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 “L’utopia della normalità”

mercoledì 7 dicembre 2016, 15:02   L'Opinione  

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immigratidi Movimento Senza Potere

Perché dimentichiamo così velocemente? Perché sembriamo scrivere la storia ma non appartenervi? Perché ci sentiamo puntualmente estranei a ciò che ci è più familiare? Forse eclissiamo per paura di ricordare tutto quello che ci ha fatto del male, ma un uomo senza memoria è come un orologio senza lancette.
È “la maledizione della madre” il filo sottile che unisce i mari solcati dai gommoni, quelle tanto desiderate cento lire per raggiungere l’America in un viaggio maledetto dalla madre che preannuncia alla figlia la sventura del naufragio. Ma è fondamentalmente un canto di paura per chi parte e per chi resta, perché non esiste viaggio senza paura.
Tra i temi del momento più trattati e maltrattati, quello dell’immigrazione è sicuramente tra i primi. Eppure non è poi passato così tanto tempo quando a emigrare eravamo noi.
Abbiamo sovraffollato le “navi di Lazzaro” per fare traversate di una trentina di giorni accovacciati tra le epidemie. Tanti nostri connazionali hanno trovato la morte in mare. I più sono giunti ad Ellis Island: “il non luogo”, “il luogo dell’erranza”, “il luogo delle lacrime”. Abbiamo patito l’indigenza più assoluta, l’ostracismo delle comunità ospitanti, linciaggi, persecuzioni, restrizioni, condizioni di lavoro proibitive, razzismo.
Oggi, quasi fosse un dejà vu, sono cambiate le rotte e i protagonisti ma la sostanza è sempre la stessa. A viaggiare nei gommoni c’è sempre qualcuno che lotta per la sopravvivenza e intorno a queste nuove odissee c’è sempre qualcun altro che ci costruisce il proprio spregevole interesse. Ma questi gommoni non trasportano amorfità. È l’impersonalizzazione del fenomeno che deforma la realtà fino a trasformarla in problema.
Non vi è TG del giorno o della sera che riprenda ghetti, che racconti storie senza volto e senza nome, che alimenti paura e preoccupazione, che lasci presagire sventure e degenerazione. Eppure non sembra poi essere cambiato molto dalla stampa di qualche secolo fa.
«Il quartiere di Spalen a Basilea è diventato negli ultimi anni una vera colonia di operai transalpini. La sera soprattutto queste strade hanno un vero profumo di terrore transalpino. Gli abitanti si intasano, cucinano e mangiano pressoché in comune in una saletta rivoltante. Ma quello che è più grave è che alcuni gruppi di italiani si assembrano in certi posti dove intralciano la circolazione e occasionalmente danno vita a risse che spesso finiscono a coltellate».
(Da “La Suisse”, Ginevra, 17 agosto 1898).
Intorno ai flussi migratori ruotano impegni finanziari impressionanti, ma nessun impegno socio-politico serio. Si dà priorità a ghetti contenitore piuttosto che a processi culturali. Si guarda al fenomeno come problema e non piuttosto come risorsa positiva.
E mentre capi di Stato sparsi nel mondo trovano nella costruzione di un muro in cemento armato la cura della malattia, nella piccola Riace si trova l’unico italiano rientrato tra le persone più influenti al mondo, il sindaco Domenico Lucano detto “U Curdu”. Alla fine degli anni novanta questo piccolo paese era in ginocchio sia economicamente che socialmente. Le nuove generazioni lasciarono il paese e i residenti restarono appena 400 anziani. Oggi gli abitanti sono circa duemila e la maggior parte sono provenienti da venti nazione diverse.
“Il mare ci ha tolto, il mare ci ha dato”.
Nel 1998 approda il primo barcone di curdi lungo le spiagge di Riace e il tre volte sindaco piuttosto che costruire muri costruisce ponti per battezzare il primo modello di integrazione multietnica che in poco tempo raggiunge risultanti sorprendenti.
E mentre la politica Italiana, Europea e internazionale descrive al mondo i flussi migratori come una piaga senza reale soluzione ma come problema da contenere e gestire tra barriere, intolleranza e ghettizzazione, nella Città dove i sogni e le speranze erano stati rubati insieme ai Bronzi un virtuoso funzionario pubblico ospita i migranti nelle case abbandonate del centro e li rende protagonisti del rilancio delle botteghe artigianali e di attività commerciali. Oggi Riace è polo di eccellenza di inclusione, sviluppo economico, investimento generazionale, modello studiato in tutto il mondo, soluzione semplice ed efficace per trasformare quello che i potenti vedono come problema in risorsa intuita da un piccolo visionario.
Lo stesso Mujica afferma “(…) che prima si deve cambiare la testa degli europei, perché capiscano che l’accoglienza non è una questione di solidarietà. Per secoli, l’Europa ha mandato i suoi giovani a popolare il mondo. Adesso gli europei sono sempre più vecchi e fanno sempre meno figli. La popolazione attiva è ormai minoritaria. (…)”. Questo aspetto deve indurre appunto a non guardare il fenomeno come problema bensì come possibilità in una società che rischia di implodere nella desertificazione generazionale.
Una certa politica internazionale veicola subdolamente l’intolleranza e la contrapposizione tra i popoli affinché il tutto rimanga sul piano della problematicità che poi si traduce in interesse economico. Quale “politica intelligente” vorrebbe investire dove inizia il viaggio. Più conveniente investire dove il viaggio finisce. Il punto è che il costo lo dobbiamo sostenere tutti mentre l’”utile di impresa” lo monetizzano in pochi.
Il mare è puntualmente la prima pagina di un nuovo capitolo di storia. E non vi è viaggio che sia carico di preoccupazioni e incertezze per chi deve farsi accogliere e per chi deve accogliere.
Per mettere in atto la più importante rivoluzione inclusiva necessita trasformare culturalmente “i gommoni” in mezzo disperato di trasporto per persone che hanno un nome e un cognome, hanno una storia e vogliono costruirsi un futuro, hanno emozioni e desideri, hanno professionalità e capacità, sono risorsa e non problema.
Per mettere in atto la più contagiosa rivoluzione politica bisogna partire dalla pragmaticità ed efficacia delle soluzioni e della ricontestualizzazione di modelli inclusivi riusciti.

 

 

 

 

 

 

 

 
 
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