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mercoledì 10 Giugno 2026

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“Renato Guttuso, nato due volte”

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Renato Guttuso nasce due volte. La prima il 26 dicembre 1911, a Bagheria; la seconda il 2 gennaio 1912, a Palermo, quando viene ufficialmente registrato all’anagrafe con il nome di Aldo Renato, figlio di Gioacchino e Giuseppina D’Amico.

La doppia data di nascita di Renato Guttuso non è una semplice discrepanza: è una frattura originaria della verità. Quella doppia nascita non fu il frutto di un errore burocratico, ma di una scelta consapevole del padre. Un gesto minimo solo in apparenza, che introduce fin dall’inizio una tensione destinata a durare. In questo slittamento iniziale si può leggere l’intera parabola di Guttuso.

L’artista trascorre a Bagheria i primi ventitré anni della sua vita. Abita prima in corso Butera, non distante dalla casa dell’amico poeta Castrense Civello, poi in via Generale Diaz, in una casa non lontana da quella dei genitori del fotografo Ferdinando Scianna.

Una fotografia scattata da Nicola Coglitore quando Renato ha tre anni mostra un bambino rigido, dallo sguardo distante, quasi estraneo alla scena. È difficile non leggere retrospettivamente in quell’immagine un presagio: una presenza già divisa tra ciò che è e ciò che sarà.

La prima ambiguità emerge nel nome. “Renato” non appartiene alla tradizione familiare dei Guttuso e sembra piuttosto rimandare a una scelta ideologica. L’ipotesi di un riferimento a Renato Imbriani, patriota risorgimentale, apre a una lettura in cui il nome diventa dichiarazione politica: il bambino reale affiancato fin dall’inizio a un modello ideale. Un’eredità trasmessa dal padre Gioacchino e dal nonno Ciro, garibaldino.

Questa doppia appartenenza — privata e pubblica, familiare e ideologica — riemerge con forza nella pittura di Guttuso.
La battaglia del Ponte dell’Ammiraglio nasce come omaggio alla memoria risorgimentale siciliana e, in filigrana, alla figura del nonno. Ma l’opera viene presto investita da una richiesta politica: Palmiro Togliatti chiede all’artista di adattarne il senso a una narrazione che attribuisca al Partito comunista un ruolo storicamente improprio nella battaglia del Ponte dell’Ammiraglio.

Guttuso non distrugge il dipinto né lo modifica. Ne realizza un secondo. Non è un compromesso, ma uno sdoppiamento strategico. Da un lato, la fedeltà alla propria memoria e alla verità storica; dall’altro, la concessione a una lettura ideologica funzionale al Partito, a cui non può sottrarsi del tutto. Non opposizione frontale, ma recita controllata.

Da quel momento la doppiezza diventa metodo di sopravvivenza. Guttuso non sarà mai un comunista ortodosso né un artista totalmente indipendente. Abita una zona intermedia: abbastanza vicino al PCI da diventarne un’icona, abbastanza distante da non esserne completamente assorbito. Il Partito ottiene un simbolo potente; l’artista, visibilità, protezione e legittimazione. Entrambi accettano la finzione.

La doppia nascita, reale e anagrafica, non fu dunque un accidente marginale, ma un atto fondativo. In essa è già iscritta la cifra di un’esistenza vissuta tra verità e rappresentazione, tra fedeltà e compromesso.

Dunque, Guttuso nacque due volte e imparò presto che, per sopravvivere nella storia, talvolta bisogna vivere sdoppiati.
Oggi il rischio è di conservare solo l’icona e smarrire la complessità. Se vogliamo che il mito Guttuso continui a parlare anche alle nuove generazioni, non basta nominare al più presto un valido direttore al “Museo Guttuso” di Bagheria: è necessario istituire un vero “Centro Studi Guttusiani”, in grado di ricomporre documenti, conflitti e ambiguità. Perché solo restituendo le fratture si restituisce davvero un artista alla storia.

foto Renato Guttuso particolare

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