Percorro il marciapiede di corso Umberto I giusto all’altezza dove un tempo ci fu uno dei migliori negozi di dischi bagheresi “Dischi Salerno” del Signor Vincenzo Salerno (*) con Rino Martorana, esattamente di fronte al sempre più indecoroso prospetto del palazzo municipale (una delle sedi operative comunali), intervallato com’è da due alti palmizi, questi ultimi sì invece, bellissimi.
Il prospetto del rimaneggiatissimo palazzo, si mostra nello stato pietoso e mortificante in cui tutti i giorni siamo oramai abituati a vederlo almeno da vent’anni. Dal 2006 infatti – a conti fatti – sono almeno cinque (o addirittura sei?) i sindaci che si sono avvicendati lasciando che le condizioni della facciata di questo edificio del XIX secolo appartenuto alla famiglia Ugdulena da oltre un secolo di proprietà pubblica e che sino al 2014 – credo – fu sede istituzionale del Comune, arrivassero per tutto questo tempo ad uno stato così indecoroso e inammissibile di degrado, con l’aggravante di continuare a peggiorare d’anno in anno.
Due sole cose possono aver determinato un’inerzia per un così lungo lasso di tempo: o perché per Palazzo Ugdulena e per gli spazi retrostanti del giardino pubblico, sia stato previsto un mega Progetto Generale ben più complessivo del solo rifacimento del prospetto su corso Umberto I che contempli oltre la riqualificazione e il restauro dell’intera fabbrica…chessò…magari il ripristino dello stato originale dei luoghi, ad esempio demolendone le terribili superfetazioni edilizie dell’ultimo piano /e non solo quelle) e quindi – sia per via dei tempi di programmazione delle opere sia per via di quelli necessari all’articolata redazione del progetto nonché per quelli per il reperimento dei relativi finanziamenti gli stessi si siano “dilatati” sino a tal punto… oppure perché dopo aver messo “in sicurezza” ogni due-tre anni (dal…2006) le parti maggiormente ammalorate della facciata, semplicemente si sia pensato: <<Ma picchì u càni mìu è?>> rimpallando la palla da sindaco a sindaco anche alla luce del fatto che dal 2014 la sede istituzionale (…quella “bella”) è stata trasferita a Palazzo Branciforte-Butera.
Decidano i lettori se trattasi di ventennale vergogna poiché altro non è dato sapere finché qualcuno dalla torre d’avorio non darà chiare notizie alla comunità bagherese. L’unica cosa certa è che il prospetto principale di Palazzo Ugdulena detiene a tutt’oggi il significante record della “più indecorosa” faccia…(ta) attribuito a chi ha amministrato la cosa pubblica in questo paese da ben due decenni. Però vedrete che alla fine – magari in chiusura del mandato sindacale – verrà reperita una qualche somma (schitta schitta) per riuscire a ripristinarne il prospetto e qualche impianto interno…salvando faccia e facciata.
Ma tant’è.
Qualche altro passo e mi trovo dirimpetto al cancello d’ingresso di Villetta Ugdulena all’interno della quale ci fu dal 2000 al 2009 la sede storica della Pro Loco “Giovanni Lo Medico” di Bagheria proprio in quegli stessi locali comunali che accolsero a partire dal lontano 1956 la prima Civica Biblioteca Comunale curata dal poeta Castrenze Civello; quegli stessi locali che vennero concessi alla Pro Loco dal Dott. Fulvio Sodano che dal 1999 al 2001 fu commissario straordinario del Comune di Bagheria. Il giardino “pubblico” di Villetta Ugdulena non può non ricondurmi alla memoria di amici carissimi – primo tra tutti Domenico “Mimmo” Bologna – attraverso il contributo dei quali proprio quel giardino ritornò ”per tre estati“ a rivivere e ad essere rivissuto dai bagheresi con una rassegna di manifestazioni domenicali dal titolo “Intra moenia – Incontri domenicali a Villetta Ugdulena” che si materializzava sotto le alte chiome dei suoi alberi ricchi di una cinguettante fauna (famosa in quel periodo era una splendida coppia di merli) nel parterre tra siepi potate, palchetto della musica e vialetto centrale dalla cui rotonda gettava (e credo a maggior ragione ancor oggi continui a gettare) il proprio severo sguardo giudicante, l’austero mezzo busto in ghisa (su piedistallo in marmo) del sommo Dante Alighieri: <<Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza>>.
