La Procura di Termini Imerese ha chiuso l’inchiesta sulla strage di Casteldaccia in cui cinque operai, il 6 maggio dell’anno scorso, persero la vita respirando un gas tossico mentre stavano lavorando in un impianto di sollevamento fognario lungo la strada statale 113.
La Procura ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini a sei persone, nonché all’Amap e alla Quadrifoglio Group srl. Per tutti l’accusa è di omicidio colposo plurimo.
Vanno verso la richiesta di rinvio a giudizio, Nicolò Di Salvo, legale rappresentante proprio della Quadrifoglio per cui lavoravano quattro delle vittime – Roberto Raneri, Ignazio Giordano, Giuseppe Miraglia e il contitolare Epifanio Alsazia – nonché cinque dipendenti dell’ex municipalizzata, Wanda Ilarda, Salavtore Rappa, Girolamo Costa, Gaetano Rotolo e Sergio Agati, dov’era impiegata a tempo determinato la quinta vittima, Giuseppe La Barbera, di appena 28 anni.
Nell’avviso non figurano i nomi di una terza azienda, la Tek Infrastrutture (che aveva subappaltato i lavori che si era aggiudicati dall’Amap alla Quadrifoglio) e del suo rappresentante, Giovanni Anselmo, le cui posizioni sono state dunque stralciate. Un dato che potrebbe indicare la volontà da parte della Procura di chiedere l’archiviazione.
Le indagini sulla morte dei 5 operai: “Non dovevano scendere in quella fogna”
Come ricostruito dai sostituti procuratori Elvira Cuti e Giacomo Barbara, sarebbe stata una catena di errori e anche l’assenza di un piano per la sicurezza a determinare la morte dei cinque lavoratori. Una morte peraltro terribile perché è stato per soccorrersi a vicenda che poi non avevano avuto scampo: nell’impianto, infatti, si era propagato “uno dei gas più temibili” e nocivi, cioè l’acido solfidrico, che provoca un decesso istantaneo e che è particolarmente subdolo in quanto è inodore. Come aveva raccontato Dossier, inoltre, l’intervento nell’impianto di Casteldaccia era stato pagato alla Quadrifoglio appena 350 euro.
“Gli operai hanno respirato gas tossici, non avevano maschere”
La responsabilità dell’Amap, secondo l’accusa, sarebbe stata quella di non richiedere alla società appaltatrice e quella subappaltatrice “il possesso delle competenze” e “dei dispositivi di sicurezza adeguati, nonché di non aver fornito ”le informazioni di sicurezza necessarie”. Inoltre, sarebbe stato sottovalutato il “documento di valutazione dei rischi” della stessa ex municipalizzata per gli “ambienti confinati, non prevedendo la necessità che in questi fosse presente o comunque si utilizzasse l’autorespiratore e/o rilevatore multigas”, come si legge nell’avviso. Infine, non sarebbe stata assicurata alle vittime “una formazione adeguata e idonea (anche in materia di soccorso) in caso di svolgimento di lavori in ambienti confinati”.






