Il maestro maltrattato nel Regno borbonico

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di Giuseppe Martorana

Il 2 febbraio 1845, essendo vuoto già da due anni il posto di precettore della 2^ classe, il sindaco Gesualdo Pittalà scrisse all’Intendente comunicandogli che “da più mesi vive ritirato in questa (comune), e per suoi interessi il sig. Giuseppe Lecaldano di questo Regno. Questi come che dotato di qualità che lo distinguono ha fin d’allora aperto un Liceo, ove con mediocre mercede dà lezioni di latino, d’Italiana favella, di calligrafia, di Aritmetica, ed ancor di lingua Francese, provvedendo con tutt’accuratezza alla educazione materiale e morale degli adolescenti: la classe che delle cure di quest’ultimo profitta, non puoco vantaggio ne trae; l’Universalità però non ne fruisce per la deficienza dei mezzi. Appo costui mi son diretto onde invogliarlo invertire al pubblico vantaggio le lezioni di Grammatica, che a pro’ dei particolari (privati) tanto diligentemente disimpegna, offrendogli quello stipendio che questa comune ha da più tempo autorizzazione di pagare; le mie insinuazioni e la filantropia che a parte delle altre qualità onora il soggetto in discorso, lo hanno risoluto accettare l’offertogli incarico. Ciò premesso e per lo bene di questa comune io mi rivolgo a V.E. perché voglia degnarsi approvare la proposta onde darsi principio all’Istruzione pubblica di tanto utile alla sociale civilizzazione” (ASP – Busta 1359 Intend.). E qui comincia l’iter burocratico.
L’Intendente trascrisse alla Commissione di P.I. quanto proposto dal sindaco esprimendo nello stesso tempo parere favorevole alla nomina provvisoria del Lecaldano, anche perché “trovasi d’altronde abilitato a dare colà studio privato”. La Commissione di P.I., il 15 febbraio 1845, autorizzò la nomina provvisoria del Lecaldano ma fece ordinare al sindaco, tramite l’Intendente, “la promulgazione degli avvisi di concorso, onde eleggersi il proprietario… (ASP – Busta 346 Commiss. di P. I.). In data 8 agosto 1845, il sindaco comunicò all’Intendente che non si erano trovati precettori disponibili a sostenere il concorso.
Vittima sacrificale
Per circa cinque anni tutto filò liscio. Poi, dagli anni ’50 (un anno dopo l’uccisione del sindaco Pittalà avvenuta nel 1849), iniziò il calvario del maestro Lecaldano che non fu più pagato regolarmente dall’Amministrazione comunale di Bagheria, per tutta una serie di accuse e di prese di posizione che mi convincono sempre più che il predetto sia stato la vittima sacrificale di alcuni membri del Decurionato. Anche il sindaco Luigi Castronovo fu coinvolto pesantemente come vedremo più avanti. Alla vicenda ha dedicato alcune pagine anche l’avv. Nicola Previteri nel volume “Gli ultimi sindaci borbonici di Bagheria”. io aggiungerò, a quanto già scritto, altri elementi utili alla conoscenza di quel decennio scolastico che precedette la cacciata dei Borboni dalla Sicilia e l’applicazione anche da noi della legge Casati già vigente nel Regno del Piemonte.
Ed eccoci al fatto. Il 27 maggio 1852, il Decurionato, composto in quel periodo da diciotto membri, si riunì “per deliberare per il precettore di seconda scuola per causa che nessun ragazzo si porta nelle scuole comunali, e se qualcheduno volesse andarvi, intende essere pagato; perciò delibera per la destituzione. Considerando che quanto dal sindaco si propone è vero perciò sarebbe giusto sospendersi il pagamento al detto precettore, ed intanto passarsi alla nuova nomina per essere destituito” (ASP – Busta 1702 Intendenza).
