Qualche mese prima della sua misteriosa morte (mai fugato del tutto il dubbio che si sia trattato di un assassinio, conseguenza del celeberrimo intervento nell’Affaire Dreyfuss) Émile Zola annotava che “non si può sostenere di aver visto qualcosa finché non lo si è fotografato”. Vedere davvero qualcosa è possibile soltanto dal doppio sguardo che una fotografia offre? Sia plausibile o meno questa tesi, secondo John Berger “È il vedere che determina il nostro posto all’interno del mondo”. E non è tanto, aggiungiamo, il cosa si vede che determina quel posto, ma il come si vede: ovvero la consapevolezza che si assume nell’atto di guardare. L’opera dei grandi fotografi ci offre spesso il come: e questo è ciò che fa, direbbe Fernando Scianna, la differenza tra una fotografia buona e una cattiva. I fotografi come lui sono capaci, pur dominandola totalmente per istinto e cultura, di andare oltre i limiti della forma, di superare la rappresentazione meramente referenziale di un segmento di mondo – di un’occorrenza particolare, di un frammento irripetibile – per farne entelechia, avrebbe detto Leonardo Sciascia. La manifestazione dell’eterno, dell’archetipo come del destino individuale, nel puramente evenemenziale. Un segmento di esistenza, di puro accadere, che si sottrae alla propria transitorietà e diventa immortale. Il compiersi di un destino intero in un solo attimo. Quale in se stesso alfine l’eternità lo muta, avrebbe chiosato Stéphane Mallarmé L’eternità in un solo, infinito istante.Una buona foto è sempre una virtuosissima sineddoche.
È stata un’emozione intellettuale travolgente assistere all’anteprima, giovedì 2 ottobre a Palermo, presso il Rouge et Noir (inevitabile che un film del genere fosse proiettato in un cinematografo dall’onomastica stendhaliana) Il fotografo dell’ombra, docufilm di Roberto Andò dedicato al fotografo e scrittore Ferdinando Scianna (recentemente presentato, con gran consenso di critica e di pubblico, alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia). Sebbene sia dichiaratamente un omaggio all’artista baarioto (e pazienza se Fernando si adonterà sentendosi dare dell’artista) il film di Andò è anche una commovente elegia sulla pratica e il sentimento dell’amicizia, che trova nell’espediente della passeggiata/ritorno di due amici in Sicilia (sul modello di Diderot/Kundera esplicitamente richiamato e citato) il modo per fare i conti con vite intensamente vissute nel segno della strettissima, vitale, operosa relazione con l’ampio spettro del mondo.
Quella di Scianna, e specularmente quella di Andò, sono vicende archetipiche: un ragazzo che, da una situazione di marginalità culturale ed esistenziale, muove verso un centro – un grande città, il mondo intero – che presto diventa il palcoscenico ove dispiegare il proprio talento. Fernando va via da Bagheria ancora ragazzo, e da Milano, sua città d’elezione, intesse una rete di esperienze che sono una sintesi esemplare della complessità, delle contraddizioni del secolo scorso. Incredibile la sua rete di conoscenze e amicizie: Henri Cartier-Bresson, che lo introduce, primo fra gli italiani, all’Agenzia fotografica Magnum; ma anche Jorge Luis Borges e Milan Kundera, Manuel Vázquez Montalbán e Roland Barthes, Dominique Fernandez e Gesualdo Bufalino, Gianni Berengo Gardin e Roberto Leydi Mimmo Paladino e Marco Belpoliti e tanti altri. Su tutti, Leonardo Sciascia. Repertorio di nomi, questo, che da solo confermerebbe il singolare destino della Sicilia come isola continentale direbbe Franco Lo Piparo:
microcosmo dotato di un misterioso e vitalissimo volano che lo tiene agganciato all’Europa e lo dota di una sensibilità culturale tutt’altro che provinciale. Nessun isola è un’isola, insomma. Scianna ne è ben consapevole, e lo dichiara con la sua consueta, disincantata, ironia quando dice di essere rimasto, nonostante tutto, ad onta di ogni continentalità, bagheriocentrico. Una singolare forma di restanza la sua. La restanza di chi fatto fotografie in oltre trenta paesi di questo pianeta, ma sostiene di avere fotografato, ovunque abbia puntato il mirino della propria fotocamera, soltanto la Sicilia. Di essere in qualche modo rimasto a Bagheria pur essendo stato, per una vita intera, in giro per il mondo. “Solo se si ha un villaggio nella memoria si può fare un’esperienza cosmopolita”, ama ripetere, memore delle parole di Ernesto De Martino. Il suo viaggiare, il suo vedere il mondo e fornire, a noi tutti, un come vederlo, non è stato che una diversa forma del restare. Restare in un mondo che non esiste più, se non nel ricordo di un “figlio dei limoni”, come lui stesso si definisce, ovvero un figlio della nostra particolarissima, ma anche tragica, versione del boom economico e sociale, a metà circa del secolo scorso.
