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mercoledì 12 Agosto 2026

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I cunti di Sicilia. “Catrapasima”

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anna citta
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5 minuti

In Sicilia ci sono parole che non camminano: si ammuttano, si strascinanu. Una di queste è “catrapasima”sembra proprio un gioco di parole magiche, di quelli che pronunci e subito ti evocano un’immagine, un rumore, un carattere, un modo di essere. “Catrapasima” non nasce come onomatopea, comu ricinu na puocu, ma il suo suono è talmente espressivo che nel parlato siciliano funziona come se lo fosse. È una parola che “fa rumore” da sola: sembra cadere, scivolare, trascinarsi — proprio come l’impasto da cui deriva.

Tanto tempo fa, i Greci usavano il verbo καταπλάσσειν (katáplassein). Il suo significato era semplice e concreto: spalmare qualcosa sopra. Ma cosa si spalmava? Impiastri, cataplasmi, intrugli di erbe e farine—tutti quei rimedi casalinghi che oggi chiameremmo, con un sorriso, “i rimedi della nonna”. Da lì nacque katáplasma, che i Romani trasformarono in cataplasma, e che i Siciliani – picchì nuatri u ni faciemu mancari nienti – hanno rimescolato fino a ottenere la forma più morbida, più informe e più simpatica possibile: catrapasima.

Per secoli, nelle case siciliane, la “cataprasima” era considerato un rimedio indispensabileirrinunciabile, quasi un “classico” tra i rimedi tradizionali tramandati dalle persone comuni. In altre parole: un rimedio che tutti conoscevanotutti usavano, e che non mancava mai nelle pratiche curative della tradizione. A ricietta? Un po’ di farina, un’erba che “fa bene”, un goccio di vino (ca fà siempri bene), e una cottura lenta finché il tutto non diventava un blob caldo e appiccicoso. Di solito si applicava su ustioni, gonfiori e sbattuna vari. E naturalmente, come ogni rimedio della nonna, funzionava picchì… a nonna ricieva ca funzionava, e allura c’avievi a cririri. Il problema? La catrapasima era viva. Scivolava, si muoveva, bisognava tenerla ferma come un picciriddu niivvusu. Un impiastro che non stava mai al suo posto, nsomma ni capiemu! A forza di vedere quell’impasto molle che si trascinava, i siciliani hanno fatto due più due: “Ma guarda chistu… pari na catrapasima!” E così la parola ha cambiato significato. Non più solo un intruglio medicinale, ma una persona lenta, moscia, che si muove come se avesse l’impasto addosso. La catrapasima umana chi fa? Camina strascinannu i pieri, ti rispunni doppu mezz’ura, s’arruspigghia già stanca e ha la velocità di un bradipo in ferie. Insomma, un personaggio che tutti abbiamo incontrato almeno una volta nella vita, o forse di più. O che siamo stati nuatri stiessi una catrapasima, soprattutto il lunedì mattina.

Ma sulla parola “catrapasima” ci sono tante versioni. In alcune zone della Sicilia orientale, qualcuno ha iniziato a dire che la “catrapasima” era una pietra informe, pisanti, nutuli. Una di quelle che trovi in campagna e che non puoi spostare nemmeno con la forza ru Santu Patruni. A mio umile parere nasciu dopo, sicuramente si tratta di una etimologia popolare che non ha nulla a che vedere con il greco antico, ma che funziona benissimo picchì: a pietra è pisanti e la catrapasima umana puru, ma è la stessa cosa? Spoiler per voi: sicuramente non lo è. Ma in Sicilia, se una storia è bella, diventa vera per acclamazione. E sugnu puru r’accuoiddu. Oggi la catrapasima è una parola che vive felice ravanzi e bar, nelle cucine (vicino alle pignate), nelle scuole, per le vie del borgo (assittate nne scaluna). È un insulto leggero, un rimprovero affettuoso, un modo per dire divertente e poco offensivo: “Muoviti, ca pari na catrapasima!” Oppure: “un mi sientu buona, steinnata sugnu na catrapasima.” È una parola che non si traduce, perché porta con sé un mondo: la Sicilia che ride delle proprie lentezze e che trasforma tutto in poesia dialettale. E allora viva la catrapasima. Quella che si spalmava sulle ferite, quella che si trascina per casa, e quella che — ogni tanto — diventiamo anche noi, nei giorni di scirocco asfissiante. Comu se quel vento caldo sciogliesse i pensieri, rallentasse i movimenti e appesantisse la vita stessa. Ma lo scirocco non si combatte: si sopporta, si attraversa, un passo alla volta. D’altronde, infunnu, un si po’ arrivari ritti ritte mparadisu.

Baciamu li manu!

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