Nell’inviare il deliberato, il sindaco Luigi Castronovo scrisse all’Intendente una lettera riservata precisando la sua posizione: “Il Decurionato ha deliberato per la sospensione del precettore di 2^ classe, ed in opposizione alla legge ha nominato tre individui per supplirsi alla mancanza d’esso. Io non sapendo per quali cause si abbia (sic) proposto, mentre ho dovuto costatare che da parte del precettore si è regolarmente prestato il di lui servizio, non credetti di motivare nel deliberato, pur tuttavia non posso far di meno assicurare l’E.V. che il precettore anzidetto non ha mancato di servire il pubblico come è suo dovere e come tale non meriterebbe la proposta sospensione, e molto più la destituzione… attendo da V.E. ulteriori risoluzioni per ciò che si può pratticare (sic) ” (ASP – Busta 1702 Intendenza).
Ammonizione al Sindaco
Di certo, il sindaco Luigi Castronovo l’aveva combinata grossa, proponendo e avallando il deliberato del Decurionato per poi dissociarsi clamorosamente.
La risposta dell’Intendente non poteva non essere del seguente tenore: “ Signore, nella deliberazione di cotesto Decurionato con la quale si propone la destituzione del precettore della scuola secondaria don Giuseppe Lecaldano, si legge essere partita la proposta da Lei, e la deliberazione, presa all’unanimità, non facendo che avvalorare tale sua proposizione, trovasi anche da Lei sottoscritta. Col rapporto per intanto del quattro corrente con il quale Ella l’accennata decurionale accompagna, smentendo se stessa dice che ignora i motivi per i quali si volle proporre l’allontanamento del Lecaldano ed elogiando la di costui condotta domanda che il voto del Decurionato fosse rigettato.
Da tale contraddizione ne sorge che o Ella non fu sincera verso il Consiglio comunale o non lo fu nel rapporto a me indiretto e volendola giudicare con tutta indulgenza potrebbe ritenersi un pentimento di quanto aveva esposto e fatto deliberare. Trovo pertanto indispensabile lo ammonirla sig. Sindaco che la buona coscienza e la sincerità sono i primi pregi indispensabili in un pubblico funzionario e negli affari d’ufficio vuol sempre la verità esser detta spoglia affatto di privati rancori o umani riguardi”. Omissis. (ASP – Busta 1702 Intendenza).
Contemporaneamente l’Intendente si rivolse al Giudice del Circondario di Bagheria per avere delle informazioni riservate e in particolare “sapersi con tutta accuratezza e precisione se don Giuseppe Lecaldano adempia bene ai doveri del suo officio e se è vero che dai ragazzi i quali vanno alla di lui scuola pretende egli una mensile tangente”.
L’Intendente pregò il giudice di apprestargli “tali insegnamenti prevenendola che nel fare le sue investigazioni non potrà attingere notizie né dal sindaco né dai suoi decurioni conciossiachè mentre il sindaco propose in decurionato e fece deliberare la destituzione del Lecaldano nel rapporto con il quale tale deliberazione accompagna si smentisce ed elogiando il precettore domanda la di lui conservazione nell’ufficio” (ASP – Busta 1702 Intendenza.)
Giustificazioni del sindaco
Con lettera del 29 giugno 1852, il sindaco Castronovo cercò di giustificarsi addossando la responsabilità in parte al segretario della seduta che ogni volta nelle deliberazioni usa la formula “all’unanimità”, ma comunque attribuendosi la colpa per non aver prestato la giusta attenzione alla lettura del verbale. Aggiunse, inoltre, che non aveva voluto “mettersi in urto diretto con taluni decurioni che agivano per circostanze personali contro il precettore”.
Del resto, anche le informazioni riservate pervenute all’Intendente confermavano che il Lecaldano teneva condotta irreprensibile e che i decurioni nel votargli contro erano stati animati da privati rancori. Di conseguenza, l’Intendente, respinse la deliberazione decurionale perché a ciò non poteva addivenirsi trattandosi di un precettore nominato per concorso (ASP – Busta 347 C.P.I.).

