, oltre che l’uno di fronte all’altro. Ma il rischio che quella formalizzazione diventi il perno di un legame, l’unica ragion d’essere di certi legami, mi sembra un’evidenza, basta guardarsi attorno. Quanta mancanza di cura, in certe coppie. Quanti sfregi, quanta manipolazione dell’altro, quante menzogne, quanti ricatti. Ma che felicità ci può dare un amore così? Per parte mia, ciò che più mi angoscia è il pensiero che qualcuno possa starmi accanto per convenienza, per pigrizia, per vigliaccheria. La fedeltà per me ha valore solamente se non è un peso o un’imposizione, ma un’intima scelta. E la riconosco come una scelta bellissima, una scelta di pienezza, di gioia, profondamente vicina al mio modo di sentire. Ma chi non è in grado di intuire che la fedeltà all’altro è quanto di più bello, emozionante, intenso ci possa essere, perché deve mentire a se stesso e a chi gli sta accanto? Perché non avere invece il coraggio della trasparenza? Perché fingere?
Nel caso di Paola, che le amiche chiamano Pillo, e che all’inizio del romanzo fugge dall’imminente matrimonio, entra in gioco anche un’altra questione, ovvero il chiedersi per quale motivo è arrivata fino a lì, ai piedi dell’altare. La Pillo ama questo ragazzo che sta per sposare? Spesso le nostre azioni sono dettate dal desiderio di non essere diversi dagli altri, ci sono percorsi che ci sembrano quasi obbligatori, perché così fanno tutti. Allora ci incamminiamo per quelle strade battute, senza chiederci che cosa vogliamo veramente e perché. È la scelta più comoda, ma sta alla base di una futura infelicità.

Dalle righe del suo libro traspare sempre lo stretto connubio anarchia-amore, come asse portante delle azioni descritte. Ma l’amore non è anche compromesso e, quindi, un po’ l’accettazione delle regole dell’altro o dell’altra?
Libertà e riconoscimento dell’alterità non sono in contraddizione, a mio modo di vedere, perché essere liberi non significa fare ciò che maggiormente ci aggrada senza avere un sentimento di cura e di lealtà nei confronti dell’altro, libertà non vuol dire sopruso. La libertà comporta responsabilità. E non a caso la parola responsabilità contiene in sé il verbo rispondere e il sostantivo abilità: responsabilità è dunque capacità di rispondere, ovvero di instaurare un dialogo, di entrare in rapporto con l’altro, di tener conto dell’altro. L’amore è anarchico perché non può essere imbrigliato né costretto né imposto, ma proprio in virtù di questa sua natura libertaria presuppone la consapevolezza che di fronte a noi c’è un’alterità, che c’è un essere vivente che è altro da noi, e non un oggetto di cui possiamo servirci e poi gettare quando ce ne siamo saziati. Non possiamo costringere ad amare, né costringerci ad amare, ma di certo possiamo essere leali. Ho sempre pensato, infatti, che mentire sia una forma di manipolazione, un tentativo di piegare l’altro al nostro volere, al nostro comodo, alla nostra convenienza. Saper comunicare la verità dei propri sentimenti è, invece, io credo, un’altissima forma di rispetto dell’altro, della sua libertà e della sua autonomia.

Lei è una scrittrice. Anche abbastanza affermata. Ergo, si occupa di letteratura. Perché, allora, fa dire all’io narrante “La gente che studia le letterature si conficca in un rischio mortale” e soprattutto, visto che gli unici che si salvano sono quelli che imbrigliano le letterature in forme e formule rassicuranti, tradendo così le letterature stesse, pensa che fino ad oggi lei sia riuscita a non salvarsi?
Le letterature sono perturbanti, ci spalancano gli occhi sul vuoto, sulla nostra condizione di finitezza. Scardinano certezze, demoliscono dogmi. Attraverso le letterature facciamo l’esperienza del naufragio, perdiamo le nostre false sicurezze, ci addentriamo nell’irriducibile complessità del mondo. Tutto ciò può essere spaventoso, ma è proprio grazie a questa acquisizione di consapevolezza dell’arbitrarietà dei nostri paradigmi e della nostra fragilità che possiamo imparare ad avere uno sguardo tenero nei confronti del nostro comune annaspare. Fabrizio Frasnedi chiamava tenerezza ontologica questa capacità di guardare con benevolenza a noi stessi e agli altri.
Sta di fatto che le etichette con cui classifichiamo e ordiniamo tutto – e non solo le letterature –  sono certamente rassicuranti, e fanno parte del nostro bisogno di trovare degli appigli per non vivere nell’angoscia, ma non dobbiamo dimenticarci che ogni sistema di riferimento è precario, provvisorio, illusorio. E se attraverso la frequentazione dei testi diventiamo saccenti e arroganti, non abbiamo capito niente, ma proprio niente, del senso dello scrivere e del leggere, che ci portano invece in una direzione di accoglienza, di gentilezza, di ascolto.
Quanto a me, riguardo al mettersi in salvo attraverso forme e formule, non mi sono salvata fino a oggi e non mi salverò in futuro. Percepisco troppo nettamente la vanitas per avere una qualsiasi presunzione di salvezza. Tuttavia, ogni giorno penso alle parole di Fabrizio Frasnedi sulla tenerezza ontologica. Non sempre ce la faccio, ma di solito riesco a voler bene alla mia fragilità e ai miei limiti, e mi impegno il più possibile per avere a cuore anche quelli degli altri.

