Superato l’ex Cine Corso, oggi un anonimo outlet, mi soffermo un paio di minuti all’incrocio tra via Libertà (alla mia destra) e via Quattrociocchi dall’altro lato di corso Butera avendo davanti a me a far da anonimi “perni” spaziali tra le corsie di via Libertà: un palmizio alto più di sette metri, un chiosco color verde smorto e uno dei piloni tufacei d’ingresso di quel che fu il girato di Mortillaro.
È il superstite elemento architettonico (dall’interessante duplice schema compositivo binato, ottagonale e rettangolare), che anziché fare bella mostra di sé perché inserito da protagonista in quel luogo appare un po’ “spaesato” contestualizzato in maniera del tutto casuale e – nello stesso tempo – visibilmente deluso (per non dire incazzato), orfano com’era e come continuerà ahimè ad essere della “presenza” del pilone gemello annientato di buon’ora da una ruspa a metà degli anni ’70 in occasione dello sfondamento di quell’ultimo diaframma su corso Butera.
Il suo odierno disappunto – che poi è anche il mio – penso sia rivolto nei confronti di coloro i quali, giusto un paio d’anni fa, hanno avuto l’irripetibile occasione di riprogettare l’intero asse viario di via Libertà ivi compresa proprio questa “testa di ponte” del progetto, senza che tuttavia abbiano – neanche lontanamente – preso in considerazione l’ipotesi (pur disponendo di tutti i riferimenti storico-scientifici necessari) di provare a recuperare la sagoma ottagonale e rettangolare della pianta del pilone mancante quanto meno proponendone un ridisegno da inserire nella pavimentazione dell’ampio nuovo marciapiede posto a ridosso.
In tal modo con pochi e precisi “segni” si sarebbero potuti ricreare – planimetricamente – dimensioni e rapporti spaziali che cinquant’anni addietro furono propri di quel luogo; e attraverso queste semplici ma incisive indicazioni, recuperare un piccolo prezioso tassello della memoria di quello che fu l’ingresso dell’ultimo girato “‘ntisu nnì Mujttiddàru”, in contrapposizione a come oggi ci appare, divorato – cioè – da mastodontici complessi edilizi porticati. Un’occasione persa. Una delle tante di questa città.
Questo penso mentre riprendo la mia camminata lenta a risalire il corso Butera. Confermo: Bagheria alle 5:40 è proprio un’altra Bagheria e i passaggi mentali che riesce a produrti a quest’ora, sono unici. Niè!
Supero la Piazzetta Verdone e dopo due traverse mi trovo sotto al bel palazzetto di città fine ‘800 che copre – lungo corso Butera – l’intera testata dell’isolato tra via Fricano e via Domenico Sciortino e nel cui piano “nobile” per diversi anni tra gli ’80 e i ’90 venne ospitato il primo “Inter Club” del paese dedicato a Riccardo Ferri.
Dall’altro lato del corso Butera, lo sguardo va all’imponente eppur misurato edificio (oggi hotel-ristorante “Centrale”) al quale si accede da piazzetta Sepolcro e che fino agli anni ’70 ospitò una delle tre sale per trattenimenti di questa cittadina: la sala “Sciortino”. Le altre, la sala “Fricano” in via Quattrociocchi e la sala “Puleo” che si trovava all’Ajmmi Santi, completavano il famoso “triangolo degli sposalizi popolari” baariuòti.
La mente galoppa veloce ad uno dei tanti matrimoni di parenti sul finire degli anni ’60 (che in quel periodo si susseguirono molto frequentemente) cui i miei erano stati invitati e nel quale, vicini di tavolino, trovava solitamente posto la famiglia di uno dei miei zii, Carmelo, con il cugino preferito: Pinùzzu, unico coetaneo tra i tanti e col quale bastava mezza taliàta perché scoppiassimo a ridere. L’ordine tassativo impartito a casa per ciascuno di noi picciriddi in questi casi era: – <<T’ha mòviri ra sèggia sulu pi ghìri Ô gabinettu!>>
È bene sapere che ancora negli anni sessanta, ma in verità anche sino ai settanta, i festeggiamenti venivano organizzati secondo due canonici distinti momenti della giornata: il pranzo nuziale che seguiva la cerimonia religiosa mattutina in chiesa e la tanto attesa serata danzante (…l’abbàllu!) che immancabilmente aveva inizio…appena scuràva; l’intrattenimento musicale era dato o dalla più tradizionale orchestra “Castorino” (cinque elementi, tromba e sax contralto compresi, in giacchette bianche e dal repertorio che spaziava dall’ultimo festival di Sanremo al tango e alle mazurke) o da uno dei giovani “complessini” (dalle prime strumentazioni elettriche, basso-chitarra-pianola Farfisa e batteria) che in quegli anni cominciavano a nascere anche a Bagheria o dal sempre classico fisarmonicista (il buono ed esilarante Maestro Ciprì in alternativa al più compassato Maestro Bologna) che in assoluto era quello che costava meno.
