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L’emigrazione a Bagheria Ieri e Oggi

giovedì 24 agosto 2017, 07:46   L'Opinione  

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di Giuseppe Martorana

    Nell’ultimo ventennio, il movimento migratorio dal Medio Oriente e dall’Africa verso i paesi europei ha assunto proporzioni allarmanti tale da essere definito fenomeno umanitario epocale.
     Come ci dice la storia, però, già dal secondo cinquantennio dell’Ottocento anche dall’Europa cominciarono a registrarsi vasti movimenti migratori verso le Americhe e in misura ridotta verso il Nordafrica. Famosissimi i versi della canzone Santa Lucia Luntana (1919) ispirata dall’emigrazione: Partono i bastimenti, per terre assai luntane…Ma già nel 1868 era stata scritta “Addio a Napoli” e più avanti ancora (1925) “Lacrime napoletane”.
     Dall’Italia, la percentuale di quelli che si spostarono verso le Americhe è quantificabile in circa il 60%, mentre il rimanente 40% si diresse verso l’Europa in maggior parte, e in misura ridotta verso i paesi costieri nord occidentali africani. Si calcola che circa 26 milioni di Italiani soprattutto del centro Sud siano sparsi in tutto il mondo; e quando si parla di Centro Sud, la parte preponderante è costituita da Siciliani che con le loro forti braccia, faticando oltremodo, hanno reso fecondi i giardini della Tunisia e della California. E quanto alla prontezza e vivacità d’ingegno è altissimo il numero dei nostri conterranei che in tutto il mondo sono divenuti esponenti dell’alta finanza e della politica.
     Bagheria non fu da meno, e molti nostri concittadini, già nell’Ottocento avevano trovato lavoro fuori dalla Sicilia. Nel corso del primo quindicennio del Novecento la situazione peggiorò per la grave crisi dell’industria delle conserve alimentari, dell’agrumicoltura e della viticultura già colpita dalla fillossera, e centinaia di operai e di contadini avevano perso il posto di lavoro. Costoro, unitamente ai senza mestiere e ai nullatenenti spesso trovarono sbocco e rimedio ai loro problemi tentando la via dell’emigrazione. Quando lo facevano, però, erano consci che nelle lontane terre andavano a trovare qualcuno che li avrebbe ospitati temporaneamente in attesa che trovassero un lavoro o un’abitazione provvisoria, il che avveniva quasi nella totalità dei casi.
  Il numero presumibile di bagheresi che solo nei primi anni del secolo scorso emigrarono ammontò a circa duemila unità, secondo quanto riportato da Francesco Nicotra che in quel periodo (1907) pubblicò il Dizionario dei comuni siciliani. I suoi dati sono da considerare veritieri perché il Nicotra per la raccolta delle notizie ebbe la collaborazione del sindaco Baldassare Scaduto, di Domenico Lo Monaco e di Gioacchino Guttuso Fasulo padre di Renato.
     Nella nostra città il problema dell’emigrazione fu affrontato sia dalla nostra amministrazione comunale sia dai vari circoli di lavoratori, associazioni culturali e organizzazioni religiose.
     Anche la scuola in generale e singoli docenti (Carlo Gargano, Salvatore Aiello, Giovanni Simoncini, ecc.) si diedero molto da fare a beneficio dell’educazione popolare degli adulti. Tra le varie iniziative da ricordare quella del maestro Gaetano Giardina che nel 1914 aprì una scuola serale e festiva per gli emigranti che si apprestavano a partire, al fine di renderli più pronti, più liberi, più indipendenti e pratici nella ricerca del lavoro nelle lontane Americhe e altrove.
     Molti partivano perché speravano di andare a fare fortuna in America – così si diceva –  cosa che a qualcuno era riuscita ma si era trattato appunto di fortuna. In ogni caso chi riusciva a fare buoni guadagni era in grado di effettuare consistenti rimesse di danaro in patria con benefici effetti sulle famiglie italiane; si verificava anche il fenomeno del ritorno in patria di coloro che in un tempo più o meno lungo erano riusciti ad arricchirsi, non come lavoratori dipendenti ma come imprenditori in vari campi della produzione e del commercio.
     “Fare fortuna” in America, ripeto, non era un fatto generalizzato, e alcuni emigranti spesso recriminavano che dopo anni di sacrifici e di lontananza dalle famiglie non avevano ottenuto significativi risultati. In realtà molti partivano all’arrembaggio, senza una specifica qualifica professionale, pensando di trovare con facilità un lavoro a loro confacente, ma nella realtà si dovevano adattare a fare gli operai, e per guadagnare di più dovevano anche lavorare di più.
     Per tanti, quindi, fu una vera e propria delusione, specialmente da parte di chi era partito dopo avere lasciato un lavoro o un’attività già avviata.
     Negli anni quaranta, immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, ricordo di avere ascoltato un motivetto dal contenuto sarcastico dal titolo “Money”, di cui mi sono rimasti impressi alcuni versi:

Money, money, Money!
 Dov’è quella Money,
 ho fatto un sogno barbaro,
 sognai trovarla all’albero.
 Money, money, ma quale money!
 M’immaginava ca si truvava
 ‘mmenzu li strati, ‘nta li casalini…
 Ma quali money e money!!!

     Significativo, a proposito di emigrazione e di disillusioni, è il pensiero del famoso scrittore siciliano Vincenzo Consolo quando afferma: “L’America fu scoperta dai Siciliani all’inizio del Novecento e dopo la seconda guerra mondiale. I Siciliani d’America si sono sempre divisi in due gruppi: i Doloranti e i Trionfanti. I primi, pavidi e passivi, sono finiti nelle fabbriche e nei lavori più umili e pesanti, lamentandosene e rimpiangendo sempre l’isola di origine. Dicevano:
La Mérica, la Mérica
 fu la sfurtuna mia:
 nun era ppi la Mérica
 iu cca nun ci saìa.

     I secondi (i Trionfanti), coraggiosi, attivi e intraprendenti, si sono imposti negli Stati Uniti a bagliori di lame d’intelligenza, a colpi di genialità, a raffiche di azioni precise e produttive, imponendo, nel contempo, il buon nome della Sicilia. Sono divenuti – i Trionfanti – subito imprenditori e commercianti e… non è stato molto difficile per loro imporsi negli Stati Uniti, perché gli Americani non hanno la fantasia, la furbizia e l’intraprendenza dei Mediterranei, sono un po’ infantili, spesso stupidi”.
     Oggi, ogni qual volta – o meglio tutti i giorni e in tutte le ore – che si affronta il problema degli extracomunitari che arrivano in Italia, molti vorrebbero paragonare questa emigrazione con la nostra di allora. Il paragone non regge per niente e alcuni politici farebbero bene a non percorrere tale assunto, anche perché i nostri emigranti un lavoro lo andavano a trovare o se lo creavano, mentre oggi un posto di lavoro non si trova nemmeno a cercarlo con il lanternino. È vero che i nostri migranti partivano con la valigia di cartone legata con lo spago, ma tanti anni fa era difficile trovare valigie fatte con materiali più resistenti; e se c’erano costavano troppo. Quando partivano, però, e lo ripeto, avevano un punto di riferimento, e se non trovavano una soluzione idonea ai loro problemi, potevano benissimo fare il viaggio di ritorno.
    Anche il nostro presidente della Repubblica, recentemente, parlando della catastrofe di Marcinelle in Belgio del 1956, dove trovarono la morte 261 minatori, di cui 138 italiani, ha affrontato il tema dell’emigrazione che nel passato ha interessato anche la nostra popolazione. Pure in questo caso il paragone non regge perché i nostri lavoratori nel secondo dopoguerra andavano dove era richiesta manodopera. Quindi, in mancanza di altro, perfino nelle miniere. 
     Purtroppo, il fenomeno migratorio degli ultimi anni ha fatto arrivare in Italia decine e decine di migliaia di profughi provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente. Salvati, raccolti o prelevati vicino alle coste libiche vengono tutti portati in Italia perché i nostri porti sono i più vicini rispetto alle zone di salvataggio, e in molti casi sono gli stessi scafisti che li consegnano alle ONG operanti nell’ex Mare Nostrum. L’Unione Europea, tra l’altro, ha convinto il nostro governo che in seguito sarebbero stati suddivisi fra tutti i paesi membri. Sappiamo ora che nessuno vuole sentire parlare di quote, anzi i controlli alle nostre frontiere sono particolarmente rigidi per non consentire che nessuno attraversi il confine.  Alcuni esponenti politici europei affermano perfino che il fenomeno migratorio è un problema esclusivamente italiano, tanto noi, per grazia ricevuta, abbiamo i doni della solidarietà, della carità cristiana, dell’antirazzismo, del buonismo, del garantismo, del debito pubblico e della Città del Vaticano con Sua Santità che ci sprona a fare sempre meglio e di più! 