Ci vuole parlare di questo amore per Genova talmente forte, da anelare la salsedine di Caricamento o la lettura delle poesie di Caproni (che però era Livornese), dominando la città da Castelletto?
Il mio amore per Genova ha la sua radice nelle parole dei poeti. Caproni, Montale, ma anche coloro i quali hanno raccontato l’anima di questa città attraverso le canzoni: Ivano Fossati e Fabrizio De André. Ho trasfuso nel personaggio di Nina questa mia fascinazione per Genova e per le parole che la raccontano. Nel capitoli in cui Nina è a Genova con gli amici Danilo e Jamil, c’è, ad esempio, un esplicito riferimento ad alcuni versi di Caproni:

Quando mi sarò deciso
d’andarci, in paradiso
ci andrò con l’ascensore
di Castelletto, nelle ore
notturne, rubando un poco
di tempo al mio riposo.

E Nina e i suoi amici salgono a Castelletto di mattina, perché, dice Nina, “ci pare un bel modo di cominciare la giornata, leggere i versi di Giorgio Caproni da lassù, abbracciando dall’alto Genova”. Nina si alimenta dei testi che ama, li mastica, li rumina, li vive. Sa che quelle parole nutrono il suo sguardo, lo rendono più capace di vedere, e sa che il suo sguardo nutre le parole dei testi, le rende significanti, le riempie di senso. Marguerite Yourcenar, nelle Memorie di Adriano, fa dire all’imperatore: “La parola scritta m’ha insegnato ad ascoltare la voce umana, press’a poco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m’hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini. Viceversa, con l’andar del tempo, la vita m’ha chiarito i libri.” E la voce umana è anche quella del paesaggio, è udibile nella fisionomia di una città.

Qualche giorno fa, a Palermo, Jenny Erpenbeck, nel presentare il suo ultimo libro edito da Sellerio ha detto che la sua esperienza nel campo della musica l’ha segnata in modo indelebile ed ha riflessi evidenti sulla sua attività di scrittrice. Lei si è occupata di musica e, in particolare, di quella di un grande artista genovese quale è Ivano Fossati. È così anche per lei?
Credo di sì. Quando ero molto giovane suonavo la batteria in un gruppo, e questa predisposizione al ritmo probabilmente ha influenzato anche il mio modo di lavorare a un testo letterario, perché, di fatto, il ritmo è l’impalcatura che regge un testo, ne è lo scheletro portante.
A proposito di ritmo, senso, sapore, grazia, garbo, Fabrizio Frasnedi ha scritto parole meravigliose: “E il garbo di una frase è il suo insostituibile sapore; e tale sapore non è altro che il suo ritmo. La sintassi si legge anche a viva voce, e si sente a viva voce. Con tanta maggiore passione cercheremmo di carpire alla lingua i suoi segreti se imparassimo innanzi tutto ad ascoltarla, e a cogliere il fascino ritmico della sua voce. E, nel ritmo, l’impasto indistricabile di forma e senso. Nella grazia e nel garbo, la capacità di dire”.
Frasnedi era solito dire che “si scrive con l’orecchio”, e, per parte mia, posso confermarti che è proprio l’orecchio a guidarmi quando scrivo, e che il mio amore per le parole è profondamente connesso a una fascinazione fonica. Le parole suonano, e attraverso una virtuosa combinazione delle parole si può far musica. Penso ai testi, infatti, come a delle partiture musicali.

Torniamo alla storia e soprattutto ai protagonisti. I quali, nel loro cammino sperimentano in modo diretto falsi moralismi ed ipocrisie. Li possiamo reputare particolarmente sfortunati o sono questi i sentimenti che prevalgono oggi nel nostro Paese?
L’ipocrisia è dominante, e non solo oggigiorno. Subiamo continuamente delle pressioni che ci inducono a comportamenti conformistici, e ci sentiamo giudicati se facciamo scelte divergenti da quelle della maggioranza. Il fatto è che abbiamo tutti bisogno di essere accolti, e voluti bene, per cui siamo tentati di costruirci una facciata di rispettabilità dietro cui nascondere ciò che non sarebbe ritenuto opportuno in quanto diverso, difforme dalle abitudini dei più. Ma la discrepanza tra ciò che intimamente desideriamo e la maschera che indossiamo potremmo pagarla a caro prezzo. E con noi, le persone da noi ingannate.

Qual è il messaggio che vorrebbe che arrivasse soprattutto ai giovani che leggeranno il suo libro?
Non ho messaggi, né per quel che riguarda “La cattiva reputazione” né mai, anche se ovviamente nelle pieghe di un testo si annida sempre la visione del suo autore. Ho raccontato una storia, ma sta al lettore tracciare il proprio percorso nel testo e, attraverso questo suo personale viaggio, orientare significati. L’autore è solo uno dei possibili infiniti interpreti. Un desiderio però ce l’ho: vorrei che questo racconto fosse letto soprattutto dai ragazzi e dalle ragazze, giovani e giovanissimi. Non solo perché Nina, che ha diciannove anni, sta cercando di crescere senza farsi condizionare dalle aspettative, dalle convenienze, dagli sguardi giudicanti. Ma anche e soprattutto perché Nina sente il sapore delle parole, ne avverte il fascino, e ne intuisce la potenza. Sarei felice se questo libro facesse percepire ai ragazzi quale meraviglioso e creativo strumento siano le parole, e quanto più voluttuosa e intensa possa essere la nostra vita se impariamo ad assaporarle.

 

 
 
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