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domenica 31 Maggio 2020

domenica 31 Maggio 2020

Il nuovo pentito di mafia Gravagna parla di incontri e piani organizzati a Bagheria

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corso butera e gravagnaParla soprattutto dei suoi rapporti con i rappresentanti mafiosi di Bagheria, l’ultimo pentito di mafia, Danilo Gravagna, della famiglia di Porta Nuova.
Le sue prime dichiarazioni sono state inserite nell’ambito del processo Reset che vede alla sbarra 28 presunti affiliati alla famiglia bagherese.
Le dichiarazioni sono state pubblicate da Riccardo Lo Verso in un articolo sul sito livesicilia.
Gravagna parla di riunioni che si svolgevano a Bagheria, anche in  esercizi commerciali.
Al pubblico ministero Francesca Mazzocco: “…. nel 2011 prima dell’arresto di Nicola Milano e Tommaso Di Giovanni… siamo andati a Bagheria nel corso principale in una gioielleria che ho saputo essere di proprietà di Zarcone (Antonino Zarcone, in carcere con l’accusa di essere stato il capomafia di Villabate ndr).
Abbiamo parlato perché dovevamo fare un furto presso una ditta di autotrasporti che posteggia a Bagheria nella statale 113, Di Martino è la ditta, lui è di Catania, però il parcheggio è di un certo Salamone di Bagheria… allora tramite Zarcone abbiamo avuto l’autorizzazione… c’era con noi Tonino, affiliato di Porta Nuova, che lo chiamavano Bambolina…. (il riferimento sarebbe ad Antonino Lo Iacono arrestato dai carabinieri in un blitz del 2011 ndr)”.
Nonostante il via libera di Zarcone, però – racconta Gravagna – “il furto non è stato fatto… in quanto cera stato un tentato furto e avevano preso più precauzioni…”. Il clan di Porta Nuova, che a detta del collaboratore controllava i trasporti all’interno del porto, non si sarebbe dato per vinto. Prima del furto i mafiosi avrebbero tentato di avvicinare l’imprenditore catanese, sulla scia del tradizionale repertorio di Cosa nostra. Ed è in questo contesto che sarebbe entrato in gioco Richichi: “ Di Martino lavorava al porto di Palermo, tramite il presidente dell’Aias di Catania Richichi, noi avevamo cercato il contatto con Di Martino per chiedergli se per Natale e per Pasqua, visto che lui lavorava molto con i semirimorchi al porto di Palermo, poteva dare qualcosa per le persone carcerate…”.
La risposta sarebbe stata negativa: “… tramite Richichi abbiamo saputo che non era… non gli aveva fatto sapere niente, lui glielo aveva fatto sapere e lui non aveva dato nessuna risposta, cioè questo significava che lui non voleva aderire a questa situazione, allora abbiamo pensato di colpirlo facendo questo furto”. Fallito il primo tentativo di furto per la presenza della polizia, il clan non si sarebbe dato per vinto: “Comunque poi lo abbiamo colpito lo stesso in un secondo tempo, perché abbiamo rubato de semirimorchi dentro il porto di Palermo, sempre della stessa ditta nel 2012”.

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