Secondo un calendario stagionale a partire dal 2001 si snocciolarono ogni domenica di giugno e luglio per tre anni consecutivi: presentazioni di libri e dibattiti con l’autore, esposizioni d’arte, ex-tempore di pittura, incontri e confronti culturali, esibizioni musicali dal vivo mattutine e tardo-pomeridiane con grande frequentazione e interesse di concittadini che proprio grazie alla rassegna scoprirono nel cuore della propria città (allora come adesso tutte le domeniche il corso Umberto I era “chiuso” alle auto) la presenza divenuta familiare e rilassante d’un “giardino pubblico animato”, vivo e ricco di frescura…ahimè, in seguito e a tutt’oggi completamente dimenticato nell’oblio e vergognosamente chiuso.
Proseguo la mia camminata e sono già di fronte all’antico chiosco di Don Gino oltre il quale si “apre” la grande piazza Garibaldi – per tutti “u chianu nnì Palaunja”.
La piazza per com’è visibile oggi è il frutto d’un intervento di riqualificazione urbana conclusosi nel 2006 che ha visto in questi vent’anni la progressiva eliminazione dei due distributori di carburanti che vi si trovavano fin dalla seconda metà degli anni ’50 (quello dell’Agip-Super Cortemaggiore di don Paulìnu Sciortino) e dagli anni ’70 (quello della Schell-Oil) della famiglia Ficano.
Attraverso la fontana rotonda che stamani già di buon’ora scroscia con alti zampilli quando nell’osservare di fronte a me l’entrata sud-est di villa Palagonia – quella dei due “pupi” per intenderci – mi soffermo a guardare l’attuale friggitoria “Palumbo” di via del Cavaliere adiacente alla quale si trova un’altra attività gastronomica a conferma della galoppante metamorfosi di noi bagheresi in comunità del gusto senza in realtà esser mai passati da quella delle ville. Proprio quella porzione della dependance di villa Palagonia dove si trova la friggitoria sino ai primissimi anni ’90 era stata la casa di mia zia Maria, vedova Lo Piparo, che lì abitò fin dai primi anni ’50.
La casetta di poche stanze e d’un paio di piccolissimi “ritirati” che trovavano posto sotto la falda del tetto in coppi alla siciliana adiacenti al minuscolo terrazzino, ci ospitò per due ininterrotti mesi a partire dalla notte del disastroso terremoto del Belìce, il 18 gennaio 1968.
Noi che da poco tempo abitavamo un quinto piano in via Consolare agghìri nnè Gesuìti l’avevamo sentita davvero forte la scossa principale – quella micidiale delle ore 3:01 – che in pochi attimi aveva sgretolato Gibellina, Salaparuta, Poggioreale e Montevago (dove ci fu l’epicentro) tant’è che il letto della cameretta dove dormivo sembrava stesse partecipando ad uno dei rodei dei Fratelli Bonanza tra le staccionate del recinto d’un ranch in Texas. Io, svegliatomi di sopra assalto, non capivo cosa stesse succedendo.
Furono le urla di mia madre: <<Tirrimùotuuuuuu!>> in uno al generale e frenetico trambusto dell’intero palazzo che ne seguì, a farmi provare più che paura un colossale senso d’impotenza e di crescente ansia; ricordo solo molta confusione in uno al vociare, alle urla e al correre giù per le scale da parte di tutti i condòmini, mentre nei minuti che trascorrevano si susseguivano altre scosse per fortuna di minor intensità ma che si continuavano ad avvertire distintamente. <<Senza pigghìari l’ascinsùri o si fa a fini di sùcci scafazzàti! Scinnìti tutti a pieriiii!>>; questi su per giù erano gli allerta! gridati che ancora ricordo. Insomma, una volta in macchina – ma quella notte fu tutta Bagheria in stato di “fuga” con auto, furgoncini, api a tre ruote, carretti, camion e altri mezzi di fortuna – si decise di parcheggiare l’auto ‘nto chiànu nnì Palaunìa dove già sostavano altre decine e decine di famiglie che avevano fatto la stessa scelta e voi vi starete chiedendo perché?Perché vox populi quella era zona ‘ntisa “supra a rùoccia” e, quindi, più sicura. Fatto sta che zia Maria da quella stessa mattinata ci “ospitò” in via del Cavaliere forte della sua teoria secondo la quale…”la casa di piano terra, si scòppa (…sempre che crolli) fa meno danno” e noi che ancora tremanti venivamo da un quinto piano…la teoria della zia Maria la sposammo immediatamente!
