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martedì 9 Dicembre 2025

martedì 9 Dicembre 2025

La rinuncia al posto fisso ed il valore del clientelismo di Nicolò Benfante

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nicolò benfante
6 minuti

Nei scorsi giorni leggevo in un articolo l’intervista all’ex Assessore alle Autonomie locali e Funzione pubblica Andrea Messina, riguardo alle rinunce dei posti di lavoro nella Regione Siciliana. Addirittura “circa un terzo dei vincitori di concorso che non accetta l’incarico”.

Una situazione che desta molta preoccupazione soprattutto in un’epoca di carente richiesta di posti di lavoro ma ancor più dettato dalla rinuncia all’assunzione nel settore pubblico a causa degli stipendi considerati troppo bassi e poco appetibili.
Sembra un paradosso!
Ma quali sono le cause, che all’apparenza sembrano manifestarsi in un fenomeno temporaneo o circoscritto?
Principalmente i giovani rinunciano al posto regionale in quanto il compenso offerto dalla Regione Siciliana secondo il tabellare non garantisce uno stipendio appetibile oltre ad un carico lavorativo oneroso.
Inoltre, la rinuncia è spesso determinata da un’analisi costi-benefici in cui la retribuzione e i vincoli di permanenza non sono sufficienti a giustificare l’accettazione del posto, preferendo di rimanere inseriti nelle graduatorie e attendere alternative lavorative più attraenti.
Infine la necessità di rimanere vincolati nella sede di prima destinazione per un periodo di cinque anni, rispetto all’opportunità di trovare un impiego migliore in un altro settore.
Debbo riconoscere che nel tempo sono mutate le generazioni e con esse le richieste e le aspettative. Rivolgendo lo sguardo al passato, ricordo che avere l’opportunità di essere assunto nel settore pubblico, se poi a livello regionale il massimo, rappresentava quella sicurezza lavorativa e spensierata per la vita; oggi invece si discute sul paradosso della rinuncia.
Cosa sta succedendo?
E’ davvero un fenomeno isolato dovuto alle basse retribuzioni o c’è qualcos’altro che non riusciamo a percepire?
Oggi, buona parte delle famiglie si ritrova con dei figli che vivono e si trovano fuori per studio, per cercare lavoro, per cercare dopo un post laurea un’assunzione che consenta loro di materializzare e magari progettare un momento di vita futura in piena autonomia ed indipendenza.
Certo si prova indignazione ad avere dei figli fuori lontani da casa, allevati, mantenuti, istruiti e per certi versi, mi si consenta il termine “ostracizzati” al Nord alla ricerca di un futuro migliore.
Eppure siamo gli artefici di una nuova questione meridionale!
Già, dopo un percorso di preparazione ed istruzione li rendiamo a disposizione per le aziende del Nord che ne fanno richiesta, nei diversi settori, sia per competenza sia per professionalità; alimentando e progredendo, di fatto, ulteriore ricchezza economica del Nord tra fitti per soggiorni e vitto.
Insomma una Italia a due velocità voluta fortemente da una “classe politica” culturalmente inadeguata che regna sovrana per addivenire e soddisfare il tornaconto di famiglie che governano il “clientelismo” per fini personali.
Ritengo che sia sotto gli occhi di tutti che questa visione illusoria ha, di fatto, impoverito la nostra regione, anche per favorire le anime clientelari dei pochi eletti/raccomandati che si trovano a ricoprire posti in svariati settori, sicuramente non per competenza o professionalità personali.
In una terra in cui si accetta passivamente e vige il potere assoluto del silenzio, non bisogna lamentarsi o protestare per la carenza di infrastrutture adeguate, asse viario disusato o obsoleto, linee ferrate ad un binario e servizi essenziali al lumicino.
Preferibilmente, in questa regione di incertezza e precarietà, volta al sussidio, si privilegia l’investimento sui nostri figli quale presupposto di prospettiva generazionale e speranza di vita per un loro futuro occupazionale, magari ricoprendo posti di responsabilità e prestigio, per il riconoscimento della propria capacità e abilità professionale, a discapito di quei figli di un dio minore conterranei e asserviti al clientelismo.
In subordine mi sovviene una frase tratta da un intervista al Prof Cacciari nella qualità di ex Sindaco del comune di Venezia inerente al contesto sociale tra Nord e Sud il quale affermava che “il miglior medico per il sud è il treno”. Questa metafora veniva utilizzata per indicare che l’infrastruttura del treno era la soluzione migliore per i problemi del Sud Italia, intesa come sviluppo, connessione e crescita per i problemi del meridione. Oggi a distanza di pochi anni quel gioco di parole o termine di paragone è divenuto uno dei problemi fondamentali della carente sanità siciliana. Ma questa è tutta un’altra storia!

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