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Il futuro del limone non sembra essere negativo. Se ne è parlato in un convegno

venerdì 3 marzo 2017, 15:22   Cultura  

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limone-convegnoHa avuto luogo a Palazzo Cutò, il convegno organizzato dal Rotary club di Bagheria “Il limone nel comprensorio di Bagheria: quale futuro”.

Dopo i saluti del Presidente Francesco Padovano, hanno relazionato Vincenzo Lo Meo, esperto del settore, la professoressa Antonietta Germanà, docente di agrumicoltura presso il corso di laurea in Scienze Agrarie e Forestali e Antonio Fricano operatore commerciale facente parte dell’associazione APO Sicilia.
Il convegno ha fatto il punto sull’odierna situazione di mercato del limone, dando conto del favorevole andamento del mercato a far data dal 2008 e si è posto l’obiettivo di approfondire l’odierna redditività della coltura al fine di comprendere se sussistono i presupposti per reimpiantare la coltura o recuperare i vecchi limoneti dismessi.
In particolare Vincenzo Lo Meo, che aveva già curato una pubblicazione, ha illustrato il conto economico della gestione del limoneto sia per la figura economica del proprietario coltivatore diretto e sia per quella del proprietario capitalista, compiendo un excursus storico dal 1852 al 2015.
Analizzando il periodo successivo alla seconda guerra mondiale è emerso che: nel 1950 un ettaro di limoneto forniva un reddito netto al proprietario coltivatore diretto di 35.851.840 lire, nel 1973 31.622.631 lire, nel 1994, in piena crisi, 5.537.461 lire, nel 2015 il valore diventa di nuovo elevato e pari a 26.000.00 lire.
Così  un chilogrammo di limoni lasciava  un reddito netto di 1.517 lire nel 1950, 1.050 lire nel 1973, 184 lire nel 1994 e 852 lire nel 2015.
Nel periodo compreso dal 1950 al 1980 il limoneto del comprensorio di Bagheria rappresentò la più riuscita trasformazione agraria del mezzogiorno.
Nel 1970, a Bagheria,  il prodotto netto agricolo (la nuova ricchezza) era pari a 72 miliardi di lire, il valore aggiunto dell’indotto di lire 174 miliardi (valore della lira al 2011); 2/3 dell’occupazione era legata  all’attività agricola e all’indotto.
Analogamente, per pagare una giornata lavorativa occorrevano circa 11 chili di limoni nel 1950, 34 chili nel 1973, 50 chili nel 1980, 150 chili nel 1993 e 55 chili nel 2016.
Nella seconda metà degli anni ’80 la perdurante crisi di mercato dovuta alla contrazione delle esportazioni su mercati esteri, a causa della concorrenza vincente della  Spagna e dei paesi rivieraschi del mediterraneo, l’aumento delle superfici, il mancato rispetto della preferenza comunitaria, i costi di produzione elevati, i condizionamenti strutturali legati alla polverizzazione e frammentazione aziendale, i distorti meccanismi di applicazione degli aiuti comunitari, determinarono un crollo dei prezzi ed un abbandono generalizzato della coltura che si è acuito ancor più nella seconda metà degli anni ’90.
Dal 2008 il mercato ha fatto però registrare quotazioni elevati che hanno reso di nuovo remunerativa la coltura.
La professoressa Germanà ha svolto una accurata relazione sugli utilizzi del limone ed ha  poi illustrato le caratteristiche delle moderne varietà coltivate e fornito alcune indicazioni sulle varietà che coniugano elevata produzione e resistenza al mal secco, che ben si adattano al nostro ambiente.
Antonio Fricano ha illustrato il moderno ciclo della lavorazione del prodotto dando conto delle modalità con le quali deve essere assicurata la tracciabilità. Ha dato conto dei motivi per cui il mercato ha fatto registrare ottime quotazioni a partire dal 2008: i guai degli altri sono stati la nostra fortuna, le situazioni sfavorevoli dei nostri concorrenti stanno facendo ci stanno tornando vantaggiosi. Siccità perdurante in Spagna, scarsa qualità del prodotto e gelate in Argentina, parassitosi in Sud Africa.
La Sicilia mantiene una buona immagine di “naturalità” e tranne le produzioni spagnole, non ha competitors nel settore del biologico, per il quale sussistono spazi e prospettive di mercato molto interessanti. Grecia e Turchia producono solo prodotto convenzionale e  non hanno produzioni biologiche di qualità. La Spagna non riesce da sola a coprire tutto il mercato europeo. L’Argentina e il Sud Africa non possono competere perché lontani e il prodotto non trattato non riesce a raggiungere i mercati europei in buone condizioni di conservazione e presentabilità. La Sicilia, che gode di buona immagine,  trova pertanto spazi commerciali interessanti e la tendenza del mercato sembra stabilizzarsi con una domanda sostenuta e ciò fa ben sperare per il futuro. Inoltre l’industria di trasformazione esprime pur’essa una domanda sostenuta tale da rendere nel complesso positiva la prospettiva del mercato dei limoni.
In conclusione, pur con i limiti strutturali della nostra limonicoltura, in presenza di appezzamenti di idonee dimensioni, il futuro sembra far ben sperare.

 

 
 
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