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Spigolature dialettali

mercoledì 29 novembre 2017, 09:54   L'Opinione  

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di Giuseppe Martorana

Recentemente, leggendo il volume “Storie del cinematografo” – Anime di celluloide a Bagheria dai Guttuso a Tornatore – , pubblicato nel 2015 dal prof. Domenico Aiello e dal dottor Biagio Napoli, mi sono accorto che quest’ultimo a tutte le parole dialettali comprendenti due “d” consecutive aggiunge una “r”. Ciò l’ho notato anche in tanti altri scritti, molto interessanti e gradevoli, dello stesso pubblicati su Bagherianews.

Eccone alcune: nuddu > nuddru (nessuno); picciriddu > picciriddru (bambino); addumari > addrumari (accendere); siddiatu > siddriatu (seccato); addivintari > addrivintari (diventare); picciuttieddi > picciuttieddri (ragazzini); iddu > iddru (lui); chiddu > chiddru (quello); cirivieddu > cirivieddru (cervello); cipudduzza > cipuddruzza (cipollina); friddu > friddru (freddo); ddassutta > ddrassutta (là sotto).

A pagina 19 di detto volume, il dottor Napoli, per avallare tale uso, riporta quanto osservava Leonardo Sciascia a tale proposito. “Questi – scrive Biagio Napoli – in una nota al suo libro “Occhio di capra”, cita il finale della Cavalleria Rusticana in cui una voce fuori scena grida il famoso “hanno ammazzatu cumpari Turiddu”. Ma i Siciliani, egli scrive, non è così che pronunciano il “dd”, perché dicono Turiddru e non Turiddu. E così, quando si scrive, dopo il doppio “d”, bisogna aggiungere una erre. Tutto l’opposto rispetto a quelli, come il Pitrè, che del dialetto siciliano dicono sia assimilabile a quelle lingue (come l’inglese) che si scrivono in un modo -ddu- e si pronunciano in altro modo – ddru. E così era, ad esempio, per Ignazio Buttitta. Anche Giuseppe Tornatore le parole con la doppia “d” finale le scrive in un modo (nella sceneggiatura di Baaria) e le fa pronunciare in un altro modo (nel film) ma, per tutto il resto, se si va a leggere il libro, ci si accorge come u baariuotu è scrittu precisu a comu è parratu. Così, dopo Tornatore, chiunque voglia scrivere in dialetto dovrà tenere conto della sua lezione: si scrive come si parla”.

Io, da semplice osservatore e non studioso della lingua siciliana, non sono d’accordo, con quanto afferma il dott. Biagio Napoli e di conseguenza non lo sono con Sciascia, con Buttitta e con Tornatore e continuerò a scrivere la “dd” senza l’aggiunzione della r.

Questa aggiunzione, infatti è un’operazione impropria, sia perché sui dizionari siciliani (Traina, Mortillaro, Macaluso Storaci, ecc.) le voci con la “dd” sono riportate senza la erre, sia perchè questa aggiunzione non risolve il problema fonetico della consonante “dd”. Importante è “che essa non abbia suono dentale ma cacuminale il cui punto di articolazione è localizzato subito dietro gli alveoli dove la lingua retroflessa, tocca l’arcata palatale”. Così scrive il poeta, saggista e traduttore Marco Scalabrino che aggiunge: nel tempo, i vari tentativi di sostituire il segno dd con ddh o ddr, sono entrambi falliti.

Ecco perché è senz’altro preferibile l’opinione di quelli, come il Pitrè, i quali affermano che il dialetto siciliano è assimilabile a quelle lingue come l’inglese laddove molte parole si scrivono in un modo e si leggono in un altro modo. La lettera “dd” pronunciamola, quindi, come l’articolo inglese “the” o come il the di mother.

Ci sono poi altre parole come per esempio ciuri che secondo la suddetta teoria dovremmo scrivere sciuri. Ma non è così. Si scrive ciuri e la pronunciamo quasi sciuri. Lo stesso vale per altre parole come ciatu > sciatu (fiato), ciumi > sciumi (fiume) e così via. Anche altri nomi, specialmente con il digramma “gh”, si pronunciano diversamente da come si scrivono come per esempio scagghia, agghiu, cunigghiu, e così tutti i nomi con il digramma “str” come maistru, strata, amministraturi, ecc.

A questo punto mi viene in mente Pietru Fudduni. Dovremmo trasformare il suo famoso verso da “Sugnu Fudduni pi la me fuddia” in Sugnu Fuddruni pi la me fuddria?

Una sgradevole cacofonia! Una follia!

Ma se noi siciliani sappiamo come si pronunciano le parole con la doppia “dd”, cioè con suono cacuminale e non dentale, non so dove stia e quale sia il problema. A chi non è siciliano, e ci chiede delucidazioni in merito, spieghiamogli che la lingua siciliana, in certi casi, è come una lingua straniera e alcuni vocaboli si scrivono in un modo e si leggono in un altro modo.

C’è da aggiungere, inoltre, che la “dd” non è una doppia “d” ma rappresenta un’altra lettera dell’alfabeto siciliano che con la “J” è composto da 23 lettere. La suddivisione in sillabe della parola cavaddu è, infatti, ca-va-ddu, non ca-vad-du, così come ddi-sa o Ddu-vi-cu. La 23^ lettera, la J, che è anch’essa una consonante, assume tre suoni diversi: a) suono ghi (esempi: tri jorna, ogni jornu); b) suono gn (esempi: un jornu, san Jachinu); c) suono i (esempi: quattru jorna, vaju, staju).

Relativamente alla lingua siciliana e al dialetto bagherese ci sono tante altre considerazioni da fare. È da un po’ di tempo, infatti, che raccolgo modi di dire, proverbi, frasi idiomatiche e vocaboli molto usati nel dialetto bagherese. Dovendo riportare per iscritto alcune parole mi accorgo che spesso si differenziano da come sono segnati sui vocabolari siciliani

Nel dialetto bagherese, infatti, certe “r” interne, alla parola, che precedono un’altra consonante e precedono una vocale si trasformano in “i”; esempio: varcocu diventa vaiccocu e raddoppia la “c”; marteddu diventa maittieddu laddove acquista un’altra “i” prima della “e”, e raddoppia la “t”, e così via altre numerose sfumature.

C’ è da dire, relativamente ad alcune preposizioni, che la “di” a Bagheria diventa “ri” e spessissimo la stessa “ri” perde la consonante. Esempio: essiri ‘i mala razza. La preposizione articolata “dalla” diventa “ra”. Esempio: a littra ra Mierica. Le preposizioni articolate Italiane al, allo, del, in siciliano diventano “’o”. Esempi: ‘o stadio (allo stadio) – A botta ‘o mastru (il tocco del mastro). E così via, per quanto riguarda gli articoli determinativi e indeterminativi e le altre preposizioni semplici e articolate.

In questo breve scritto, però, quello che per me era importante sottolineare riguardava la consonante “dd”; come nel caso dell’aggettivo italiano bello che nel dialetto siciliano si scrive beddu e in quello bagherese bieddu e che si pronuncia all’inglese, come prima detto, senza l’aggiunzione della erre (bieddru).

 
 
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