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I misfatti prima della mafia. Bagheria dal 1820 alla Restaurazione borbonica

venerdì 27 Dicembre 2019, 11:19   Cultura  

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Pubblichiamo per gentile concessione degli autori, l’introduzione degli autori al testo “I misfatti prima della mafia”, scritto da Salvatore Brancato e Biagio Napoli, edito da Plumelia, libro molto interessante, frutto di una lunga ricerca d’archivio. Il volume, ricco di documenti inediti, è arrivato nelle librerie proprio in questi giorni.

La Bagheria delineata in questo testo è quella di un paese che vive, subito dopo la scomparsa del sistema feudale, una deriva criminale, la stessa che colpisce le zone di Palermo in cui i nuovi borghesi sono protagonisti di un rapido sviluppo economico del territorio.
È emerso per Bagheria un quadro complesso in cui i vari soggetti, dai delinquenti ai funzionari pubblici, si muovono all’interno di un sistema retto da una complicità interclassista, facilitata dall’incapacità borbonica di garantire l’ordine pubblico. Molte di queste attività criminose sono diventate parte del processo di mobilità economica e sociale, mentre chi le perpetrava era protetto dai membri più potenti del- la comunità per cui, come osserva Lucy Riall, “il paragone tra questi uomini forti e la mafia di fine Ottocento sembra inevitabile”. Non è facile dare un giudizio sulla questione, ma qui registriamo la presenza di soggetti, come Giuseppe Scordato, prepotenti e prevaricatori anche quando scelgono di lavorare per lo Stato.
Il linguaggio freddo e asciutto dei documenti e dei verbali, da noi spesso riportati integralmente, lascia trasparire un clima molto inquieto, minacciato dalla frustrazione popola- re e dalle sommosse, ma soprattutto dalla presenza brutale di comitive armate, fuorbanditi e criminali comuni. Le carte burocratiche e giudiziarie, solo apparentemente asettiche, hanno consentito di connettere tra loro, senza le distorsioni della retorica risorgimentale e del revisionismo borbonico, misfatti e personaggi del territorio, in un percorso non rigi- damente cronologico che copre circa un trentennio. Un arco temporale breve, ma ricco di grandi eventi, perché tali sono le insurrezioni antiborboniche. In particolare, sono stati ricostruiti i gravi disordini associati al colera del 1837, quando il popolo, nulla sapendo di epidemiologia cioè che la malattia colpiva gli strati più bassi della popolazione semplicemente a causa delle loro carenze igieniche, lo ritiene diffuso ad arte dal Governo visto che nobili e ricchi difficilmente si infettavano.
Durante questo periodo, alcuni personaggi s’impongo- no, assumendo il ruolo di protagonisti: l’ambiguo Principe della Cattolica e un sedicente monaco, Salvatore Errante, a capo d’una banda di duecento masnadieri, nella rivolta indipendentista del 1820-21; un brigante imprendibile, Giovan Battista Scordato, e un corrotto giudice di Circondario, Nicolò Crisafulli, nei primi anni Quaranta; Giuseppe Scordato, fratello del fuorbandito, eroe e voltagabbana e il notaio-sindaco di lungo corso, Gesualdo Pittalà, a cavallo della rivoluzione del Quarantotto.
Il sindaco verrà ucciso, dopo poche settimane dalla riconquista della Sicilia, in piena Restaurazione, bersaglio dell’atroce vendetta di una fazione politica delinquente che lo punisce per essersi prodigato per il ritorno dei Borboni.
Ma, oltre a questi, altri personaggi, seppur meno noti, hanno un certo spessore politico e sociale: Francesco Paolo Dragotta, dapprima tra gli assassini del Cattolica, poi farà il grande passo verso la cospirazione carbonara e gli attentati; Giacomo Mancuso, medico comunale, giudice durante la rivoluzione del ’48 e magistrato supplente subito dopo, sarà uno dei primi a rendersi conto che, già in quegli anni, stava per nascere la mafia.
Ma se si dovesse individuare un filo conduttore nel pe- riodo che abbiamo ricostruito, questo ci porterebbe alla violenza per contrapposti interessi, sullo sfondo della povertà dei contadini e della lotta per il controllo del territorio. Una pratica che non risparmiava nessuno, perché la repressione borbonica era altrettanto dura, caratterizzata dall’utilizzo di magistrature militari e speciali e da un frequente ricorso a pene detentive severissime e alla fucilazione. La violenza di Stato, in funzione poliziesca e anticospirativa, dilagò con l’intensa attività dei Consigli di guerra subitanei, colpendo indiscriminatamente criminali e povera gente, sconfessando il significato stesso dell’amnistia generale concessa alla Sicilia per la sottomissione di Palermo.
La ricerca d’archivio ci ha restituito uno spaccato parziale, ma molto interessante del territorio bagherese, consentendo di cogliere, all’interno di un nuovo protagonismo sociale, diversi aspetti del dissenso della Sicilia dei Borbone.

 

 
 
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