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giovedì 2 Luglio 2020

giovedì 2 Luglio 2020

Il cimitero di Bagheria

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di Maria Letizia Mineo

Ogni giorno, domenica inclusa è un via vai di macchine tutte autorizzate ad entrare anche quelle senza portatori di disabili,il divieto iniziale è stato subito abolito, come si addice ad un popolo civile e scrupoloso e soprattutto rispettoso del silenzio del luogo pio e santo.
Noi infatti lo chiamiamo Camposanto, ma deriva dal greco il suo nome e significa dormitorio, luogo in cui si giace e si riposa, solo dopo il culto dedicato ai morti, si parla di inizio della civiltà, secondo i pareri di antropologi illustri. Noi allora siamo al di fuori di essa se non rispettiamo il loro riposo, il loro silenzio e soprattutto la loro pulizia, non dei morti stessi ma dei luoghi che li accolgono.
Ho conosciuto eroi, martiri, vittime e criminali o malati morti serenamente, ricchi, poveri e così così, in pace con se stessi e il mondo,tutti come dice il grande Totò, livellati allo stesso piano di attesa e di preghiera e di sacra accoglienza, ma pochi hanno pure il privilegio di sostare mesi o anni(?) all’ingresso nelle sale di transito che diventano di deposito prolungato, le loro bare deposte su secchi di vernice capovolti, le loro foto in bilico e a rischio di confondersi tra loro. Anche mia madre è stata deposta là, dopo qualche giorno, grazie alla disponibilità della cappella familiare di un mio cognato l’ho accompagnata nella prima postazione provvisoria e poi dopo qualche mese , forse sei, in quella definitiva.
E tutti a dire che ero stata fortunata e raccomandata. Non è il caso di commentare. Al posto di parcheggi non utilizzati si poteva ampliare il vecchio cimitero che per architettura e stili potrebbe essere un laboratorio di ricerca, peccato che le vecchie cappelle scompaiono a poco a poco, diventando nidi di uccelli, tane per animali notturni, scricchiolando e facendo cadere calcinacci e tetti, nelle arcate dove è stato posto un mio zio, per sua scelta, (voleva stare accanto ai suoi genitori) perché era uno degli angoli meglio tenuti, stiamo parlando di venticinque anni fa. Oggi qual è la situazione?
Non posso più mettere un fiore se non a mio rischio e pericolo, qualche anno fa ho informato solo verbalmente il responsabile del cimitero, forse un signore mio omonimo, non ricordo bene ma ricordo perfettamente la sua gentile risposta, Non si preoccupi, rimedieremo subito, grazie di averci informati. Come stile e cortesia, non c’è che dire ma come pratica conseguenza e lavoro effettivo?
Anche qui no comment, per non essere incivile, qualche cane passeggia alla ricerca di cibo che troverà sicuramente nei cassonetti stracolmi e spesso rovesciati così ho potuto constatare che qualcuno fa pure il picnic in cimitero altrimenti viene a depositare qui il suo pacchetto rifiuti, tanto un sacchetto in più o in meno non fa differenza. Intanto la buona volontà di pochi ha reso certi angoli puliti eleganti e dignitosi per i defunti e per i visitatori mesti e in lacrime sommesse, le più dolorose, escono a fatica come a fatica esco da questo luogo che frequento da quando ero bambina e mia nonna mi descriveva la sua famiglia attraverso foto e ricordi lontani. Non ho perso la vecchia abitudine di frequentare regolarmente il cimitero e nemmeno quella di raccontare ma avrei preferito raccontarne di più belle. Se non rispettiamo nemmeno i morti, chi rispettiamo?
All’ombra dei cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro? Credo di no, ma se posso sedermi, le panchine sono state donate da gente di cuore,in molti angoli dove sono i miei cari, se posso parlare o confessarmi con le anime dei miei defunti senza erbe alte che m’impediscono il passaggio, se posso e voglio pregare in silenzio, senza macchine che sterzano, che disturbano le mie preghiere, chiedo troppo?

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