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Pena confermata per il bagherese che
nell’agosto del 2018 aveva picchiato un nigeriano

venerdì 12 Luglio 2019, 16:51   Cronaca  

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La corte d’appello di Palermo ha confermato la condanna per il giovane bagherese che nell’agosto dello scorso anno aveva picchiato un nigeriano, di 30 anni,Fredrick Omonzokpa. Giuseppe D’Amore, 26 anni, è stato condannato a un anno e otto mesi. Per lui anche l’aggravante della discriminazione razziale. Il presidente della corte d’appello Salvatore Barresi, ha confermato la pena inflitta nel primo grado.
“Un fatto grave, quello subito da Frederick Omonzokpia -commenta l’avvocato Bonaventura Zizzo-, e non una banale lite tra coetanei, che oggi, mediante la conferma della sussistenza della circostanza aggravante della discriminazione razziale, è stato riconosciuto tale anche dalla Corte di Appello di Palermo.”
I fatti si sono verificati il 30 agosto del 2018, in via Mattarella. Nella sentenza di primo grado, il GUP Stefania Galli, al termine del processo svoltosi con il rito abbreviato al Tribunale di Termini Imerese, aveva condannato D’Amore, anche al pagamento di una previsionale di 5 mila euro al giovane nigeriano.
Fredrick Omonzokpa, si era costituito parte civile, attraverso il suo avvocato. Secondo la ricostruzione degli inquirenti D’Amore incontrò casualmente il nigeriano in va Mattarella, nei pressi di una gelateria. Iniziarono le offese e con modi spicci lo invitò a tornare al suo paese. Nacque un diverbio animato. Il giovane nigeriano per paura di essere aggredito si sarebbe dato alla fuga.
A quel punto il giovane bagherese armato di cric lo avrebbe raggiunto e colpito alla testa. All’aggressione parteciparono altri ragazzi. Secondo la ricostruzione dei fatti qualcuno avrebbe cercato di evitare che il pestaggio avvenisse. Il ragazzo nigeriano dopo essere stato ferito venne condotto all’ospedale di Palermo per le cure del caso. Le indagini della polizia di Bagheria portarono all’identificazione dell’autore.
Il pm Annadomenica Gallucci rinviò a giudizio D’Amore per aver agito con la “finalità di discriminazione e di odio etnico, nazionale, razziale o religioso”.
La corte d’appello ha confermato la condanna ad un anno e otto mesi.

 
 
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