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sabato 18 Luglio 2026

sabato 18 Luglio 2026

“L’educazione sessuale rischia di diventare un divieto”

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fricano
giuseppe fricano
4 minuti

Da quasi quarant’anni accompagno ragazzi, genitori ed educatori in un cammino difficile e profondo: imparare a conoscere il proprio corpo, comprendere le emozioni, dare un nome ai desideri, rispettare l’altro. Si chiama educazione sessuale, ma in Italia questa parola continua a far paura, come se parlare di corpo e amore mettesse in pericolo l’innocenza dei giovani, anziché proteggerla.

Nelle scuole italiane, per decenni, il mio lavoro è stato “tollerato”. Non riconosciuto, non istituzionalizzato, ma permesso, quasi di nascosto. Eppure, mentre l’Unione Europea indicava già dagli anni ’90 la necessità di un’educazione affettivo-sessuale come diritto fondamentale dei bambini e degli adolescenti, l’Italia ha scelto il silenzio. Nessun programma nazionale, nessuna formazione obbligatoria per i docenti, nessuna tutela per chi, come me, ha provato a colmare un vuoto educativo enorme.
Oggi questo vuoto rischia di trasformarsi in divieto. Titoli come “Educazione sessuale vietata fino alle medie” segnano un passo indietro inquietante. Come se parlare di corpo fosse pericoloso, mentre lasciare che i ragazzi imparino da internet, dai social o dalla pornografia sia più “sicuro”. Ma chi lavora con i giovani sa bene che l’ignoranza non protegge: espone. Espone alla vergogna, alla paura, alla violenza, alle relazioni malate.
Educare non significa anticipare esperienze. Significa accompagnare lo sviluppo naturale, aiutare a distinguere l’intimità dall’abuso, l’affetto dal possesso, l’identità dal giudizio. Significa insegnare che il corpo non è un oggetto, ma una casa da abitare con dignità.
Negare l’educazione sessuale significa lasciare che altri – spesso invisibili e senza scrupoli – occupino quello spazio. Perché i ragazzi le domande se le fanno comunque. E se non trovano adulti affidabili, cercheranno risposte altrove.

Nelle aule scolastiche ho ascoltato domande semplici e profonde:

  • “Perché mi vergogno del mio corpo?”
  • “Come faccio a dire di no?”
  • “L’amore fa male?”

Domande a cui nessuna legge dovrebbe vietare di rispondere.
In un’Italia che sembra più preoccupata di censurare le parole che di ascoltare i bisogni dei ragazzi, educare alla sessualità diventa un atto civile. Non ideologico, ma umano. Non per insegnare che cosa pensare, ma per offrire strumenti per pensare con libertà e responsabilità.

Quarant’anni di esperienza mi hanno insegnato questo: i ragazzi non hanno paura di parlare di sessualità. Sono gli adulti ad averne paura. Ma un Paese che teme il corpo e l’amore è un Paese che non sa proteggere i suoi figli.
Non si tratta di “insegnare il sesso”, ma di educare alla vita. E questa, piaccia o no, comincia dal corpo, passa dal cuore e diventa relazione.
Se vorremo davvero proteggere i nostri ragazzi, dovremo smettere di proibire le parole. E tornare a pronunciare, con coraggio e verità, quelle fondamentali: corpo, affetto, rispetto, amore.

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