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Bagheria. “Rigenerazione urbana”. Una opportunità  per il futuro della città 

venerdì 5 Aprile 2019, 08:02   Attualità  

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di arch. Francesco Paolo Provino   

Parlare di Bagheria, città contraddittoria per eccellenza e dai tanti volti, è sempre difficile. Farlo attraverso la sua vicenda urbanistica e di governo del territorio significa trovare un punto di equilibrio tra la consolidata sfiducia per le occasioni mancate e una speranza che emerga dalla realtà in cui essa si ritrova. Certo, l’eredità – quella dei suoi fasti ed eccellenze e quella delle sue negatività -, se non trattata con saggezza, può portarci fuori strada verso visioni a tinte fosche, oppure a cadere in un irragionevole ottimismo. Indubbiamente oggi, Bagheria è ancora in bilico tra il declino e il possibile rilancio. Nonostante le difficoltà che ne segnano lo sviluppo, la carente qualità urbana ed ambientale, le difficoltà del contesto, Bagheria non ha un destino irrimediabilmente compromesso. Le possibilità di risalire la china risiedono innanzitutto in due fattori: una lettura onesta, senza sconti, delle vicende degli ultimi decenni e la capacità di innescare processi di rigenerazione urbana, con una nuova generazione di innovazioni sociali che dalla ricombinazione di risorse e soluzioni eterogenee (prima confinate in ambiti separati), siano capaci di produrre quella trasformazione inattesa spesso descritta come il passaggio da “spazi in luoghi”.

Introdurre il concetto di Urban Enterprise, una metafora che cerca di cogliere la capacità delle comunità urbane di creare e capitalizzare valore sociale positivo con meccanismi riconducibili ad una vera a propria funzione di produzione di comunità. Lo sviluppo è in grado di rigenerarsi, infatti, solo intorno a una rinnovata capacità di riconoscere la comunità come mezzo per prendersi cura di sé e come esito di economie che riconoscono la produzione come “fatto sociale”, economie ibride capaci di tenere insieme dono e mercato, partecipazione e imprenditorialità.

A partire da questa idea è possibile sperimentare che una progettazione integrata di infrastrutture sociali e comunitarie, infrastrutture digitali e infrastrutture fisiche, assistita da strumenti di finanza ad impatto sociale, capaci di  trasformare le comunità e le reti sociali in produttori di impatto sociale positivo e che solo la generazione e la capitalizzazione di tale impatto assicura, nel medio lungo periodo, la tenuta del valore economico degli asset fisici e immobiliari realizzati nell’ambito di operazioni di rigenerazione urbana.

Al di là dell’iperbole, questa riflessione rende evidente come stia maturando tra gli sviluppatori urbani che sono chiamati a promuovere operazioni di partenariato pubblico privato in aree periferiche o disagiate, la consapevolezza che non è più possibile fare leva su sotto strati di valore economico tradizionali – come residenziale, insediamento di imprese o grande distribuzione per citarne alcuni. È invece necessario venire a patti con l’evidenza che le reti sociali ed in particolare le aspirazioni degli abitanti, sono sempre più frequentemente l’unica fonte possibile di generazione di valore e che una progettazione urbana che non includa intenzionalmente un investimento in queste aspirazioni trasformandole in imprenditorialità sociale, molto difficilmente potrà generare e soprattutto mantenere valore economico nel tempo.

In questa ottica, il valore apparentemente intangibile che nasce dall’attivazione e inclusione della comunità in processi di partecipazione, si configura come il vero e proprio asset intorno al quale progettare un’operazione di sviluppo.

E’ questa una consapevolezza che necessita ad una amministrazione lungimirante, che su scala locale, sia capace  di ricucire questa lacerazione e aprire una nuova stagione di interventi di rammendo e rigenerazione urbana basata su reti e imprenditorialità sociale, che trova la sua concreta realizzazione nella volontà di integrare in modo inscindibile progettazione sociale, sviluppo urbano e investimenti immobiliari, in particolare nelle grandi operazioni di rigenerazione nelle aree periferiche.