Altro che legge antisismica…(da lì a poco più di tre anni a venire!).
Insomma vivemmo due mesi dalla zia Maria e io – debbo riconoscere – mi divertii tantissimo innanzi tutto perché le scuole per precauzione restarono diverso tempo chiuse ergo perché ero sistematicamente “’nmenzu a stràta” a giocare “’o palluni” con i miei coetanei. Le lezioni a scuola ripresero solo nel mese di marzo di quell’anno quasi in concomitanza col mio compleanno e – sino a tutto aprile – potei frequentarla con estrema comodità ogni mattina, perché bastava che attraversassi via del Cavaliere per trovarmela lì a un tiro di schioppo.
Ho superato l’edicola di Paolo Cangialosi e sono di fronte al massiccio volume del plesso scolastico Giuseppe Cirincione (che intravedo tra alberi, giochi per bambini e reti d’un campo di volley dell’atrio scolastico); il “Cirincione” mi fa venire in mente un altro episodio occorso nell’autunno del 1967 che vide – suo malgrado protagonista – il distributore carburanti di don Paulino Sciortino e, per l’intera mattinata di quel giorno, tutti gli alunni e il corpo insegnante della scuola nonché diversi lavoratori del vicino “scàru”.
Dall’anno precedente frequentavo la sezione “B” con insegnante la Maestra Maria Gagliano in Romano (donna bassina ed energica, dal carattere molto forte) assieme a tanti miei coetanei di alcuni dei quali ricordo i nomi: Gaetano Viscuso, Michele Sciortino, Francesco Paolo Caltagirone, Pietro Di Quarto, Maurizio Varisco, Maurizio Giammanco, Silvio Tripoli, Giuseppe D’Amato, Santino Gagliano, Gioacchino “Gigi” Caruso, Antonio Caviglia.
Peraltro diversi di loro resteranno miei compagni anche per le scuole medie che feci alla Giosuè Carducci. Comunque.
Quell’anno come sezione “B” occupavamo il piano terra dell’istituto e avevamo quindi le due finestre dell’aula che si aprivano sull’atrio principale in battuto di tufo dove tutt’ora trova posto il monumento ai caduti della grande guerra con gli splendidi bassorilievi di Silvestre Cuffaro (monumento che meriterebbe un discorso a parte). L’atrio delle scuole Giuseppe Cirincione all’epoca era completamente “aperto” perché privo praticamente di recinzione e cancelli ragion per cui di fatto nei pomeriggi veniva utilizzato come “campo” di calcio da tanti ragazzini.
Quella mattinata aveva appena avuto inizio in classe la sentitissima “gara” mensile delle tabelline aritmetiche e la tensione era molto alta. Prova che si svolgeva ad eliminatorie. Il trofeo – da indossare per un mese intero applicato con gli automatici sul grembiulino nero (per chi l’aveva) – consisteva in una grande “coccarda tricolore”. Ne era sistematico detentore Giuseppe che – di fatto – in questa gara era praticamente imbattibile.
La “prova” si svolgeva in tal modo. La maestra Maria chiamava due alunni che si dovevano disporre ai lati della cattedra. Lei, a centro, seduta con la bacchetta in mano, senza guardare nessuno dei due, domandava di getto: <<Nove per otto?>>. Il più lesto a rispondere, avrebbe vinto restando al proprio posto accanto alla cattedra eliminando sino alla prossima prova mensile lo sconfitto che mestamente doveva tornarsene al proprio banco, sostituito da un altro intanto chiamato in causa dalla maestra.
Giuseppe nel corso dei mesi aveva elaborato una tecnica tutta sua.
Neanche la maestra aveva terminato di pronunziare la moltiplicazione cui rispondere e già lui come un lestissimo spadaccino muoveva in “affondo” il braccio destro – alla D’Artagnàn – con l’indice teso in uno alla gamba mancina, sbattendo sul pavimento il piede in una vera e propria stoccata schermistica con la risposta che già echeggiava forte nell’aula: <<Settantadueeeee!>>.
<<Mizzica ‘nca sempre Giuseppe vince, signora maestraaaa…>> si sentiva dal fondo della classe ogni volta che la coccarda veniva assegnata e messa al petto del vincitore.