Buoni a nulla
Era ovvio che il precettore Lecaldano dovesse difendersi, ma anche attaccare; e lo fece scrivendo all’Intendente e alla Commissione di P.I., esponendo “una serie di fatti e di ragioni, che chiaro appalesano i torti a cui vuol farsi soggiacere”.
“Dal 1844 sin oggi – scrive il Lecaldano che parla in 3^ persona – ha egli servito con tutto zelo e disinteresse nulla omettendo perché i padri di famiglia restasser soddisfatti delle cure e della istruzione che prodigava à figli loro, nulla badando alla tenuissima mercede di grana 22 al giorno che per suo soldo percepiva da questa Comune, restando pago e soddisfatto solo all’incremento che sotto il suo metodo la gioventù riceveva… per quasi ott’anni. Oggi…il Decurionato, cedendo forse alle insinuazioni di qualche sciocco e malvaggio (sic), s’è fatto a deliberare la destituzione del precettore nelle considerazioni ch’egli mal adempie alle sue obbligazioni e riscote (sic) dai padri di famiglia un prezzo delle sue lezioni”.
Dopo avere affermato che l’accusa “è una vera menzogna e vilissima, degna solo di chi la proferì”, il Lecaldano continua: “Un testimonio vivente e palpabile della mendacia di quell’esposto sono i padri di famiglia, i cui figli onorano la scuola del sottoscritto. S’interroghino, se si voglia, costoro, e si vedrà la verità. Ed il sindaco presidente del decurionato ha un fratello minore a questa scuola. Ed il cancelliere comunale v’ha due figli. E la signora vedova Pittalà nata Benso ve n’ha uno. E il sig. Cianciolo ve n’ha tre. E due ve n’ha il sig. Carlo Puleo. Un altro il sig. Russo. Uno il sig. Trapani. E più, se si vuole, ve ne sono, che qui non si nominano per la brevità.
Deporranno costoro che circa sei ore al giorno si consacrano dal sottoscritto all’insegnamento dei ragazzi, che egli nulla trascura per morale e civile insegnamento della gioventù, attendendo particolare zelo all’adempimento degli atti religiosi.
Il maestro Lecaldano allude anche al soldo che gli liquidano, sperando “che tal miserabilissima paga almen si corrisponda con puntualità!” Poi afferma che i decurioni avrebbero fatto più figura se avessero proposto un aumento di mercede per lui anziché proporne la destituzione. E sbotta: “Ma no, ché tanto non è sperabile da quei Buoni-a-nulla, negati assolutamente a ciò che civiltà si dica ed istruzione, perché di civiltà e istruzione per loro pregio sforniti” (ASP – Buste 1702 Intend. e 347 C.P.I.).
Il suo meschino soldo
La speranza del maestro Lecaldano – come abbiamo visto poc’anzi – era quella che “il suo meschino soldo” gli fosse pagato con puntualità, perché aveva già sperimentato qualche ritardo. Dato che si trattava di una paga mensile di appena ducati 3,50, con i quali per vivere bisognava privarsi quasi di tutto, il ritardo nel pagamento lo avrebbe messo in serie difficoltà, come afferma: “Ma oggi è inutile il piatire appo le Autorità di questa Comune, che chiaro ed aperto vi dicono non esservi mezzi, non esservi risorse, non esistere che un forte sbilancio, uno sterminato squilibrio”.
Poi fa delle riflessioni: il comune paga le spese per l’alloggio militare, per il Giudice, per i Rondieri, per le cibarie ai carcerati e al carceriere e per gli impiegati comunali; quindi si chiede: “Mezzi per pagare me, non ve ne sono dunque?” A chi far capire “che il precettore non è mica un automa, sebbene un essere fornito degli stessi organi di cui son dotati il Giudice, i Rondieri, i carcerati, il carceriere?
Le lettere inviate dal Lecaldano alle Autorità superiori non si contano più, e mi guardo bene dal riportarle perché ricalcano sempre il medesimo argomento: il mancato pagamento degli arretri. Non vorrei però tralasciare di riportare tutte quelle affermazioni che ci fanno comprendere meglio quel periodo storico, caratterizzato spesso da atteggiamenti e comportamenti di prepotenza e di malversazione, direi di stupidità e cattiveria amministrativa verso i più deboli, solo per far prevalere interessi di parte tra le varie anime del Decurionato e riportare vittorie di Pirro.
