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Bagheria. I giorni della vampa con Gioacchino Lonobile. Nostra intervista

venerdì 5 maggio 2017, 09:00   Cultura  

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lonobiledi Camillo Scaduto

Gioacchino Lonobile, che ha scritto per i tipi de Il Palindromo “I giorni della vampa”, presenterà il suo libro a Bagheria. Lo abbiamo incontrato per parlare di questo suo romanzo di esordio che continua ad attrarre numerosi lettori, incuriositi da questa due storie parallele, ma non troppo, di Vittorio e Gaspare.
Due esistenze che si formano e si incontrano in una Palermo piena di speranze e contraddizioni, ma anche di buoni propositi e tradimenti.
La prima cosa che mi viene da chiederti e che probabilmente vorrebbero domandarti in tanti è il motivo per il quale un autore così giovane decide di affidare la colonna sonora del proprio libro a una canzone della seconda metà degli anni ’60, “La notte” di Salvatore Adamo, che, sono certo, molti dei tuoi coetanei nemmeno conoscono.
Sono molto legato a questo pezzo, ricordo, ad esempio, il giorno in cui mio padre comprò la musicassetta di Adamo in fiera. Quel nastro, per quanti viaggi familiari in macchina dovette accompagnare, finì per consumarsi. La scelta del brano “La notte” di Adamo come colonna sonora del romanzo è legata all’età di uno dei due protagonisti, Vittorio. Quando ho pensato al suo personaggio, ho immaginato avesse l’età dei miei genitori. Per cui la canzone mi sembrava la più adatta.

Nel tuo romanzo descrivi, senza risparmiarti, i giorni che precedono l’accensione della vampa. Nelle pagine, la vita, di fatto, scorre come prima, ma è evidente che tutto e tutti sembrano aspettare, senza farlo capire, la celebrazione di questo rito, quasi fosse un punto di arrivo e al tempo stesso un punto di partenza. E’ questo che, secondo te, la gente cerca in questa fiamma e perché hai sentito il bisogno di rifarti a questa usanza che, se vogliamo, è ormai abbastanza desueta?
Anche per questo c’è un motivo legato alla mia infanzia. Sono originario di Canicattì, dove le vampe si chiamano vamparotte e non si accendono a san Giuseppe come a Palermo, ma per l’Immacolata. In quasi tutta la Sicilia ci sono feste religiose, che prendono origine da riti pagani, legate all’accensione di grandi falò. Questa cosa mi ha sempre molto affascinato. Quando ero piccolo la tradizione della vamparotta era ancora molto forte, ogni rione ne aveva una. Raccogliere la legna diventava un rito d’iniziazione. Non si giocava più a calcio, non si andava più in giro in bici, per mesi ogni nostra azione fuori di casa era rivolta a quel fatidico giorno.

I due netturbini lavorano insieme e, seppur con molti limiti, si frequentano. Sfuggono, però, ai modelli stantii di amicizia siciliana: no a pacche sulle spalle o ad ammiccamenti, nessuna confidenza e nessun segreto. Addirittura uno dei due non parla quasi mai. Eppure Vittorio e Gaspare si rispettano e forse, in fondo in fondo, si cercano, mentre ripudiano tacitamente ogni sorta di invasione di campo reciproca. Mi sembrano, tutto sommato due “non siciliani”.
Gaspare e Vittorio sono due persone molto diverse tra loro. Entrambi hanno eretto mura attorno alla loro vita e non riescono a guardare oltre. Gaspare è imprigionato nel passato: ogni suo pensiero e ogni azione sono legate in qualche modo a un’esperienza o a un insegnamento che ha ricevuto da bambino. Vittorio, invece, avendo una personalità compulsiva ossessiva, ripete gli stessi gesti innumerevoli volte, non riesce ad avere un passato né un futuro, ma vive un presente continuo e infinito. Il loro rapporto è di stima e rispetto, nonostante siano tanto diversi, il legame che si instaura tra loro va oltre il fatto di condividere lo stesso lavoro e ciò li porta a far vacillare le proprie certezze.

All’autenticità di questo rapporto tu contrapponi un popolo che “si arrende facilmente facendo finta di combattere” e che nel momento topico si dimostra privo di ogni valore e incapace di fornire un minimo riferimento. Avevano ragione, allora, Gaspare e Vittorio?
Il fatalismo insito nel popolo siciliano e palermitano in particolare, penso non sia solo un luogo comune. È capitato a tutti che dando appuntamento a un amico o a un conoscente gli si dica “ci vediamo domani” e quello risponda “se Dio vuole…” È possibile sia un retaggio stratificato da secoli di dominazioni subite; di rivolte annegate nel sangue o che hanno portato a nuovi padroni che non erano migliori dei precedenti. Qui, durante la guerra, la Resistenza per come l’abbiamo letta sui libri non è mai avvenuta. Questo è un popolo che s’indigna per tutto, ma che ormai da tempo si è rassegnato. Anche Gaspare e Vittorio hanno perso la speranza, e non hanno una coscienza sociale tale da poter invertire questa rotta.

Ti aspettiamo a Bagheria per presentare il tuo libr
Sì, ci vediamo a Bagheria sabato 6 maggio, alle 18. Voglio a tal proposito ringraziare la Galleria Drago Artecontemporanea, che ci ospita con la Libreria Interno95 oltre, ovviamente, ai miei editori ed a quanti vorranno intervenire.

 
 
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