Insomma, eravamo immersi in questa sorta di nevrastenico pathos da “prova delle tabelline” quando d’improvviso senza nemmeno bussare (era tassativamente d’obbligo all’epoca…) si spalancò l’enorme porta dell’aula sbattendo forte sullo stipite con gran rumore, facendoci girare tutti da quella parte.
Si materializzò un omino con gli occhi fuori dalle orbite e col volto paonazzo. Era il nostro bidello, il Signor Pinuzzu che gridando: <<Tutti fùoraaaaaa…tuttiiiii fùoraaaaaa!!!!>> aveva cominciato a fare ampi gesti con le braccia.
La maestra Maria con rigorosa flemma si era alzata a chiedere: <<Ma chi succirìu signor Pinùzzu?!?>>.
Il bidello: <<Signora maìstra… pigghiò fùocu l’autocisterna della benzina ‘nnì don Paulinuuuu! C’è u fùocuuuuuu! Scappàmu ca tutti cùosi scuppìanu!>>.
Ricordo che la maestra Maria Gagliano in Romano senza perdere la calma, ci fece uscire due per volta dalla classe tranquillizzandoci e senza mai farci fretta ci fece disporre in colonna nel grande e lungo corridoio dove già le altre classi – ricordo quella del maestro Romano e della maestra Balistreri – stavano via via cominciando a radunarsi. Poi, aperto uno dei due portoni sul retro, ci fece uscire nell’atrio posteriore delle scuole (prospiciente la via Vespucci) lì dove restammo per una mezz’oretta. Insieme a diversi altri genitori venne di corsa da via del Cavaliere anche mia zia Maria a cui venni affidato. Per quel giorno ci fu: “Sicilia!”.
Intanto la narrazione del tempo vuole che fossero accorsi in aiuto diversi lavoratori dello “scaru” e perfino un paio di “picciuòtti” avventori del chiosco di Don Gino in una sorta di gara di solidarietà e coraggio nel tentativo di spegnere il pericoloso incendio dell’autocisterna che trasportava il carburante; incendio causato con ogni probabilità da una cicca di sigaretta che venne giusto in tempo circoscritto e definitivamente spento scongiurando drammatiche conseguenze per gli abitanti dell’intero chianu nnì Palaunìa.
Ecco. Sono quasi alla fine del mio “giro” mattutino; guardo l’orologio e sono quasi le 6.20. Uhm…in orario quasi perfetto. Attraverso la via Diego D’Amico sulle strisce pedonali giusto all’altezza del Bar Ester sul Corso già da qualche decina di minuti aperto, supero all’angolo il chiosco del “Nnì Francu u Re ri mulùna” e m’incammino lungo la via Roma. Qui ci sono due delle sale cinematografiche storiche di questo paese: l’ex Cine Teatro Roma, oggi sede di una sorta di Church (?) e il Cinema Capitol che invece è tutt’ora in esercizio.
Entrambe le grandi fabbriche edilizie occupano le testate dei due isolati posti tra le vie Luigi Capuano e via Pola, parallele alla via Diego D’Amico.
L’ex Cine Teatro Roma è di qualche anno più vetusto rispetto al Cinema Capitol. Il primo venne realizzato nel 1948 e qualche anno dopo, nel 1953, si realizzò il secondo. Sino al 1965 ho abitato con i miei un terzo piano in via Pola proprio di fronte alla facciata laterale del Cine Capitol che – contrariamente ad oggi – aveva un’unica sala di proiezione con platea e la classica galleria.
In quei primi anni ’60 durante le calde sere estive le finestre alte laterali venivano sistematicamente spalancate per far circolare in sala un po’ meglio l’aria ed io, affacciato al balcone, riuscivo a intravvedere solo a “piccole trance” il grande schermo e – conseguentemente – le immagini proiettate, al contrario dell’audio dei dialoghi e del sonoro che invece si diffondevano quasi perfettamente per l’intera via Pola.
Le figlie del proprietario e gestore del Cine Capitol d’allora, don Giovanni Costanzo (***), le sorelle Rosetta e Angelina, oltre ad essere nostre dirimpettaie erano amiche delle mie due sorelle e pertanto molto spesso si frequentavano.
