Tra domenica 22 marzo e lunedì 23 marzo gli italiani sono chiamati alle urne per esprimere il loro parere riguardo al Referendum confermativo sulla Giustizia. In buona sostanza i cittadini dovranno decidere se confermare la riforma sulla giustizia proposta dal Governo Meloni (votando SI) o bocciare tale riforma confermando la Costituzione per quella che è (votando NO). In quanto referendum confermativo, non è necessario arrivare a un quorum: vince semplicemente chi prende più preferenze.
I cambiamenti che questa riforma vuole apportare riguardano: la separazione delle carriere tra giudici e PM, con la conseguente costituzione di due CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) per ognuna delle carriere. Inoltre se al momento i componenti del CMS sono eletti dalla magistratura, con la riforma i componenti dei due CSM sarebbero sorteggiati, per quanto riguarda la componente laica, da una lista proposta dal Parlamento e, per quanto riguarda la componente togata, tra tutti i magistrati in servizio. Inoltre la riforma punterebbe alla creazione di una nuova Corte disciplinare che decide sulle sanzioni ai magistrati.
Pensando di fare un servizio gradito ai cittadini, riportiamo di seguito il parere di Antonino Arena (Fratelli di Italia) a favore del SI e il parere di Enrico Sparacino (Sinistra Italiana) a favore del NO.
- Antonino Arena, perché votare SI al Referendum sulla Giustizia 2026?
- Innanzi tutto, al di là della preferenza di voto che si andrà ad esprimere, è importantissimo secondo me sottolineare l’importanza di andare a votare così da esprimere la propria idea. Noi sosteniamo che occorra votare SI perché questo Referendum rappresenta un passaggio fondamentale per modernizzare lo Stato italiano. Sosteniamo convintamente il SI perché vogliamo una giustizia più equa, più vicina ai cittadini. La riforma infatti punta a migliorare il funzionamento di tutto il sistema giudiziario; oggi i cittadini subiscono ritardi e ingiustizie che non si sposano con il sistema giudiziario di un paese civile e moderno. Votare SI significa avere una giustizia che tutela davvero gli innocenti e garantisca processi più rapidi e trasparenti. Questa riforma rientra in quel tipo di riforme che lo stato attende da troppo tempo. Contrariamente a quanto viene sostenuto da chi si batte per il NO, questa riforma non espone la magistratura a una maggiore influenza politica, ma piuttosto è vero il contrario. La riforma rafforza piuttosto l’equilibrio che c’è tra i poteri dello Stato; l’indipendenza della magistratura non viene toccata. Per altro, bisognerebbe ricordare che i soggetti politici che oggi si battono per il NO, tempo addietro si sono spesi per la separazione delle carriere tra Giudici e PM. Per questo riteniamo che le motivazioni che stiano alla base del NO siano prettamente politiche e non siano basate sull’intenzione di miglioramento del sistema giudiziario italiano.
- Enrico Sparacino, perché votare NO al Referendum sulla Giustizia 2026?
- Innanzitutto, perché questa non è una riforma ma una controriforma che, per stessa ammissione di vari esponenti del governo, Ministro in primis, non va ad incidere sui reali problemi del sistema giustizia ma accontenta una parte politica che ha questo progetto da molti anni, minando l’equilibrio fondamentale tra i poteri dello Stato sancito dalla Costituzione. Le priorità dei cittadini sono ben altre, i problemi della giustizia sono ben altri, a cominciare dalle carenze di organico che allungano a dismisura i tempi dei processi, con tutto quello che comporta in termini di costi per i cittadini e di certezza del diritto. Per noi è fondamentale che giudici e pubblici ministeri abbiano la stessa formazione, la stessa cultura della giustizia. Giudice e PM devono perseguire lo stesso obiettivo, quello di trovare la verità, qualunque essa sia, e non quella più gradita allo schieramento politico del momento. Il rischio che paventiamo è che attraverso lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, sottoposto ad una forte influenza politica, soprattutto il PM si ritrovi limitato nella sua autonomia, diventando una sorta di sceriffo alla ricerca della colpevolezza a tutti i costi, secondo le indicazioni del Governo di turno, invece che un garante del sistema costituzione e del giusto processo. La creazione di due CSM e la nascita l’Alta Corte Disciplinare, nulla hanno a che vedere con la maggiore efficienza della giustizia; inoltre, i costi per gli italiani sarebbero triplicati, perché da un solo CSM (che al momento ci costa quasi 50milioni di euro l’anno) passeremmo ad averne tre. Per quanto riguarda poi il ruolo dell’Alta Corte Disciplinare, bisogna comprendere di cosa si tratta: così come previsto dalla riforma è una sorta di tribunale speciale per i giudici, la cui composizione è sconosciuta, che regola solo la disciplina nei confronti dei magistrati e le cui decisioni non ci risulta siano appellabili. Mi sembra evidente che con questa riforma la magistratura sia più esposta all’influenza politica, soprattutto per quanto riguarda la composizione dei CSM. Saranno composti per un terzo da membri laici, estratti a sorte da un elenco di giuristi predisposto dal Parlamento in seduta comune, e per due terzi da togati, sorteggiati tra tutti i magistrati in servizio. Quindi da una parte un gruppo di componenti scelti dalla maggioranza politica, dall’altro un gruppo di persone disparate, estratte a sorte tra quasi 10.000 magistrati di tutta Italia. Diciamo che l’influenza politica sul massimo organo della magistratura, tra l’altro sdoppiato, più che un rischio, è una certezza.






