Le poche volte che esco da casa a piedi in questo ultimo periodo della mia vita, mi capita di percorrere solamente alcune strade del paese: via Dante, corso Butera, lo Stratunèddu, piazza Palagonia e via Pola.
Un percorso fisso, insomma.
Non un circuito ma uno zig-zag con in ultimo un dietro-front secco, giusto all’altezza del civico 7 di via Pola, per il ritorno.
È stata una prescrizione medica quella del camminare, una specie di ultimatum ordinatomi, in maniera gentile ma ferma e decisa come solo il buon Giuseppe La Mantia è capace di far digerire persino ai più restii dei suoi assistiti.
Due in andata e altrettanti chilometri al ritorno a passo normale, tanto per cominciare.
Quattro mila metri in tutto che, se ripetuti con una certa assiduità (cosa di cui – metto le mani avanti – dubito fortemente), dovrebbero servire per riattivare muscoli di polpacci oramai appassiti e soprattutto, ridurre la circonferenza dell’addome che in questi ultimi anni ha raggiunto, ahimè, limiti davvero improponibili.
Oh…fatti di salute insomma, mica tanto di estetica. Tant’è.
La prima volta che ho iniziato a percorrere questo itinerario, è stato un sabato mattina della scorsa settimana. Un quarto alle cinque.
Appena un vago accenno di albeggio, l’aria ancora pungente d’inizio aprile e poca, troppa poca voglia di darci dentro; comunque debbo confessare che una volta sceso per strada, a tutto avrei pensato, tranne che potesse essere un giro “a la piedòn” che mi avrebbe coinvolto non solo dal punto di vista fisico.
Ma procediamo.
Bagheria a quell’ora è un’altra Bagheria. Almeno questa è la prima impressione che procura dal momento che anche voi doveste avere l’occasione di vederla tra le cinque meno un quarto e le sei di mattina, ben prima dell’erutto del “grande caos” delle sette e venticinque.
Pochissime persone in giro, anzi nessuno e ancor meno automobili. Pochissimi rumori se non proveniente da qualche mezzo per la raccolta dei rifiuti. Bar per lo più ancora chiusi. In compenso diversi cani randagi e liberi, uno più bello dell’altro.
Le strade prive totalmente di traffico con ai lati fila d’auto parcheggiate, le case, i palazzi e le scuole inanimate; i marciapiedi – da poco malamente rigenerati – illuminati come sono, sembrano raccontare ancor di più ove possibile, di lavori edili fatti gran che bene (e in tutta fretta) e diretti peggio. Persino la parte materiale di questa cittadina, spacciata per migliore, a quell’ora appare irredimibile e contaminata.
Ma andiamo a noi.
Iniziare a percorrere a piedi con andatura non proprio sostenuta il breve tratto di via Dante verso l’incrocio con corso Butera, mi porta ben presto ad aver davanti agli occhi, ben stampato di fronte, il grazioso palazzetto “di città” in stile manieristico primo novecento posto all’angolo di piazza Dante. In maniera indubbia uno tra i più belli e affascinanti rimanenti, forse perché i proprietari si son ben guardati fino a ora dal restaurarlo.
Lì ancora abita il mio ex compagno di liceo-ginnasio Filippo, per tutti conosciuto come “Filippetto”.
Lo incontro di rado, Filippo; e, data l’età di entrambi, non nascondo che rivederlo un pochino più spesso mi farebbe immenso piacere. Questo penso mentre imbocco il corso >Buera. Intanto che cammino in leggera salita, mi vengono in mente diversi ricordi che lo riguardano. E già sorrido. Grande e abile giocatore di ping-pong (mai riuscito a batterlo, impossibile per me e per tanti altri di me molto più bravi), nonché notevole e talentuoso “alzatore” di pallavolo; di lui mi sovviene improvvida quanto tremenda una sua interrogazione nell’ora di “Storia e Filosofia” tenuta dal mitico Professor Pippo Noto nell’aula della seconda “B” allora, mille novecento settanta cinque, al piano terra del Liceo Francesco Scaduto.
<<Filippo, dai vieni tu. Interrogato!>>
Pesante silenzio in aula.
Filippo riemerge lento dal fondo del banco dove s’era compresso sprofondandovi in attesa che s’individuasse la oppure il malcapitato di turno, per bisbigliare: << Ehm…sì professore, io verrei pure volentieri, ma il fatto è che mi gira forte la testa.>>
<< Ahhhh… e cosa vuoi che sia caro Filippo. Tranquillo. E visto il tuo “tremendo” giramento di testa, mi limito a metterti sul registro di classe un bel due tutto ma proprio tutto… ondulato!>>. E il bello fu che glielo scrisse davvero sul registro di classe quel bel <<due tutto ondulato>>, mentre le nostre risate a crepa pelle lasciarono ben presto spazio ad un gelido silenzio, dato che le interrogazioni del Professor Noto, per quella mattina, proseguirono implacabili.
