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I focolai portatili nella Bagaria del ‘700 e ‘800

venerdì 5 Luglio 2019, 09:31   L'Opinione  

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di Giuseppe Martorana

Nella “Bagaria” del Settecento e dell’Ottocento era molto diffusa la vendita, in piazza Madrice, nello Stradone, nello Stradonello e in altri punti nevralgici del paese come i quartieri Puntaguglia, Palagonia e Angiò, di cibi cotti all’istante.
Era una tradizione che veniva tramandata di generazione in generazione ma che non era bene accetta dagli abitanti che avevano le loro case a pianterreno che sporgevano nella piazza e nelle adiacenze degli altri posti di smercio. Erano diversi i rivenditori che verso mezzogiorno con le attrezzature del mestiere – i cosiddetti focolai portatili – accendevano il fuoco aspettando la clientela.
Ognuno aveva la sua specializzazione nella frittura del pesce, della carne, di melanzane fritte, con la famosa specialità delle cosiddette “quaglie”, che tagliate in una certa maniera davano la sensazione di quaglie arrostite. Di conseguenza ogni operatore utilizzava le attrezzature più idonee: dalle graticole ai piani cottura, dai fornelli piccoli a quelli più grandi, per la bollitura delle patate, dei carciofi, dei “cardoni”, della verdura, delle fave e via dicendo. Oggi i fornelli a legna o a carbonella più usati sono i barbacue che ci riportano anche alle grandi grigliate festaiole. 
Dei focolai portatili parla anche l’avvocato Nicola Previteri, impareggiabile storico del primo sessantennio dell’Ottocento, e precisamente alla pagina 130 del suo volume “Don Gesualdo Pittalà sindaco e galantuomo borbonico”, dove si legge che la consuetudine dei focolai portatili era risalente a tempi immemorabili secondo la quale in piazza Madrice si attizzavano braci per arrostire carni e pesci. E aggiunge: “ A mezzogiorno e all’imbrunire prendeva vita un piccolo mercato del quale Don Gesualdo (Pittalà) diceva di ricordarsi sin dalla sua prima età, e al quale la gente accorreva. In un coro di richiami tra stimolanti odori di cibi in cottura, nubi di fumi annebbiavano la piazza, avvolgendo ogni cosa”. 
Come ho detto prima, le operazioni di frittura facevano sprigionare dai fornelli odori a volte piacevoli, altre nauseabondi, ma ciò che disturbava gli abitanti delle case vicine alla piazza e degli altri punti vendita era il fumo molto denso che entrava nelle loro abitazioni. 
Le guardie municipali chiudevano un occhio, anzi tutti e due perché il fumo era… accecante! 
Il sindaco Gesualdo Pittalà (1) era molto sensibile alle segnalazioni dei cittadini, ma anche ai problemi dei lavoratori che sbarcavano il lunario esercitando quell’attività. Per venire incontro agli uni e agli altri, era stato costretto più volte a riunire il decurionato (Consiglio comunale) e nel mese di luglio 1843 a chiedere il parere al Consiglio d’Intendenza per non essere di parte. 
Il Consiglio d’Intendenza faceva rilevare che i predetti focolai portatili “si permettono anche nella città di Palermo, sia per arrostire le castagne, sia per friggere le panelle, facendo, però, uso del carbone da cui non esala del fumo”. 
Dopo alcuni mesi, e precisamente il 10 novembre 1843, il Decurionato fu riconvocato con il seguente ordine del giorno: Misure di Polizia, onde vietarsi focolai portatili che i venditori di generi usano nelle strade del Comune e nello Stradone. 
Alcuni decurioni in sede di discussione facevano notare che i focolai portatili dei nostri rivenditori erano “alti quattro palmi e rotondi nella circonferenza, altri alti quattro palmi costruiti o di ferro o di fabbrica i quali servono per cuocere vari commestibili, non col carbone a cui non sono adatti, ma con legno di varia specie e differente frantume; per loché, avendo considerato che cotali focolai oltre all’incommodo che danno al pubblico stradone, ove sono posti, producono l’inconveniente del fumo insoffribile tanto al pubblico, che gode della piazza, quanto agli abitanti di quelle case sia terrane che solerate (letteralmente case con solaio) i di cui reclami meritano un pronto riparo, è stato in conseguenza questo l’oggetto di essersi chiesta la proibitiva di sudetti focolai”. 
Quindi, il decurionato uniformemente deliberava di togliersi dallo stradone e dalle strade interne i predetti focolai e obbligando i venditori di cuocere i commestibili fuori del comune con legno e frantume. “Circa poi all’arrosto delle castagne, ed altro – concludeva la delibera – che si permette facendo però uso di carbone. Il tutto in conformità all’avviso del Consiglio”. 
Verbale firmato dal sindaco Gesualdo Pittalà e da Giovanni Bucca, Salvadore Araja, Mariano Cirrincione, Andrea Castronovo, Vincenzo Tusa, Giovanni Lo Monaco, Isidoro Trapani, Antonino Pirrone. I decurioni Giacomo Carollo e Giuseppe Morana si uniformarono alla predetta delibera e, per essi, per non saper firmare, appose il visto il decurione segretario Giacomo Mancuso. (2)

(1) Gesualdo Pittalà – 4° Sindaco, dopo la nascita del nostro comune; in carica dal 1° gennaio 1837 al 2 luglio 1849, giorno della sua uccisione. 
(2) Il Consiglio Comunale (Decurionato) era costituito da quindici membri. Quel giorno erano assenti: Salvatore Castiglia, Santi Carà, Leonardo Ficano, Giuseppe Mancuso e Antonino Speziale. 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
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