Nelle scorse puntate, sul blocco finale della trasmissione televisiva “La Torre di Babele” (La7), il conduttore veterano Corrado Augias ha ospitato la scrittrice anche bagherese, premio Campiello e premio Strega, Dacia Maraini.
Dico “anche” visto che, se si cercasse di ricostruire in queste righe tutte le ascendenze e poi le città dove essa ha abitato, probabilmente ne verrebbe fuori un ingorgo sgangherato di date e nomi di luoghi e di persone. Noi bagheresi siamo affezionati campanilisticamente all’idea di Maraini come nostra concittadina, e antica abitante della Villa Valguarnera, probabilmente anche per via del noto romanzo autobiografico, edito da Rizzoli nel 1993, intitolato proprio «Bagheria», e in cui sì la scrittrice descriveva alcune delle luci della nostra città, ma pure diverse ombre. Maraini è bagherese almeno quanto romana e perfino un po’ giapponese; ha vissuto alcuni anni della sua infanzia nel paese del Sol Levante, in parte anche in un campo di concentramento.
Tornando all’episodio, facilmente reperibile su internet, si tratta di un confronto sull’attualità tra – penso che nessuno possa smentirlo – due tra le più grandi e lucide menti nell’odierno panorama italiano. L’una, Augias, classe 1935, intervistatore (e autore) ancora ficcante e sempre sul pezzo con ogni ospite, “amico o avversario”. L’altra, Maraini, di un anno più giovane, con risposte chirurgiche, ma cariche di senso e che lasciano intravedere una passione quasi romantica per la vita stessa e per l’umanità. Tra le due, il giornalista e la scrittrice di certo sono più amici che avversari: si conoscono sicuramente e si trova pure online un altro confronto tra i due, più antico e stavolta in Rai, in cui oggetto della disamina erano i libri, la lettura, la letteratura. Nella trasmissione dello scorso febbraio, invece, dopo un breve e simpatico siparietto perché Maraini s’è presentata con un braccio fasciato per via d’una caduta in montagna, si parte con l’attualità politica e subito la domanda di Augias sullo strano rapporto che dal ’94 gli italiani hanno con i leader: rapidamente amatissimi e rapidamente odiatissimi. Risposta secca della Maraini: è la crisi delle «idee condivise», ovvero delle ideologie; problema italiano, ma in generale del mondo occidentale. Se non ci sono programmi, progetti per il futuro, visioni a lunga scadenza, allora quello che rimane è il leader che dice di poter risolvere tutto e di poterlo fare subito. Quasi sempre sapendo di mentire. Intervallando il confronto con letture di Carducci e Mann, sottilmente a ricordarci che a quel mondo Maraini appartiene, essendo un’autrice tradotta in molti paesi ed avendo nella sua vita bazzicato personalità del calibro di Moravia e Pasolini (per citarne due), si progredisce con un ragionamento storico sull’Italia e gli italiani.
Passando per le cinquecentesche riforma e controriforma, e poi per l’opera lirica e l’italiano come lingua di cultura, la commedia dell’arte e l’involuzione del senso del ridicolo, si arriva fino
allo scenario dei “nuovi italiani”. Un capitolo che negli USA, in UK o Francia, non ci sarebbe
neanche bisogno di aprire. Ma invece nel nostro paese, essendo ancora pochi i figli di immigrati di
prima o seconda generazione, purtroppo, se ne discute come di un caso particolare. Beninteso:
Augias e Maraini ne discutono con tutta la normalità e quasi ovvietà della situazione, ma affrontano
il problema perché pare che molti nostri concittadini siano ancora convinti della fantomatica
invasione. Questo non significa regalare cittadinanza a chiunque, o sminuirne il valore. Anzi dice
Maraini: «bisogna sentirsi italiani», integrare, coinvolgere. Magari evitando di guardare uno
straniero e subito pensare che è un criminale (come se farabutti bianchi e sicilianissimi noi non ne
avessimo). «Abbiamo una tradizione di etnie diverse, che si sono mischiate benissimo. Però si
devono integrare [parlare la lingua, rispettare la Costituzione]», chiude la scrittrice.
Quindi si passa al capitolo di storia che i due hanno vissuto, benché da bambini: la tragedia
del fascismo, sempre di così grande attualità. Le pagina forse più tetra, in un manuale che è degli
orrori, è quella delle leggi razziali. Maraini, figlia di padre (Fosco) grande intellettuale ed
antropologo: «Mi ricordo ancora che mio padre mi diceva: guarda che le razze non esistono». Frasi
dette mentre i fascisti, quelli storici, stavano governando. E poi: con la scoperta del dna,
l’inesistenza delle razze trova una prova scientifica. E di conseguenza: l’orgoglio degli italiani che
lavorano all’estero, ma anche il disastro dello spopolamento a cui il nostro paese sta andando in
contro e il welfare che «sta cadendo», dice Augias. Maraini: puntare su ricerca, energia, acqua,
scuola. E ancora una denuncia di cattiva amministrazione in Italia e in Sicilia. Insomma, in
mezz’oretta, un confronto a tutto tondo che arricchisce chi lo guarda. Da recuperare assolutamente.