Sto ancora ridendo quando mi trovo davanti al civico 315 del salone del mio barbiere: Giuseppe, che da più di trenta cinque anni, frequento. Confesso dopo tutti questi anni di non averne mai conosciuto il cognome; anche perché ora che ci penso, mai debbo averglielo chiesto. Giuseppe era la prima volta che vi entrai sul finire degli anni novanta e Giuseppe è rimasto per tutto questo tempo. Mah.
La saracinesca è chiusa, a quest’ora è troppo presto perfino per lui che apre bottega non prima delle sette.
<< Buongiorno Giuseppe!>>
<< Buongiorno architetto. Cosa facciamo…barba e shampoo?>>
<< Sì. I capelli li accorciamo alla prossima>>.
Il refrain d’ogni volta. Solo che dall’inizio di quest’anno c’è una novità. Giuseppe è andato in pensione per sopraggiunti limiti d’età e nel salone ora “opera e comanda” il maggiore dei figli: il palestrato Francesco, a cui, la prima volta che ci torno per sfoltire barba e far lo shampoo, mi toccherà chiedere il cognome, non foss’altro per sottolineare il ricambio generazionale.
Proseguendo la camminata, giungo all’altezza d’un vero e proprio obbrobrio di dehors; di quelli nati in occasione delle norme speciali per il “Covid” (ben cinque anni fa) e che saremo costretti a mantenere per chissà ancora quanto tempo. Il dehors in questione non si limita ad occupare da privato la metà del marciapiede pubblico ma, andando ben oltre la brutta e ordinaria orlatura di quest’ultimo, “espropria” (è proprio così…sigh!) anche la parte della carreggiata stradale, solitamente predisposta per due parcheggi auto.
Ma non è finita. L’ingombro volumetrico dell’orrido dehors per nulla indifferente e per di più posto di fronte al bel palazzo di metà ottocento, d’epoca di poco successiva al rifacimento del più famoso palazzo della famiglia Ugdulena, sede comunale), rompe fatalmente l’importantissima continuità prospettica del corso rettilineo la cui profondità e unicità a partire dalla Puntavugghia s’inerpica fino alla facciata di palazzo Butera. Il volumetrico “corpo bianco” dell’orrido dehors del tutto estraneo alla bellissima prospettiva rettilinea ascendente, si mantiene così da un lustro, senza che né l’intellighenzia di questa comunità (uomini di “cultura” vari e variegata, impegnati in ben più alti dibattiti), né associazioni di tutela, etc. trovino malsana la cosa: alla stregua dell’ufficio tecnico, vigili urbani e soprintendenza.
Vuoi vedere che l’orrido bianco dehors sia tale, alla fine, solo per me?
Vado avanti, continuando nella mia camminata.
Sono a piazzetta Leonardo Da Vinci, slargo adiacente a corso Butera che fa da ingresso pedonale alle bellissime scuole elementari “Giuseppe Bagnera”; mi soffermo un attimo a guardare questo ritaglio di città e questo spazio pubblico ben organizzato: trovo sempre bella la pavimentazione in lastricato in pietra, le aiuole con quattro bellissimi alberi d’ulivo ben radicati, sobrie sedute in pietra e panchine in ferro. Anche qui, in uno degli angoli dello slargo, trova posto un dehors; ma – vivaddio – con caratteristiche di ubicazione (un angolo dello slargo) del tutto diverse e compatibili con l’intorno nulla a che vedere rispetto all’orrido “fratello dehors” di qualche centinaio di metri prima.
Ciò a testimoniare che queste oramai diffusissime “appendici” di bar e di esercizi commerciali eno-gastronomici in genere, hanno bisogno: primo, di essere molto ben saggiamente autorizzate e, secondo, di qualcuno che sappia pur dire di no. Prosieguo.
Due minuti e mi trovo davanti a quello che, gloriosamente, sino a poco più di due decenni addietro, fu il Cinema “Corso”, unico per certi versi nel panorama delle sale cinematografiche di questa cittadina.
Di quel che era stato, di ciò che ha rappresentato per la comunità e delle magie che aveva fatto sognare, almeno per quattro generazioni, a migliaia di frequentatori nostri concittadini, oggi restano solamente tre oblò in alto alla facciata prospiciente corso Butera e una sequela di aperture lungo il lato in profondità posto sulla minuscola via Paterna. Ora è solo un anonimo Outlet, come ce ne sono a decine, davanti al cui portone chiuso mi torna alla mente una proposta di tanti anni fa raccontata e più volte discussa con Vincenzo Drago e da lui, successivamente, prospettata all’allora Amministrazione comunale in carica, allor che la proprietà ne paventò la vendita dopo esser rimasto chiuso e inagibile per diversi anni; una proposta che ne avrebbe fatto, attraverso un illuminato acquisto pubblico, con gli opportuni interventi di restauro e riqualificazione, la prima sala per convegni di proprietà del Comune, indi della comunità bagherese. E per di più in pieno Centro Storico.
Proposta naturalmente più che fattibile, da cogliere al volo solo se fossimo stati in tutt’altra latitudine geografica ma che lascio ai lettori immaginare come e soprattutto dove (in quale cestino d’ufficio, cioè) sia andata a finire molto ben appallottolata.
Fine della prima tappa