     Fino a una decina di anni fa alcuni migranti riuscivano a raggiungere i paesi europei, poi questi paesi si sono fatti furbi e hanno cominciato a controllare le frontiere non consentendo più i facili passaggi. Hanno in tal modo lasciato sola l’Italia esprimendo la loro solidarietà con qualche soldo e tanta ipocrisia. Così, al momento attuale, circa duecentomila stranieri bivaccano nei CARA o sono ospitati in alberghi  o percentualmente vengono divisi in tutti i comuni italiani con l’imposizione dei prefetti che, a loro volta, debbono rispondere al Ministro dell’Interno. Questo, per i troppi errori commessi dal governo di cui fa parte,  si trova con l’acqua alla gola.
     E se da più  organismi –  partiti politici, amministratori locali, presidenti di regioni, da una parte della stessa Chiesa, dalla stampa, ecc. – è stato fatto rilevare ripetutamente che bisognava porre lo stop agli arrivi, molti ben pensanti (?), illustri economisti (?), tutti i partiti di sinistra ne hanno sparato delle grosse spiegandoci che gli immigrati costituiscono una risorsa per il nostro paese, perché lavorando in Italia i contributi da loro versati vanno a impinguare il fondo pensioni dell’INPS. Dire ciò significa prendere in giro gli Italiani che poi non sono così sciocchi e quando possono – vedi ultimo referendum ed elezioni amministrative – danno severe legnate al partito di governo. Mi chiedo a questo punto dove e quando troveranno un lavoro questi poveri disgraziati, visti i milioni di disoccupati che abbiamo in  Italia? Come si può continuare a dare loro assistenza se già ben dieci milioni di italiani sono al limite della sopravvivenza? Vale la pena ricordare che ben cinque milioni di essi sono assistiti quotidianamente dalle Caritas cittadine?.
     Finalmente il nuovo ministro dell’Interno Minniti e parte del suo Partito hanno compreso che dall’Europa non c’era nulla di concreto da aspettarsi e che bisognava cambiare regime. Infatti, già si stanno ottenendo buoni risultati, ricevendo anche il plauso e l’assenso di Salvini, di Berlusconi e della Meloni che erano stati premonitori di quello che sarebbe accaduto, cioè l’invasione dell’Italia, l’ingovernabilità del fenomeno e l’eccessivo costo di tutte le operazioni. Ma erano di centro destra e non potevano essere ascoltati!  Così come tra qualche mese non saranno ascoltati per la riaffermata contrarietà alla legge riguardante lo ius soli che non è né urgente né necessaria e, in questo momento di caos migratorio, ritenuta anche inopportuna! Ed è quindi inaccettabile che si debba concedere la cittadinanza solo perché, dando un diritto, lo Stato può chiedere il rispetto dei doveri come ha recentemente affermato il Presidente del Consiglio Gentiloni,  Dichiarazione molto grave da parte sua perché diritti e doveri non possono essere oggetto di baratti. Il “do ut des” tramandatoci dai Latini può riguardare solo un rapporto tra due privati, non tra lo Stato e i cittadini i quali devono sempre rispettare le leggi.

    

 

 
 
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