C’erano tempi in cui un grembiule non era soltanto un indumento: era un segno, un racconto, un pezzo di vita. Nei paesi del Sud, u mantisinu e u falaru non stavano appesi rarrieri a puòitta, ma dentro le storie delle famigghie. U mantisinu, nato dal latino ante sinum, proteggeva il petto e le cosce, seguiva i movimenti delle mani che cucinavano, impastavano e accudivano. U falaru, più ruvido, più scuro (dalla parola araba fadlah o dall’antica parola di radice germanica fauda, voce antica registrata nel Vocabolario storico-etimologico del siciliano di Alberto Varvaro) continuava a raccontare il lembo di una veste, la falda di un cappello, il grembo che accoglie. Due termini diversi, due storie intrecciate, due modi di dire “protezione”, “casa”, “memoria” che portano addosso la dignità del lavoro quotidiano.
Poi arrivarono gli anni dell’emigrazione. I “miricani”, i siciliani partiti per l’America, tornavano al paese con valigie che profumavano di un mondo nuovo. Nei pacchi spediti oltreoceano non poteva mancare u mantisinu americano: colorato, pieno di tasche, quasi una piccola armatura domestica. Le donne lo attendevano come un dono prezioso. E quando finalmente arrivava, lo esponevano al balcone con orgoglio, mentre le vicine osservavano, commentavano, e nasceva quella gara silenziosa: chi aveva il grembiule più bello, più moderno, più “americano”.
E oggi, quando ripensiamo a quei balconi pieni di voci, ai pacchi avvolti nella carta marrone, alle mani che aprivano con cura ogni oggetto arrivato da lontano, ci accorgiamo che non era solo un grembiule. Era un ponte tra due mondi. Era un sogno cucito a mano. Era la promessa che, anche a migliaia di chilometri di distanza, qualcuno pensava a noi.
Un tempo bastava un mantisinu per cambiare l’umore di una casa. Bastava quel grembiule nuovo, arrivato dall’America dentro un pacco profumato di lontananza, per sentirsi più vicini a chi era partito, più moderni, quasi più forti. Le donne lo sfioravano con le dita come si sfiora una promessa, lo indossavano davanti allo specchio e per un attimo il mondo sembrava più grande, più luminoso, più felice. Era un tempo che non tornerà, ma che continua a respirare nelle storie raccontate a bassa voce, nelle cucine delle nostre madri, nei balconi pieni di panni stesi e confidenze. Un tempo che vive ancora nei ricordi che non si scoloriscono mai, come quei grembiuli che hanno protetto il cuore prima ancora dei vestiti.
Baciamu li manu!







