°
___
______
  • Minima ___°
  • Massima ___°
___
______
Febbraio 10th 2026, martedì
°
   ___
  • TEMPERATURA
    ° | °
  • UMIDITÀ
    %
  • VENTO
    m/s
  • NUVOLOSITÀ
    %
  • ALBA
  • TRAMONTO
  • MER 11
    ° | °
    Nuvolosità
    %
    Umidità
    %
  • GIO 12
    ° | °
    Nuvolosità
    %
    Umidità
    %
  • VEN 13
    ° | °
    Nuvolosità
    %
    Umidità
    %
  • SAB 14
    ° | °
    Nuvolosità
    %
    Umidità
    %

martedì 10 Febbraio 2026

martedì 10 Febbraio 2026

Intervista alla giornalista Farian Sabahi sulle proteste in Iran con migliaia di morti

Facebook
X
WhatsApp
Email
cacbb cf a a bdab
stefania morreale
stefania morreale
7 minuti

In Iran le proteste iniziate il 28 dicembre scorso sembrano essersi placate; il dissenso ha  avuto inizio dai commercianti dei bazar, tradizionalmente storici pilastri dell’economia persiana, per l’insostenibile situazione economica, ma nel giro di pochi giorni anche altri manifestanti si sono uniti alla protesta. Pubblichiamo una intervista alla professoressa e giornalista Farian Sabahi, nota studiosa dell’Iran, professoressa associata in Storia contemporanea presso l’Università dell’Insubria, autrice di “Storia dell’Iran 1890-2020” (Il Saggiatore 2020), “Noi donne di Teheran” (Jouvence, edizione aggiornata 2022), “Alla corte dello scià” (Ibis 2025).

In merito a quanto sta avvenendo in questi giorni in Iran, in cui a manifestare sono soprattutto i giovanissimi, è possibile parlare di una vera e propria frattura tra le nuove generazioni e la Repubblica Islamica?
La frattura è tra i cittadini della Repubblica islamica e la leadership al potere, ed è dovuta al fatto che i leader al potere non garantiscono ai cittadini una vita dignitosa, il rispetto dei loro diritti e la sicurezza dei confini, come ha dimostrato l’aggressione israeliana dello scorso giugno.

Quanto è realmente a rischio la teocrazia in questo momento?
La Repubblica islamica non è una teocrazia ma un sistema complesso che possiamo definire una oligarchia di ayatollah e pasdaran, nel senso che sono i religiosi e i militari a condividere il potere. In questo momento, il regime è paradossalmente più forte, dopo la repressione di regime e l’accordo con il presidente statunitense Donald Trump che non ha bombardato e, in cambio, la magistratura iraniana ha fermato le esecuzioni capitali dei dissidenti.

Qual è il ruolo della diaspora persiana in questo momento storico per l’Iran?
La diaspora iraniana è divisa: ci sono i monarchici che vorrebbero il ritorno dei Pahlavi a Teheran, i mojaheddin del popolo che invadono le piazze europee con le loro bandiere e auspicano che sia la loro leader Maryam Rajavi a guidare l’Iran di domani, e anche le attiviste del movimento Donna vita libertà che guardano alle proteste di questi giorni, in cui le donne non sono state presenti, come l’onda lunga delle rivolte contro il velo. Velo che peraltro non è più imposto con violenza in Iran.

L’influenza occidentale ha, secondo lei, un ruolo all’interno di questi movimenti di protesta? E quanto l’Occidente è realmente disposto a tendere una mano verso la società civile iraniana?
Le proteste sono state infiltrate dal Mossad e dalla Cia, e questo ha reso ancora più difficile la posizione dei manifestanti, che sono sempre stati non violenti. Non c’è un interesse sincero dell’Occidente verso l’Iran: si tratta di un paese che è solo una pedina nel grande gioco tra Washington, Mosca e Pechino. Togliere di mezzo ayatollah e pasdaran sarebbe, per Trump, un modo per privare la Russia di un fornitore di armi e per privare la Cina di un fornitore di idrocarburi. Se all’Occidente importasse veramente degli iraniani, si dovrebbe mettere fine al regime sanzionatorio, perché ha distrutto la borghesia e ampliato il divario tra classi sociali, arricchendo gli uomini al potere.

Quali sono i possibili scenari che immagina alla fine di questo periodo di proteste? Si potrà parlare di una svolta epocale per l’Iran?
Al momento non si prefigura una rivoluzione, anche perché i manifestanti non sono armati.

Reza Ciro Pahlavi potrebbe essere una alternativa valida alla Repubblica Islamica? Esistono delle altre opzioni di governo possibili che non coinvolgano nè i Pahlavi nè la teocrazia?
A rivendicare la guida dell’Iran, nel caso in cui il regime dovesse cadere, è il principe Reza Pahlavi. È nato nel 1960 ed è il figlio dell’ultimo scià, quello scappato durante la rivoluzione del 1979, e della terza moglie Farah Diba. Il principe aveva lasciato Teheran a 17 anni, prima della rivoluzione, per andare negli Stati Uniti in un’accademia militare. Si chiama Reza come il nonno, il fondatore della dinastia Pahlavi. Un cognome che evoca lo splendore dell’antico impero persiano, ma anche le diseguaglianze sociali al tempo della monarchia, le torture della Savak (la polizia segreta dello scià) e l’asservimento a Washington e Londra. Nel caso del principe, l’asservimento è anche a Israele, dove si è recato più volte a baciare la mano di Netanyahu. Il principe Pahlavi si dice disponibile per la transizione verso la democrazia, ma in un’intervista ha affermato di essere disponibile solo per quella. Non intende trasferirsi in pianta stabile a Teheran perché ha i suoi affetti negli Stati Uniti. Più che un principe cresciuto in America, nella ricchezza portata fuori dal padre, se il regime dovesse cadere, gli iraniani avrebbero bisogno di un personaggio alla Nelson Mandela, in grado di guidare la riconciliazione nazionale ed evitare la guerra civile.

Cosa auspica oggi per i cittadini iraniani? 
Una vita dignitosa, il rispetto dei loro diritti e la sicurezza dei loro confini, senza il timore di essere aggrediti.

°
___
______
  • Minima ___°
  • Massima ___°
___
______
Febbraio 10th 2026, martedì
°
   ___
  • TEMPERATURA
    ° | °
  • UMIDITÀ
    %
  • VENTO
    m/s
  • NUVOLOSITÀ
    %
  • ALBA
  • TRAMONTO
  • MER 11
    ° | °
    Nuvolosità
    %
    Umidità
    %
  • GIO 12
    ° | °
    Nuvolosità
    %
    Umidità
    %
  • VEN 13
    ° | °
    Nuvolosità
    %
    Umidità
    %
  • SAB 14
    ° | °
    Nuvolosità
    %
    Umidità
    %