Io, cinque anni, venivo spesso portato a giocare sulla grandissima terrazza del cinema, lungo la quale scorrazzavo per pomeriggi interi con un triciclo azzurro mentre loro – sedute intorno un tavolo rotondo pieno di 45 giri – ascoltavano senza soluzione di continuità da un giradischi Lesa i successi “(You’re the) Devil in Disguise” e “Kiss Me Quick” di Elvis Presley alternandoli a “Can’t Buy Me Love“ e “A Hard Day’s Night” dei Beatles mentre sorseggiavano acqua fresca con Anice Tutone. Erano gli anni del pieno successo discografico e cinematografico del mitico Elvis e il Cine Capitol ne proiettava spesso i film musicali maggiormente di successo ambientati alle isole Hawaii.
Delle due sorelle Costanzo era Rosetta quella che con maggior dedizione si prendeva cura di me durante quei pomeriggi. Mi fotografava con la sua Leica e a sua volta mi faceva scattare fotografie in rigoroso b/n. Su quella immensa terrazza c’erano grossi vasi con piante di fiori rossi posti ai bordi lunghi dell’edificio e nel lato dove si aprivano le stanze dell’abitazione.
Dall’altro lato, ma proprio in fondo in fondo, recintata con rete metallica e tavole in legno, c’era pure un’aia di forma rettangolare con tre galline e un gallo. Rosetta delle volte mi dava un cestino in vimini e mi chiedeva di accompagnarla facendomi entrare con lei all’interno del recinto a raccogliere le uova fresche anche se io avevo una terribile paura del gallo. In compenso, grazie a Rosetta Costanzo, le galline (che erano tre) e il gallo furono i primi esseri viventi che io riuscii a immortalare in un paio di fotografie (decisamente “mosse”!).
Ma la meraviglia delle meraviglie era stata quando Rosetta durante uno di quei pomeriggi mi accompagnò oltre il recinto delle galline. Lì c’era una sorta di pozzo luce lungo quasi quanto la larghezza dell’edificio coperto da una soletta retta da una serie di montanti in mattoncini rossi alti una trentina di centimetri dal piano della terrazza delimitati da rete metallica. Rosetta mi spiegò che se mi fossi disteso pancia a terra e avessi guardato attraverso le aperture pigiando il naso sulla rete metallica avrei visto…il film che si stava proiettando giù in sala!
Allora trepidante mi distesi sul pavimento della terrazza; m’addossai alla rete metallica, pigiai il naso e l’intera faccia alla rete metallica, guardai giù e… così fu!
Ecco il film! Evviva! Rosetta aveva proprio ragione. Vidi alcune scene con delle canoe che arrivavano in spiaggia e un tipo sorridente – circondato da una miriade di ragazze – che appena sceso da una di quei natanti, veniva inghirlandato con una grande collana di fiori tropicali.
Senza saperlo stavo assistendo ad una delle scene del film Blue Hawaii, un successone di Elvis Presley mentre si sentivano le famose canzoni col tipico suono delle chitarrine hawaiiane intervallate però dai “coccodè” di quelle tre chiassose galline!
Quella era stata la meraviglia delle meraviglie che a distanza di tanto tempo ancora custodisco tra i miei ricordi, tanto che quel pomeriggio le mie sorelle, Provvidenza ed Elisabetta in uno alle sorelle Costanzo, Rosetta e Angelina, prima di riuscire a tirarmi via a forza da lì per far rientro a casa, dovettero sudare le famose sette camicie ma soprattutto attendere che lì sotto sullo schermo del Capitol comparisse la scritta “the end”.
(*) – Vincenzo Salerno proprietario del negozio di dischi “Dischi Salerno” in Corso Umberto I all’inizio degli anni 2000 volle donare tutta la sua vastissima raccolta discografica in vinile al Comune di Bagheria.
(**) – Tra le serate di maggior interesse di “Intra Moenia 2003” come non ricordare due indimenticabili concerti musicali con Marilia Vesco in “Dal jazz anni ’60 a Bessie Smith” e con Gianfranco Molinaro e Le Anime Salve in “Omaggio a De Andrè” a cui assistettero tantissimi concittadini che stipando la villetta in maniera veramente incredibile, ne tributarono un meritatissimo successo.
(***) – Tommaso Di Salvo e Maurizio Padovano: “Lo spettatore implacabile” – Giuseppe Tornatore, regista, pag. 67 e Intervista a quattro proiezionisti, pag. 75 – Quaderni Museo Guttuso, Eugenio M. Falcone Editore – 2006







