Con la morte di Leto, Bagheria perde un altro dei suoi artisti autentici, figure che hanno segnato in profondità la presenza pittorica della città nel Novecento.
Senza alcuna remora si può dire che quel secolo, tra coloro che ce l’hanno fatta e chi meno, è stato rappresentato da Nino Garajo, Renato Guttuso, Ignazio Moncada, Salvatore Provino, Lillo Rizzo e Giovanni Leto.
Oggi, di questa straordinaria generazione, rimane tra noi solo Salvatore Provino.
Nato a Monreale nel 1946, Giovanni Leto si trasferì giovanissimo a Bagheria, città che divenne il suo punto d’approdo affettivo e creativo. Dopo gli studi artistici, cominciò un percorso di ricerca personale che lo portò a sviluppare una poetica fortemente autonoma rispetto ai modelli dominanti.
Negli anni Settanta e Ottanta la sua pittura si distinse per un linguaggio materico e simbolico, in cui la luce e la memoria si intrecciavano alla dimensione del segno e della superficie. Nel tempo, Leto elaborò una tecnica originale e inconfondibile, basata sull’uso di carte incollate, velature, abrasioni e stratificazioni cromatiche, con cui costruiva spazi sospesi tra realtà e visione.
Ha esposto in numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero, partecipando a rassegne di rilievo e ottenendo l’apprezzamento di critici e studiosi d’arte. Le sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private, e testimoniano un percorso coerente, sempre fedele alla propria indagine.
Per lasciare un felice ricordo di Giovanni Leto, si può dire senza timore di smentita che, tra tutti gli artisti di quella straordinaria stagione bagherese, la personalità pittorica più forte è stata proprio la sua. Non per sminuire gli altri, e tantomeno Guttuso, che gode di fama internazionale, ma per riconoscere che, grazie all’originale tecnica da lui inventata, il lavoro di Giovanni Leto non ha maestri, ma solo allievi.