Nel suo procedere il film, da passeggiata romantica in un mondo memoriale, si fa pellegrinaggio, salto nel vuoto della sacralità di un luogo in cui la memoria stessa – carica di lutto e sì, almeno lì, di nostalgia – è intollerabile. Quel luogo è casa Sciascia, dove i due amici rientrano, per la prima volta, a distanza di trentasei anni della morte del maestro di Regalpetra. Il fatto che tutto sia rimasto come ricordavano, il perfetto aderire del presente al passato, rende ancor più insopportabile l’assenza dell’amico: un “lutto nevrotico” che impedisce loro di stare a proprio agio nella casa in cui, a differenza delle tombe, il morto continua a vivere. Ed è proprio qui che il racconto di quella particolare passione che l’amicizia è, si fa più struggente. È qui che emerge con chiarezza, a proposito dell’ultima foto al maestro e amico già malato, che il ritratto fotografico, come ama dire Fernando, ce la dice lunga sul soggetto fotografato ma soprattutto sul fotografo.
Altro momento del importante del film è l’incontro con Giuseppe Tornatore. Dalle parole del regista emerge chiaramente una mitografia del personaggio tutta baariota, ma anche l’importanza fondamentale del dialogo intergenerazionale, del saper passare il testimone del sogno e della passione a quelli che sono un po’ più giovani di te e, mentre tu non puoi rendertene conto, ti guardano come un modello di intraprendenza ed eterodossia che sa far affiorare, da ciò he in prima istanza sembra soltanto una fuga, un percorso di libertà. Il dialogo fra i due, denso di aneddoti della Bagheria che fu, si accende progressivamente nel tracimare della lingua dall’italiano standard al dialetto bagherese, fino ad arrivare a una esemplare definizione della differenza tra cinema e fotografia. Scianna rivendica la specificità della fotografia, affrancandola dall’essere una forma d’arte: in un’epoca in cui le immagini e il prevalere del visuale finiscono per nascondere la realtà anziché svelarla, la fotografia assume la funzione destinale di far affiorare, in un sequenza di istanti eterni, la verità. Perché sa condensare, in un istate infinito, una narrazione convincente. Perché è letteratura. E la letteratura, diceva Sciascia, è la verità.
“Dovessi rinascere, e non ci tengo minimamente, vorrei avere il talento della letteratura” dice Scianna in una delle ultime scene del film. Quel talento di cui, è evidente, ha già goduto in questa vita in maniera eccelsa. Una cosa mi ha sempre colpito delle foto di Fernando: parlano. Hanno una voce, una intonazione vocale, un accenno di canto. La sua scrittura invece gronda di immagini, si srotola davanti agli occhi del lettore “come di un film la pellicola”. Tutto questo affiora chiaramente in uno degli aneddoti più letterari di Scianna: quando racconta d’aver portato Borges, già cieco, a Villa Palagonia e di avergli fatto vedere i mostri raccontandoglieli, fotografandoli con le parole (e pazienza se Sciascia diceva che quelli del Principe di Gravina, rispetto ai mostri che la Storia ha inflitto ai siciliani, sono mostri da guinzaglio).
Al termine della proiezione, durante la conversazione con il pubblico, Roberto Andò ha parlato del bisogno di trattenere da cui ha preso vita il film: trattenere dentro un racconto le persone che ha amato e che continua ad amare, ma anche le esperienze che lo hanno fatto quel che è, ovvero un cuore intelligente, coltissimo, che sa muoversi con grazia tra teatro, cinema, letteratura. E che, nel ritratto dedicato al suo amico Fernando – documentario mai didascalico né rigidamente celebrativo – ha saputo fare affiorare, con geometrico senso della misura e quasi con pudicizia, l’ombra di un terzo amico, Leonardo Sciascia, che si tende su entrambi e paradossalmente li illumina: perché è ombra che fa luce, che aiuta a resistere al lutto, quella dell’amicizia. “Dove la luce è più forte, l’ombra è più nera”, sottolinea Scianna, trovando nella citazione di Goethe la sintesi perfetta della sua visione etica e artistica del mondo, del suo sapere trasformare anche l’ombra in evocazione e racconto. La medesima operazione che riesce ad Andò in Il fotografo dell’ombra, dono prezioso per chi vive la sala cinematografica come uscita di sicurezza dalla pochezza del tempo presente; per chi ama ancora perdersi nel sogno del cinema, sintesi meravigliosa di tutte le forme possibili del raccontare.
Due le proiezioni al cinema Capitol di Bagheria: lunedì 6 ottobre e mercoledì 9 ottobre alle 21,00








