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La politica deve essere capace di cogliere il cambiamento

mercoledì 7 marzo 2018, 13:55   L'Opinione  

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di Giacomo Aiello

Se c’è una cosa che la consultazione elettorale del 4 marzo deve insegnare è che la storia cambia e se la politica non è capace di cogliere e determinare questo cambiamento, inevitabilmente lo subisce sino a restarne travolta.
Fuori da ogni semplicistica analisi, è ragionevole affermare che il periodo di crisi ha prodotto una progressiva ristrutturazione, per non dire stravolgimento, di tutte le democrazie occidentali, con percorsi tuttora in atto che rischiano di approdare a svolte anche radicali. Non so dire se trattasi di terza Repubblica, quel che è certo è che le conseguenze socio-economiche di questi anni hanno lasciato ferite profonde difficili da rimarginare, che vanno però adeguatamente comprese e non facilmente liquidate, con atteggiamento umile e mai supponente.
Il m5s tocca il picco di consensi tra i giovani (44%) e i disoccupati (50%) e la Lega ha raggiunto i massimi su sicurezza e immigrazione (41%), non è difficile da intuire. Quello che non sapevamo, o che forse non era stato preventivato e tuttora non viene sufficientemente compreso, è che il voto di queste forze politiche risulta più o meno equamente distribuito tra lavoratori autonomi, tra dipendenti pubblici e privati, tra laureati e diplomati. Da questi dati si può trarre una prima fondamentale evidenza: il cosiddetto ceto medio, progressivamente eroso e sul quale più di tutti sono state scaricate le conseguenze della crisi, non è più il “ventre molle” di una politica moderata che va dalla liberaldemocrazia al riformismo di ispirazione cattolica, ma si presta in massa ad ulteriori spinte troppo banalmente definite estremistiche o di protesta. Non si tratta di revisione delle vecchie categorie, semplicemente queste non esistono più. Gli antagonismi di un tempo hanno lasciato il posto a nuove contrapposizioni, non più chi ha molto e chi ha poco, ma chi si è visto togliere molto, a tutti i livelli, ed un “sistema” percepito come sterile rigenerazione del potere che non da, o non riesce più a dare, risposte diffuse di fronte a questioni di carattere globale. Negli ultimi 25 anni è tramontato il conflitto di classe, ma la politica si è fatta classe e come tale è stata percepita in tutte le fasce dell’elettorato. Quest’ultima considerazione non può che trovare conferma nel dato sull’affluenza (73%) sicuramente ben superiore alle aspettative, anche se in piena continuità col trend negativo determinatosi rispetto alle precedenti elezioni del 2006 (81%), 2008 (78%) e 2013 (75%). C’è da dire che il sistema di voto di certo non ha facilitato le cose, il proporzionale non permette chiarezza di scelte, coerenza di proposte, non consente all’elettore di capire costa sta votando e quale potrebbe essere l’esito del suo voto: è la morte della democrazia decidente. Difficile, oggi, capire da chi potrebbe essere composta una maggioranza di governo, anche se è innegabile che la pesante affermazione del m5s, come forza politica di gran lunga più votata rispetto alle altre (tutte sotto il 20%), verosimilmente lo renderà attore principale quantomeno nell’approvazione di una legge elettorale tendente al maggioritario, se non nell’apertura di una vera e propria legislatura. Mi sbaglierò ma non esistono casi, nella storia delle moderne democrazie occidentali, in cui la prima forza politica sia stata esclusa dalla formazione di un governo. Diversamente si tornerebbe a votare, sebbene sia difficile immaginare che gli eletti, con un sistema di voto che in condizioni normali poteva essere una chance per i partiti di dimostrare capacità di selezionare gruppo dirigente, ma che in pratica si è rivelato un maldestro tentativo di conservazione dell’esistente, rinuncino ad una poltrona che per molti rappresenta l’occasione della vita.
Difficile dire da dove potrebbero ricominciare i partiti tradizionali, che da diversi anni ormai hanno dimostrato di non funzionare. Quando il partito degli eletti, dei dirigenti e degli iscritti rischiano di coincidere con il partito dei rispettivi elettori, questo è un fenomeno pericoloso per la democrazia che fa tornare in mente l’anticamera di tempi bui. In generale quando pochi scelgono per molti, e le scelte vengono sistematicamente calate dall’alto, è segnale che la democrazia non funziona e che gli addetti ai “lavori” continuano a perseverare nell’autoreferenzialità, nella considerazione dei posti di potere come centri di autoriproduzione del potere, nel distacco dai problemi reali delle persone “normali”. È difficile ma se questo Paese vuole rialzarsi bisogna continuare a credere nonostante tutto nel valore della partecipazione, nell’idea che la possibilità di scegliere e determinare percorsi di cambiamento è una conquista preziosa e mai scontata, e comunque sempre meglio di non poter scegliere affatto. Delle libertà si inizia a sentire la mancanza, come di tutte le cose, quando queste vengono sottratte.
Per ripartire bisogna tenere a mente che la sfiducia e la delusione non vanno mai criticate, piuttosto devono essere comprese a fondo e la politica deve trarne una sfida per capire dove si sbaglia e dove si può migliorare. E resto convinto che la moltitudine dei delusi in questo momento storico non possa essere recuperata dall’interno delle strutture politiche che hanno contribuito a crearla, ma con umiltà va ricercata fuori perché è lì che vanno coltivati gli elementi embrionali e fondanti del vivere civile quali condivisione, coscienza del bene comune, senso di umanità e rispetto per il prossimo. È lì che si può tornare a far comprendere il significato di un impegno per gli altri inteso come servizio, sacrificio del proprio tempo, del proprio lavoro, dei propri affetti, della propria persona. Dare del cibo a un affamato è un gesto che crea gratificazione immediata; creare le condizioni affinchè decine, centinaia, migliaia di persone possano portare dignitosamente il pane a casa è un impegno che richiede sforzi e tempi notevoli.
Parole che a molti sembreranno pura poesia, per chi ci crede sono scelte di vita.
Considero sempre attuale l’insegnamento per ogni cristiano che voglia vivere nell’impegno politico la sua fede: “Egli è uomo…che per amore di Cristo si mette a servizio dei fratelli per attuare il bene comune ai diversi livelli; uomo che non si rinchiude nello spirito angusto e opportunistico del partito; uomo che esercita il potere per servire senza mai cadere nell’idolatria del potere; uomo umile che sa consultare ed ascoltare gli altri e non soltanto la gente del suo partito e i suoi elettori [P. Arrupe].

 

 
 
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