È forse, quindi, venuto il tempo di guardare il tema della rigenerazione delle periferie come occasione per ridisegnare “una diversa idea di città”. Un design urbanistico, infatti, incapace di valorizzare i flussi relazionali ed i piaceri e rituali della collaborazione, di progettare ecosistemi di economia sociale e di reti comunitarie si dimostrerebbe ben presto insostenibile; la cifra della città-comunità non è tanto la più grande dimensione, quanto piuttosto la capacità di realizzare coesione sociale e di esprimere un’identità come geo-comunità economica e culturale. Questo può accedere solo promuovendo governance sperimentali che vedono una pluralità di portatori di interessi (stakeholder) e portatori di risorse (assetholder) cooperare per restituire agli spazi un valore d’uso prima che un valore economico.

È evidente che questa ridefinizione del sistema di incentivi nel segno di una maggior attenzione alle reti sociali e alle comunità rappresenta un’opportunità unica per le policy locali, che vedrebbero ampliarsi lo spazio di opportunità per promuovere nuove forme di partenariato pubblico privato, più inclusive e nelle quali la centralità della valutazione e dell’impatto sociale diventa la caratteristica emergente di una convergenza di intenti o almeno di necessità. Diventa perciò indispensabile passare da una progettualità basata sull’ “accountability dei processi” ad una visione ancorata all’identificazione, ex ante, di indicatori d’impatto sociale poiché, ciò che si vuole stimolare non è tanto l’esecuzione di una sequenza programmata di azioni, quanto la trasformazione di un contesto socio-culturale.

L’interpretazione politica di questa opportunità richiede in primo luogo che si operi all’intersezione tra politiche sociali, urbane e dell’innovazione, con un modello di interventi integrati e interdisciplinari capaci di superare la storica compartimentazione dell’amministrazione locale. Se è pur vero che le operazioni di rigenerazione hanno storicamente integrato la dimensione progettuale urbanistica e sociologica, meno comune è l’integrazione con uno sforzo di progettazione economica e industriale che metta al centro le risorse imprenditoriali delle reti sociali e delle comunità su scala locale. Tale sforzo di progettazione integrata si deve confrontare poi, con la natura sistemica, complessa e non lineare delle dinamiche connesse ai processi di rigenerazione urbana nelle aree periferiche. In questo contesto, infatti, il determinismo e l’assunzione di linearità stimolo-effetto che caratterizzano le politiche di sostegno alle imprese sono incompatibili con l’obiettivo di favorire la creazione valore economico su cui basare le operazioni di rigenerazione nelle aree periferiche.

Ancora una volta mi appare opportuno ribadire la necessità di ragionare su una “vision” complessiva per lo sviluppo di Bagheria, fuori da soluzioni spot, ma saper coniugare attraverso il dialogo competitivo tra i vari stakeholder e comunità, dove il sistema infrastrutturale, fisico e digitale,  la capacità di generare servizi per la comunità in ordine all’offerta di spazi per l’abitare sempre a più alto livello qualitativo, sia di confort che di sistemi integrati, alla diverse necessità dei soggetti, costituiscano la dorsale di un modello di sviluppo sostenibile.    

    Far si che il progetto diventi qualcosa di simile a ciò che Wittgenstein chiamava “rappresentazione perspicua”, il modo nel quale vediamo, “la quale consiste appunto nel fatto che noi vediamo connessioni. Di conseguenza vedere sarebbe precisamente comporre insieme connettere in un contesto gli aspetti delle cose che si illuminano attraverso le loro relazioni interne” che disegna la nostra forma di rappresentazione.

Rigenerazione diventa perciò la creazione di un contesto abilitante e di un ecosistema coeso di attori capaci di co-produrre con la comunità luoghi e soluzioni utili al benessere dei cittadini. È forse l’inizio di una nuova generazione di politiche generative a sostegno dell’innovazione, politiche che misureranno il loro impatto nella capacità di convertire “beni e risorse private” in opportunità e lavoro per il bene comune.

 
 
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