Le portate dei pranzi di quei matrimoni erano abbondanti ma rigidamente standard sia che fossero preparati e serviti ad opera dell’Aurora sia che lo fossero della concorrente la Favorita, entrambi bar cittadini che in quegli anni andavano per la maggiore.
Veniva dapprima servito l’analcolico di benvenuto, poi – tra un passaggio d’intrattenimento musical-canoro (Santo & Johnny per la maggior parte delle volte) – in successione entravano in sala (velocissimi nei loro completini neri e camicia bianca) reggendo non meno di dieci-dodici piatti ciascuno (i più bravi anche quattordici) ad abbordare i tavolini per servire a ciascuno degli invitati il classico piattino piano piccolo col tris d’antipasto: salumi e provola con olive o sott’aceti; poi – a seguire – arrivava il piatto largo fondo su cui trovava posto una bella mattonella di pasta al forno (più avanti sarebbero stati i più evoluti cannelloni). Con possibilità di richiesta di “bis” e delle volte pure di “tris”.
Invece il piatto piano largo con quattro fettine di lacerto e piselli o patate al forno era “il secondo” più sofisticato e in linea con i tempi moderni che veniva scelto per distinguersi da chi ancora si ostinava a fare servire tre o quattro girelle di polpettone; l’immancabile fetta di gelato duro al gusto misto deposta nel calice in lega non-so-di-che-metallo e – a chiudere le quattro ore e mezza di estenuante pranzo – l’immancabile vassoietto (uno per famiglia da portare a casa), colmo di dolcetti secchi, bellu ‘ncajittàtu e legato col nastrino lucido.
Ecco – tra tutti – quello della “pasta a forno” era strategicamente il nostro momento. Io e Pinuzzu infatti aspettavamo che i rispettivi tavoli fossero serviti e che i nostri genitori avessero iniziato a mangiare per chiedere simultaneamente: – <<Mà, ci pòzzu ìri Ô gabinettu?>>. Al cenno liberatorio della mano, noi…viaaa! Da quel momento in pratica trascorrevamo l’intero trattenimento rincorrendoci come ossessi lungo i corridoi zigzagando tra i tavolini (però solo lungo il lato opposto a quelli dei nostri genitori; furbi eh!) stazionando – sudati fradici – nei pressi del complessino musicale giusto il tempo di riprendere fiato, ascoltare “Monya” o “la Cumparsita” e da lì salutare con aria angelica i genitori seduti ai rispettivi tavoli.
Questo ripenso mentre riprendo a camminare sorridendo con un pizzico di malinconia frammisto ad una sorta di compiacimento per aver potuto vivere quei momenti.
Pochi passi e sono “a chiàzza” ovviamente a quell’ora deserta persino di colombacci. Solo un cane randagio si spulcia stiracchiandosi sdraiato accanto ad una delle panchine laterali.
Mi soffermo spalle allo stratunieddu a guardare la facciata tardo settecentesca in pietra di tufo della chiesa Madre dedicata alla Natività della Vergine Maria. Mentre la fontana ai suoi piedi dorme silente è il San Giuseppe raffigurato sulla vetrata in stile Tiffany retro-illuminata da luci bianche al neon (di cui uno in verità… pajppagghìa) a dar voce ad un altro ben preciso ricordo.
Sta lì la vetrata Tiffany – inserita in facciata sotto il quadrante dell’orologio proprio dove per più d’un paio di secoli era esistita l’originaria finestra in legno di castagno e vetri, semplice e sobria – fin dalle 20.00 (minuto più minuto meno) di quel fatidico 19 marzo del 2007 festa del Santo Patrono (*), allorché giunto il simulacro condotto in spalle dai confratelli tra due ali di folla, alla presenza degli allora sindaco e parroco, si dà avvio alla cerimonia della scoperture del bianco velo che sino a quel momento l’aveva tenuto celata.
Et voilà! Tirato il lungo laccio e scivolato giù il bianco velo ecco come d’incanto accendersi per la prima volta i tre neon di luce bianca posti sul retro della vetrata in stile Tiffany ad illuminare in facciata la raffigurazione del Santo Patrono mentre l’attenzione della folla plaudente a naso all’insù, veniva già rapita da un tripudio di botti, fumi e giochi pirotecnici sparati dal cornicione della facciata della chiesa.
– << Viva San Giuseppe viva! >>
Ripenso a distanza di diciannove anni a quel che ebbi modo allora di obiettare attraverso le pagine de il nuovo Paese (**) a proposito di questo ennesimo fuori luogo tutto a dimensione baariuòta che d’allora rappresenta l’emblema non solo d’un atto di decorativismo esasperato ma soprattutto d’un grossolano falso storico perpetrato su un prezioso bene monumentale di questa città.
Fine della seconda tappa
(*) Cfr.<<Il settimanale di Bagheria>> n.243 Anno VI l’articolo “San Giuseppe sulla facciata della matrice” a cura del Direttore Michele Manna.
(**) Cfr. <<il nuovo Paese>> maggio-giugno 2008 Anno XXII l’articolo “San Giuseppe da Tiffany” di Pietro La Tona, pagg. 101-103.