Sconcertante è per esempio, l’atteggiamento del cassiere comunale Vincenzo Tusa che inventava sempre una motivazione per non pagare il Lecaldano, che pur aveva il mandato firmato dal sindaco, “sull’assertiva di non avere somme in cassa, gli prometteva però estinguerlo al primo incasso, che mille volte si verificò… e che ha dovuto vedere altri e più vistosi mandati soddisfatti a vista” (ASP – Busta 1702 Intendenza).
Una filippica
Il 2 marzo 1854 il maestro Lecaldano fu costretto a prendere nuovamente penna e calamaio – quelli veri, non per antonomasia – per fare una descrizione puntuale e puntigliosa di nove anni di servizio a Bagheria, la definirei una filippica, ma il tono pacato e rispettoso usato verso le autorità locali e superiori, ci dà una rappresentazione molto reale di un personaggio che sa meditare prima di vergare sulla carta, anche se a volte il linguaggio è pungente e velatamente sarcastico, specie quando usa frasi come “ stanco di tanti andirivieni e indegnato di un procedere così inurbano… Ho implorato la giustizia dell’Intendente, il quale se cosa ha disposto bisogna dire non essere stata eseguita… non vedo un obolo del mio soldo e son già quattro mesi!… Il precettore è un essere come tutti gli altri, bisognoso di vivere e d’alimentarsi… In buona pace m’acqueterei, se le ristrette finanze di questa comune dessero causa all’impuntualità: ma qui i dazi son tutti arrendati, il bimestre del macino si paga con puntualità dal Governo, e poi cosa sono 34 tarì al mese? (meno di 15 lire!). OMISSIS – (ASP – Busta 1702 Intendenza).
Il 4 aprile l’Intendente scrisse una pesante lettera al sindaco, contestandogli il mancato pagamento al Lecaldano delle mensilità arretrate, e l’inerzia della Deputazione scolastica locale che ha trascurato di esercitare la sorveglianza sull’andamento e sul funzionamento della scuola. Lo invitò, inoltre, a darsi carico di far deliberare dal Decurionato l’aumento del soldo al precettore “nel progetto del novello stato variativo”. (ASP – Busta 1702 Intendenza).
                                         Finalmente saldato
Il 2 giugno 1854, il maestro Lecaldano potè comunicare all’Intendente che gli erano state liquidate le mensilità da gennaio ad aprile, ma non quelle concernenti i mesi di novembre e dicembre 1853, per le quali nutriva serie preoccupazioni, non potendo sperare in un cassiere “inerte e pusillanime e che è cassiere per godersi dell’indennità… e per mandare indietro qualunque mandato, dicendosi sempre in disborso… e se tale può egli comparire è più un giro di carte che altro!” (ASP – Busta 1702 Intendenza).
L’Intendente con nota del 30 giugno prescrisse al sindaco “di eseguire prontamente il detto pagamento pel quale per altro gli è stato rilasciato il mandato… e che in caso di ulteriore ritardo adotterò i convenienti mezzi di rigore a far sì che abbiano le mie disposizioni pronto adempimento” (ASP – Busta 1702 Intendenza e 347 C.P.I).
Questa volta non fu più possibile tergiversare… e quel prepotente di cassiere dovette chinare la testa e pagare! Il maestro Lecaldano rimase in servizio fino al 31 marzo 1858, poi si allontanò da Bagheria con tutta la famiglia, senza dare spiegazioni.
Così, dopo circa quattordici anni, nel corso dei quali erano stati sciupati fiumi d’inchiostro – quello vero – si chiuse la vicenda del maestro Lecaldano, episodio che, certamente, diede un’immagine negativa degli amministratori bagheresi e di qualche funzionario.

 

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Novembre 25th 2020, mercoledì
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