Problemi scolastici a Bagheria di ieri e di oggi

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giuseppe martorana

    La storia si ripete. Anche se il progresso e il divenire ci prospettano fatti nuovi, molti episodi e avvenimenti, spesso, sono paragonabili a quelli verificatisi tanti anni prima. È la teoria dei cosiddetti corsi e ricorsi storici di vichiana memoria, anche se il pensiero del Vico affronta argomenti di contenuto filosofico, pedagogico, etico e propriamente storico. Ebbene, alla fine della seconda guerra mondiale, nel campo scolastico emersero problemi molto gravi che le amministrazioni comunali sicuramente avevano previsto e che non sarebbero stati facilmente risolvibili in breve tempo. Ciò accadde ovunque, anche se da noi, nel luglio 1943, dopo l’occupazione-liberazione degli Anglo-americani, la guerra poteva considerarsi terminata, qualche anno prima che altrove.

     Oggi, dopo 75 anni circa dalla fine di quella guerra disastrosa, nel campo scolastico si stanno ripresentando problematiche e criticità che per diversi aspetti sono assimilabili a quelli di allora, con l’aggravante che il Covid 19 è sempre tra di noi, pronto a colpire, specie quando non vengono rispettate le norme fondamentali per evitare il contagio.

     Intanto, con il saccheggio popolare delle scuole di Bagheria, avvenuto nel luglio 1943, alcuni sconsiderati portarono via oltre ai banchi biposto anche i sussidi didattici che, se non in grande abbondanza, erano in dotazione sia al Bagnera, sia al Cirincione, mentre i libri della biblioteca andarono distrutti, unitamente ai registri scolastici e al resto degli atti d’archivio.

     Alludendo a detto saccheggio, un maestro, all’inizio dell’a.s.1943-44 (la scuola quell’anno cominciò a dicembre 1943- N.d.A.), così si sfogava: “Mancano i sussidi didattici perché furono asportati dai cattivi durante i giorni di emergenza, subito dopo l’invasione degli Alleati”.

      Un’altra maestra, forse, chiedeva un po’ troppo, anche se si trattava di esigenze legittime: “I1 mio desiderio è di trovare, all’inizio del nuovo anno, i vetri alle finestre e di vedere dotata la scuola di acqua abbondante. Il massimo dei miei desideri, però, è quello di potere ottenere il primo turno di lezioni”.

     Prima dell’inizio della scuola (anno scolastico 1943-44), il comune dovette provvedere alla nomina dei custodi dei due edifici per evitare che durante la notte potessero essere asportati persino gli infissi e l’arredamento scolastico, trovandosi ancora detti edifici senza vetri alle finestre e con gli infissi danneggiati, sistemati alla buona per iniziarvi l’anno scolastico, tanto che era invalso l’uso dell’espressione “finestre allapazzate”. Quasi tutte le aule scolastiche avevano bisogno di una serie di manutenzioni che, per potere essere realizzate, impegnarono il nostro comune per diverso tempo.

Esercito di inadempienti e di respinti
     La situazione non era grave solo dal punto di vista delle strutture scolastiche, ma lo era anche da quello didattico perché durante il periodo bellico molti ragazzi non avevano più frequentato. Alla fine dell’anno scolastico 1943-44 (primo anno di riferimento dopo la sospensione delle lezioni), si verificò la seguente situazione: su 1942 iscritti, i frequentanti furono solo 1405, cioè il 72%; i promossi 1.045, superando di poco il 50 %, mentre i respinti furono 897 di cui 360 rispetto ai frequentanti e 537 per inadempienza.

     Due anni dopo (anno scolastico 1945-46), su 2534 iscritti, i frequentanti furono 1923, i promossi 1375 (55 % circa), i respinti 1159 (45 % circa), di cui 605 inadempienti.

     A proposito della 1^ classe di quest’anno scolastico (1945-46): su 1.235 obbligati a frequentare la 1^ classe, solo 371 erano bambini di 6 anni, nati cioè nell’anno 1939; gli altri 864 erano così costituiti: 326 di 7 anni, 219 di 8 anni, 144 di 9 anni, 111 di 10 anni, 41 di 11 anni, 21 di 12 anni e 2 di 13 anni.

     Con 1′ a.s.1945‑46, in effetti, si ebbe il ritorno a scuola di tutta la popolazione scolastica esistente nel nostro comune compresa la frazione Aspra. La fame e la mise­ria in generale affliggevano la gente che doveva cercare in ogni modo di sbarcare il lunario. I ragazzi più grandi, venivano uti­lizzati nel lavoro dei campi, e in tutte le altre attività in cui riusci­vano a trovare occupazione. La scuola veniva in secondo luogo; prevaleva 1’interesse di tutta la famiglia e non dei ragazzi. Non poteva essere al­trimenti, specialmente per quei gruppi familiari al limite dell’inedia.

Come le sardelle    
     L’a.s. 1946‑47, gli insegnanti della prima classe del Cirincìone ebbero assegnati più di cinquanta alunni per classe. Le tre 1^ maschili sfioravano i sessanta alunni per classe, mentre le 2^ femminili avevano cinquantadue alunne cadauna.

     Il primo giorno di scuola, il maestro Pietro Culotta, prima che fosse costretto ad assentarsi, si trovò in difficoltà per la deficienza di banchi. Scrisse, infatti, nella cronaca scolastica: Ho cinquantotto alunni, però, appena quattordici banchi a due posti e la maggior parte sgangherati e senza calamai. Nell’aula vi sono tre finestre senza vetri e con poca luce, perché al posto dei vetri vi sono state messe delle tavolette, anche la lavagna è rotta, in cornice e cavalletto. Dei cinquantotto iscritti oggi ne erano presenti solo quarantotto. Di questi, quarantadue erano seduti a tre per banco, pigiati come le sardelle, ma incapaci di potere scrivere, e il resto all’impiedi o seduti per terra. E che cosa sarà quando verranno tutti e cinquantotto?”.

     In data 8 gennaio, dopo le vacanze natalizie, il maestro ritornò sull’argomento: “Data la mancanza di posti a sedere, per deficienza di banchi, ho pensato, col permesso del Direttore (in quel periodo Lorenzo Calcagno – N.d.A.), di dividere la classe in due turni, senza intervallo facendo due ore e mezzo per ciascun turno e senza diritto a compenso. Maggiore rendimento da parte degli alunni e maggiore disciplina nell’aula. E’ ovvio che in tal modo metà dei cinquantadue frequentanti trovano ora tutti posto a sedere”.

     Il problema della penuria di banchi era generale nelle scuole di Bagheria; a lagnarsene è anche la signora Jone Polizzotti Martinelli della 2^ m del Cirincione, la quale annota sul suo registro: “50 alunni e 12 banchi! E’ una scuola questa? Vi sono ragazzi pigiati sui sedili, altri attorno al­ tavolo, altri ancora costretti a scrivere appoggiati ai davanzali delle finestre. Quelli seduti si urtano, quelli in piedi si stancano, ci si muove per intingere la penna nei pochi calamai, ogni tanto una bottiglietta cade e l’inchiostro scorre sul pavimento. In queste condizioni la disciplina non può esistere ed io esco di scuola ogni giorno più scontenta perché vedo inutile il mio lavoro”.

     Anche questa docente, seguendo 1′ esempio del maestro Culotta, divise gli alunni in due turni di due ore ciascuno, cosicché poté esclamare: “Finalmente si respira!”.

Situazione tragicomica    
Ancora all’inizio dell’anno scolastico 1946-47,dopo due anni dalla fine della guerra, ci sono molti problemi da risolvere sia per la mancanza di arredamenti che per l’alto numero di alunni per classe in attesa dell’autorizzazione provveditoriale allo sdoppiamento delle classi pletoriche e della nominadegli altri insegnanti.

      I1 maestro Giuseppe Conigliaro di una 1^ maschile del Cirincione, nell’evidenziare la mancanza di banchi e il caos verificatosi nella sua classe per alcuni abbinamenti, scrive sul suo registro nel mese di ottobre 1946:

12 banchi vecchi a due posti, sfuggiti alla fornace ed una lavagna poggiata a terra fortunatamente dalla parte non rigata. In quest’aula sono stato chiamato a dirigere una 1^ classe composta da 160 alunni: i miei, quelli del collega Culotta, assente, e quelli della Calafiore (m.a Agata – N.d.A.) destinati al 2° turno che i genitori volevano che frequentassero al 1°. Immaginate la confusione, il pandemonio, la babilonia! Lo specchio fedele dell’Italia odierna libera e indipendente! E che spettacoli edifi­canti d’intonazione paesana! Padri, madri, parenti che tirano a viva forza dai banchi i bambini seduti per fare sedere i propri. Pianti e grida di bambini, urla delle madri che non vogliono permettere che i loro figli si alzino per dar posto agli altri, spínte, spintoni…, un cortile nel vero senso dell’espressione, mentre io sono costretto a scrivere, sotto le note di una simile sinfonia, qualche altro ritardatario all’appello dell’obbligo scolastico (in quegli anni le iscrizioni erano fatte direttamente dai maestri- N.d.A.). E mentre scrivo, devo sentire ancora chi reclama a destra e a manca, chi la vuole cotta e chi la vuole cruda… finché la mia pazienza giobbesca si stanca e chiedo loro di lasciarmi in pace in questo mare di tempesta. Insomma, vi sembrano pochi 160 bambini in quest’aula? Non avete proprio nulla da fare? E’ questa, scuola o pubblica piazza?”…

     Molti dei problemi sopra descritti, riguardanti il periodo postbellico, non sono forse sovrapponibili e riconducibili a quelli che oggi stiamo vivendo e determinati dal Covid 19? Non credo sia necessario elencarli e parlarne, tanto i mass media, senza soluzione di continuità, ce ne danno drammaticamente notizia quotidianamente! 

     È  appena il caso di evidenziare che mentre i problemi postbellici furono allora del tutto risolti, oggi non possiamo dire se avverrà la stessa cosa con il Covid 19, perché la pandemia non sembra per il momento volerci lasciare. Auguriamoci che quanto prima possa essere disponibile un vaccino provvidenziale.

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